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Critica: “Inseparabili” di Alessandro Piperno vince lo Strega. Perché?

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

cover_611di Rina Brundu. Una doverosa premessa: non conosco Piperno, non ho mai letto nient’altro di suo e se lo avessi fatto non avrei scritto la presente critica. Questo perché ho deciso di leggere (sebbene poi, per ragioni che spiegherò, non sia “riuscita” a portare a termine l’impresa) il suo “Inseparabili” solo quando ho appreso che è il testo vincitore del 66° Premio Strega.

Una seconda doverosa premessa: non ho mai amato troppo la narrativa italiana, con esclusione, forse, di quello spin-off retorico-realista di matrice sarda che si è proposto a diversi livelli durante l’ultimo quarto di secolo. Come non bastasse ho una formazione letteraria anglofona se posso dire, amo il grande romanzo e soprattutto l’avere vissuto fuori dai confini nazionali buona parte della mia vita non aiuta. L’ultimo testo italiano tradotto che ho visto nelle librerie dublinesi è stato Gomorrah di Roberto Saviano, ovvero un romanzo che – bisogna dirlo – grazie ad un forte impianto giornalistico ha resistito a qualsiasi tentativo di stroncatura e si fa ricordare molto positivamente. Quando dico che si fa ricordare “molto positivamente” non mi riferisco naturalmente alle fondamentali e serissime tematiche di cui tratta, ma alla sua qualità letteraria complessiva.

Di converso, quest’oggi, la domanda mi viene spontanea: perché “Inseparabili” di Alessandro Piperno ha vinto lo Strega? La qual domanda, purtroppo, ne porta pure delle altre: come funzionano i premi letterari importanti al tempo di internet? Esiste una commissione, identificata con nomi e cognomi, che ci mette la faccia e dice io ho votato per Tizio o Caio, per questa o quell’altra importante ragione? Ma, soprattutto, perché i premi letterari non sono più fucina di grande letteratura? Forse perché la dimensione digitale (che è essa stessa straordinaria letteratura dell’istante) le ha dato il colpo di grazia o magari perché in tempi di vacche magre il grande editore impone la sua visione all’insegna del mitico motto “ci accontentiamo di tutto purché si batta cassa”? Mi è difficile credere a quest’ultima possibilità anche perché, ne sono convinta, l’incasso sarebbe senz’altro più sostanziale per un testo premiato da un noto premio letterario capace di imporre la sua linea, finanche di non assegnare il titolo in mancanza di materiale valido, e dunque di settare il trend.

Ma che cos’è la grande letteratura, allora? A mio modo di vedere la grande letteratura è un cronotopo sui generis, laddove i due costituenti fondamentali diventano, sull’asse esterno l’estetica e sull’asse interno la profondità. Il tutto fuso in un unicum perfetto, capace di farsi ricordare. Per generazioni. Finanche di mutare per sempre il nostro esistere. Un tessuto einsteniano nella sua natura dunque, costellato di perle d’imagery (quando l’imagery, la retorica, è intesa al meglio delle sue possibilità) che si fanno ammirare per la loro bellezza e comandano rispetto per il loro carattere filosoficamente didattico.

Questi sono per me i tratti marcanti la grande letteratura. Gli altri, infatti, sono libri. E tutti, chi più chi meno, oggidì ne hanno scritto uno. Io per esempio utilizzo i miei per raddrizzare le gambe dei tavolini traballanti e sono la morte….loro. Come a dire che al tempo della Rete scrivono cani e gatti ma occorre stare bene attenti a non confondere la letteratura che dovrebbe essere premiata in dati contesti, con il vanity publishing, le mode del momento e la bulimia scritturale dei tempi. A dirla tutta una tal confusione sorprende pure dato che la vera letteratura tende a farsi riconoscere subito, dagli addetti ai lavori così come dagli “asinai e dai fabbri” per dirla con una datata “recensione” che elogiava i pregi e la qualità universale della Commedia di Dante. Un esempio pratico? Ecco l’incipit di un testo molto conosciuto: «Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio ormai era decisamente e definitivamente salao, che è la peggior forma di sfortuna, e il ragazzo li aveva ubbiditi andando in un’altra barca che prese tre bei pesci nella prima settimana. Era triste per il ragazzo veder arrivare ogni giorno il vecchio con la barca vuota e scendeva sempre ad aiutarlo a trasportare o le lenze addugliate o la gaffa e la fiocina e la vela serrata all’albero. La vela era rattoppata con sacchi da farina e quand’era serrata pareva la bandiera di una sconfitta perenne

Domanda: c’è bisogno di sapere che titolo avesse questo libro, chi lo ha scritto, che premi ha vinto per continuare a leggerlo? Meglio ancora: c’è bisogno di scorrere altre 200 pagine per sapere della sbalorditiva visione morale, della singolare capacità estetica, della straordinaria carica umana, nonché della fondamentale vena retorica (basti pensare anche soltanto alla potenza comunicazionale, significazionale ed emozionale che porta seco la semplice metafora della vela serrata che pareva “la bandiera di una sconfitta perenne”) che fanno vivere e impregnano questo lavoro? A mio modo di vedere la risposta ad entrambe le domande è no!

Perché ritengo invece che il testo “Inseparabili” di Alessandro Piperno non presenti la qualità necessaria per vincere un premio Strega (intendiamoci, non sarebbe il primo romanzo premiato senza merito!)? Perché la scrittura è scolastica (per certi versi pare scritto da un professore ed editato seguendo alla lettera i consigli dati dal King di “On writing”, scordando però che quel particolare scrittore ha fatto la sua fortuna grazie al suo genio molto… molto sregolato). Ma, soprattutto, perché analizzandolo alla luce dei requirements di quel cronotopo sui generis già citato la linearità dell’asse esterno produce noia (detto altrimenti la qualità estetica difetta), mentre la profondità dell’asse interno non esiste (detto terra-terra manca un topic di fondo sostanziale, universale – il quale topic esiste purtroppo solo in forma di ombra la quale tende sin da subito a regionalizzarsi e a nazionalpopolarizzarsi (??) in perfetta linearità con le necessità del contesto socio-culturale di riferimento: cibo, sesso, erotismo-de-noiartri per riempire il corpo e dello spirito parliamone mañana. Se!; ancora, manca un imprint filosofico in senso lato capace di produrre catarsi e di “prendere” il lettore accorto. Dulcis in fundo il tratto-retorico di cui pure si discuteva si risolve a questo livello: “Fuori pioveva a dirotto. Dentro Filippo si sentiva affogare”. C’è bisogno di aggiungere altro? Al più ti viene da chiederti se il cielo sarebbe venuto giù a… dirnove. O, in alternativa, non è da escludere che lo shipwrecking ideale di Filippo, con conseguente affogamento non sia stato determinato dalle ondate di ritorno procurate dal continuato parlargli-addosso della voce narrante. Di sicuro, lo status-quo scritturale che ho appena descritto non mi ha permesso di portare a compimento la lettura del testo. Vorrà dire che non saprò mai che destino avranno i “pappagallini” piperniani ma sono determinata a farmene una ragione…

Scherzi a parte, io penso che la critica letteraria sia cosa seria. Ho passato anni e anni all’università a studiare (con grande passione debbo dire), analisi testuale, linguistica, semiotica, semantica e soprattutto l’arte retorica che nella grande letteratura e poesia inglese (pure qui passata, occorre aggiungere) ha prodotto capolavori straordinari. Per questi motivi non ho mai digerito le recensioni mordi-e-fuggi (quando non mere marchette, ovvero nel 99,999% dei casi), fatti dai “critici” e “recensori” della prima ora, specie online, della serie “io posso leggere io posso scrivere… ergo… critico”. No, a mio avviso non è così perché il know-how è indispensabile anche e soprattutto per fare il critico. E la critica è cosa diversa dai likings e dislikings facebookici. In altre parole la critica deve essere obiettiva e supportata dall’evidenza. Per ragioni di spazio ho fatto pochi esempi comparativi tra le caratteristiche tecniche dominanti “Il vecchio e il mare” di Hemingway e quelle espresse negli “Inseparabili” di Piperno, ma naturalmente sarei pronta a portare sul tavolo tali dati, nel dettaglio, in ogni momento. Fino all’ultima virgola o sospensione. Perché ritengo appunto che questi siano gli elementi necessari per stabilire se il critico è serio o no, se la critica è seria o no. E la critica seria non scade mai nel personale. Da questo punto di vista infatti faccio ogni augurio a Piperno e che possa vendere il testo al meglio, o avere tutto il successo che merita.

Il secondo elemento che distingue il critico è il coraggio. Il coraggio di dire ciò che ritiene vero – rispetto alla sua prospettiva di visione – e di firmare, sempre, con nome e cognome il suo scritto. Insomma, di metterci la faccia, bella o brutta che sia. Rispetto a questo argomento voglio andare anche un poco oltre, mettendola in questi termini: se fra dieci anni il romanzo “Inseparabili” di Alessandro Piperno verrà ricordato per un altro motivo letterario valido, oltre quello di avere vinto questa edizione del Premio Strega, io avrò sbagliato la mia critica in toto e meglio sarebbe stato che mi fossi dedicata all’agricoltura. Del resto, sono pure ancora in tempo….

Nota di RB visto che continuate a leggere questo pezzo: prima o poi, soprattutto poi, quando sarò in pensione, mi deciderò ad editarlo ma per il momento pur scusandomi resta così… non c’é tempo, purtroppo!

Featured image, “Inseparabili” by Alessandro Piperno, cover.

Premio Strega 2014, clicca qui 

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Nota redazionale 9 Luglio 2012

A seguito delle discussioni nate in calce a questo articolo ho creato un piccolo grafico che da indicazione del vincitore dello Strega… per Editore. Dal 1947 a oggi.

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50 Comments on Critica: “Inseparabili” di Alessandro Piperno vince lo Strega. Perché?

  1. Grazie Morena. Prometto che questo sarà davvero l’ultimo pezzo per questa stagione, ma a volte le cose bisogna davvero dirle. Soprattutto, penso, in tempi di spending review. E solo perché si parla di “letteratura” o pseudo-tale non occorrerebbe profittarne pensando che tutto è concesso. Adios.

  2. “Ahi le mani rubate alla vanga” diceva Luigi Gallone, grande Patologo chirurgo a proposito dei medici praticoni e privi di basi. Non posso dire lo stesso di te. La critica recensiva che hai fatto degli “Inseparabili” è perfetta. Non ho letto il libro ma mi fido. Se lo dici tu e lo scrivi e ci metti la faccia, io ci metto la mano. Un abbraccio.
    Muzio Scevola!

  3. Grazie Gianluca e a te Salvo. Il fatto è che dell’università io ricordo ancora come fosse oggi soltanto le lezioni. La critica testuale l’adoravo. Ho analizzato il Beowulf, l’Otello, Milton, e compagnia cantante parola per parola, spesso in old english, io credo me la possa cavare…. pure con Piperno dunque. Anzi ne profitto, caso mai un giorno passasse di qui per ringraziare la prof Zacchi di Bologna e che ci insegnava semiotica. Lei era della scuola di Eco. Magari non si ricorda, ero parecchio timida allora, ma io non l’ho dimenticata.
    Il mio punto però era un altro… il punto è che forse con i premi letterari occorrerebbe andarci più cauti e lo dico proprio per esperienza seppure nel piccolo. Meglio non premiare, meglio prendere tutto il tempo ma non doversene pentire poi.

    Ma, soprattutto, la letteratura, neppure all’epoca di internet, dovrebbe essere confusa con i libri. Perché la letteratura ci forma e ha il compito di creare uomini e donne migliori. Non è roba da poco.

    Un abbraccio a tutti. E voglio assicurare il dottor Piperno, caso mai pure lui passasse di qui, che per quanto mi riguarda io gli auguro il meglio che, sono certa, arriverà. Un giorno. Goodbye all.

  4. pps scusate i refusi anche nel testo. Poi li correggo. Come al solito prima scrivo… e dopo… penso!

  5. Grazie Angela per quanto scrivi che in certo modo mi rasserena. Ritengo infatti che la critica quando può deve essere costruttiva e non si debba mai scrivere tanto per fare. Specie quando c’è in gioco il lavoro degli altri.

    Tuttavia, sapere che le mie “riserve” sono condivise aiuta. Fermo restando che il problema non è con Piperno, con questo romanzo o con la critica: il problema credo sia uno organizzazionale e letterario in senso lato.

    Come a dire… occorre capire se il Premio Strega vuole livellarsi e quindi diventare uno qualsiasi dei moltissimi concorsi letterari esistenti (anche pregevoli), oppure se intende fare uno sforzo in più, diventare quindi più severo (perché é solo con la severità di metodo che si ottiene il risultato, non con le carezze date tanto per fare o per sembrare simpatici) allo scopo di proporsi come elemento credibile nonché capace di portare la tradizione letteraria italiana nel prossismo secolo da par suo.

    Buone vacanze anche a te.

  6. Non ho letto Piperno, in nessun suo scritto. Sono certa che Rina sappia il fatto suo, e concordo pienamente con Salvo, alias Muzio Scevola! Il pezzo di Rina è già scrittura, colta, preparata, e quindi in grado di stendere una recensione critica senza ombre, mettendoci la faccia, come lei spesso ama dire. E ce l’ha messa benissimo! Qui infatti non si tratta tanto di valutare il romanzo di Piperno, quando la giuria che ha deciso di premiare Inseparabili.

  7. Non saprei Danila. Di sicuro non vorrei che mal si interpretasse quel mio “mi rasserena”…
    Le idee (o meglio le dinamiche analitiche) che ho esposto nel mio articolo infatti per quanto mi riguarda non sono negoziabili. O, per meglio dire, non cambierei una virgola neanche se a quel testo fosse assegnato il Premio Nobel. Ripeto,la serietà è un fattore che tutti noi dovremmo tenere in conto quando facciamo una critica. Lo studio necessario per sostenerla, pure. Ciao, tagliamo che l’estate incombe!:)

  8. Mi hai preceduto Gavino mentre stavo per postare questa lista di tutti i vincitori del Premio Strega. Come vediamo ci sono almeno una 15ina di opere rimaste nella memoria, sebbene forse solo “Il nome della rosa” sia realmente conosciuto all’estero (non che questo debba diventare fattore discriminante).

    Tuttavia, un Premio che annovera come suo primo vincitore Ennio Flaiano (e non mi riferisco tanto al Flaiano autore di questo specifico testo, quanto al Flaiano straordinario aforista italico) dovrebbe sapere di avere delle responsabilità. Di sicuro io non sapevo che Flaiano avesse vinto uno Strega – anche perché generalmente gli autori che fanno davvero una differenza non vincono nulla – ma…. tanto di cappello a questo Premio che vanta un tal vincitore nel suo Albo D’oro. Un mostro praticamente, un genio come pochi e su questo davvero non si può discutere.

    1° 1947 Ennio Flaiano Tempo di uccidere Longanesi
    2°1948Vincenzo Cardarelli Villa Tarantola Meridiana
    3°1949 G. B. Angioletti La memoria Bompiani
    4°1950Cesare Pavese La bella estate Einaudi
    5°1951Corrado Alvaro Quasi una vita Bompiani
    6°1952Alberto Moravia I racconti Bompiani
    7°1953 M. Bontempelli L’amante fedele Mondadori
    8°1954Mario Soldati Lettere da Capri Garzanti
    9°1955Giovanni Comisso Un gatto attraversa la strada Mondadori
    10°1956Giorgio Bassani Cinque storie ferraresi Einaudi
    11°1957Elsa Morante L’isola di Arturo Einaudi
    12°1958Dino Buzzati Sessanta racconti Mondadori
    13°1959 Giuseppe Tomasi di Lampedusa Il Gattopardo Feltrinelli
    14°1960Carlo Cassola La ragazza di Bube Einaudi
    15°1961Raffaele La Capria Ferito a morte Bompiani
    16°1962Mario Tobino Il clandestino Mondadori
    17°1963Natalia Ginzburg Lessico famigliare Einaudi
    18°1964Giovanni Arpino L’ombra delle colline Mondadori
    19°1965Paolo Volponi La macchina mondiale Garzanti
    20°1966Michele Prisco Una spirale di nebbia Rizzoli
    21°1967Anna Maria Ortese Poveri e semplici Vallecchi
    22°1968Alberto Bevilacqua L’occhio del gatto Rizzoli
    23°1969Lalla Romano Le parole tra noi leggere Einaudi
    24°1970 Guido Piovene Le stelle fredde Mondadori
    25°1971Raffaello Brignetti La spiaggia d’oro Rizzoli
    26°1972Giuseppe Dessì Paese d’ombre Mondadori
    27°1973Manlio Cancogni Allegri, gioventù Rizzoli
    28°1974Guglielmo Petroni La morte del fiume Mondadori
    29°1975Tommaso Landolfi A caso Rizzoli
    30°1976Fausta Cialente Le quattro ragazze Wieselberger Mondadori
    31°1977Fulvio Tomizza La miglior vita Rizzoli
    32°1978Ferdinando Camon Un altare per la madre Garzanti
    33°1979Primo Levi La chiave a stellaEinaudi
    34°1980Vittorio Gorresio La vita ingenuaRizzoli
    35°1981Umberto Eco Il nome della rosaBompiani
    36°1982Goffredo Parise Sillabario n.2 Mondadori
    37°1983Mario Pomilio Il Natale del 1833 Rusconi
    38°1984Pietro Citati Tolstoj Longanesi
    39°1985Carlo Sgorlon L’armata dei fiumi perduti Mondadori
    40°1986Maria Bellonci Rinascimento privato Mondadori
    41°1987Stanislao Nievo Le isole del paradiso Mondadori
    42°1988Gesualdo Bufalino Le menzogne della notteBompiani
    43°1989Giuseppe Pontiggia La grande seraMondadori
    44°1990Sebastiano Vassalli La Chimera Einaudi
    45°1991Paolo Volponi La strada per RomaEinaudi
    46°1992Vincenzo Consolo Nottetempo, casa per casa Mondadori
    47°1993Domenico Rea Ninfa plebea Leonardo
    48°1994Giorgio Montefoschi La casa del padre Bompiani
    49°1995M. Teresa Di Lascia Passaggio in ombra Feltrinelli
    50°1996Alessandro Barbero Bella vita e guerre altrui di Mr Pyle, gentiluomo Mondadori
    51°1997Claudio MagrisMicrocosmi Garzanti
    52°1998Enzo Siciliano I bei momenti Mondadori
    53°1999Dacia Maraini Buio Rizzoli
    54°2000Ernesto Ferrero N. Einaudi
    55°2001Domenico Starnone Via GemitoFeltrinelli
    56° 2002 Margaret Mazzantini Non ti muovere Mondadori
    57° 2003 Melania G. Mazzucco Vita Rizzoli
    58° 2004 Ugo Riccarelli Il dolore perfetto Mondadori
    59° 2005 Maurizio Maggiani Il viaggiatore notturno Feltrinelli
    60° 2006 Sandro Veronesi Caos calmo Bompiani
    61° 2007 Niccolò Ammaniti Come Dio comanda Mondadori
    62° 2008 Paolo Giordano La solitudine dei numeri primi Mondadori
    63° 2009 Tiziano Scarpa Stabat Mater Einaudi
    64° 2010 Antonio Pennacchi Canale Mussolini Mondadori
    65° 2011 Edoardo Nesi Storia della mia gente

    66° 2012 Alessandro Piperno Inseparabili. Il fuoco amico dei ricordi

  9. Aggiungo solo una nota, anche questa opinabile, ma guardando la lista di opere e autore si può pure capire perché tutti vogliono vincere: in realtà nell’80% dei casi è il Premio a fare il nome dell’autore piuttosto che la sostanza del suo scritto. Certo che quando compariamo il tutto alla genialità della produzione narrativa espressa in Germania, Russia, Inghilterra e per tanti versi pure dalla Francia… abbiamo poco da stare allegri.

    Fortuna che è estate e tutti al mare… a mostrar le chiappe chiare… Che robe!

  10. E ci sono pure Tomasi di Lampedusa, Buzzati e Dessi straordinario… veramente bello…

  11. Cara Maria che bello averti qui! Grazie. Aggiungo che tanti altri lettori, addetti ai lavori, mi hanno inviato simili indicazioni. Se questa era l’idea generale dunque perché si è proceduto a premiare? Misteri.

    Su altro livello, ben più triste, leggevo questa mattina della salute di Gabriel Garcia Marquez. Molto triste. Speriamo bene. Davvero un grandissimo. Unico.

    http://www.corriere.it/cultura/12_luglio_07/marquez_b96505d6-c7eb-11e1-9d90-c5d49ff3a387.shtml

  12. Aggiungo in calce per convenienza anche questo pezzo che mi ha inviato GORDIANO LUPI sullo stesso argomento.

    Piperno vince lo Strega… ed è subito notte!

    Alessandro Piperno vince lo Strega, come da copione. Lascia stare se in corsa per il premio c’era un capolavoro scritto da Emanuele Trevi. Lascia stare se c’era una scrittrice giovane come Lorenza Ghinelli che indaga la psiche umana con La colpa. Lascia stare se c’era Carofiglio, che può non piacere il genere ma scrivere sa scrivere. Lo scrittore più illeggibile d’Italia aveva bisogno d’un rilancio, dopo morte prematura. Quale occasione migliore dello Strega per vendere l’invendibile?
    Il dittico de Il fuoco amico dei ricordi non se l’era filato nessuno. Mondadori parla di 25.000 copie vendute, ma sono balle, i soliti numeri gonfiati, della serie Mondadori Libri vende a Mondadori Distribuzione e si può dire quel che ci pare, tanto la bufala resta in casa. In ogni caso per loro 25.000 copie di Persecuzione e Inseparabili sono poche, mica ci pensano che hanno venduto il niente a prezzi altissimi, dopo aver pubblicato la fregatura più grande della storia: Con le peggiori intenzioni. Un polpettone indigesto e indigeribile ammannito dal Piperno all’incauto lettore della sua opera prima, osannato solo da Antonio D’Orrico, nume tutelare della nuova letteratura italiana, colui che ha definito Giorgio Faletti il più grande narratore contemporaneo. I lettori – sebbene italiani – non sono stupidi.
    Ho comprato Con le peggiori intenzioni, ho speso la bellezza di diciassette euro per rovinarmi le giornate con una lettura inutile e pretenziosa. Dopo basta, però. Uno ci mette la croce, come diceva mio nonno, e fa finta che Piperno non esista. Piuttosto si rilegge tutti i libri di Aldo Nove, da Gioventù cannibale a La balena più grande della Lombardia, piuttosto si dedica a Tiziano Scarpa, pure lui mi pare che abbia vinto uno Strega, ma l’effetto ancora non si vede.
    L’operazione Mondadori è chiara come il sole, credo che l’abbia capita anche mio figlio che in vita sua ha letto solo Geronimo Stilton e qualche manga giapponese. Si fa vincere lo Strega alla seconda parte del dittico, Inseparabili, si rilancia un autore morto e sepolto, si prova a farlo risorgere grazie a una magica fascetta che fa vendere di tutto. Potenza dei media. Berremo tutti l’acqua blu, come diceva Tenco.
    Non lo leggete Piperno, cari i miei quindici lettori, boicottate i best-seller intellettualmodaioli sfornati da editor arroganti che pensano di prendere per il culo il mondo dall’alto della loro spocchia. Alla faccia di Antonio D’Orrico, dedicando una pernacchia alla siciliana – come diceva Franco Franchi – alla giuria del Premio Strega, rileggetevi l’opera completa di Guillermo Cabrera Infante, uno che era davvero letteratura ma non se lo diceva da solo, ci pensavano gli altri. Ma mica D’Orrico o il velinaro al soldo di Tuttolibri, ormai Tuttoveline, parla persino di Marco Drago (Carneade, chi era costui?). No, glielo diceva Mario Vargas Llosa. Vuoi vedere che c’è differenza?

  13. Se posso commentare Gordiano ti posso dire soltanto che di “intelletualoide” in quel testo c’era ben poco… semmai trattavasi di anti-intelletualismo di maniera…. Concordo però con te che occorrerebbe mettere nomi e cognomi e capire in che mani è la nostra letteratura. Soprattutto, a che titolo? Commerciale?

  14. Per correttezza inserisco questo link al blog di Gad Lerner. Lerner sostiene che Piperno ha meritato il premio e che lo stesso autore viene sottovalutato a causa del suo snobismo.

    Sarà… ma francamente mi viene difficile pensare che se Marquez fosse stato il più grande rompicoglioni della storia qualcuno si sarebbe permesso di dire che Cent’anni di solitudine sia una ciofeca….

    Ripeto, a mio avviso la grande letteratura si autopromuove, indipendentemente dalla simpatia di chi la produce. Ed è cosa diversa dai likings o dislikings feisbukici…. ma ognuno ha naturalmente il diritto di pensarla come crede.

    Ecco dunque il link
    http://www.gadlerner.it/2012/07/06/alessandro-piperno-una-vittoria-meritata.html?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+gadlerner%2Ffeed+%28Gad+Lerner+Blog%29

  15. francu pilloni // 8 July 2012 at 09:24 //

    Complimenti per la recensione, non perché hai scritto contro (e ci vuole coraggio!), ma per come la documenti.
    Se ti fa piacere, ti dico che non mi hai salvato tu dalla lettura di Piperno, ma la mia antica prudenza contadina.
    Anche a me capita di lasciare un libro a metà, anche se non si dovrebbe fare.
    Mi ha fatto piacere il tuo riferimento alla prof. Zacchi, che io non ho conosciuto, ma che sentivo nominare da mia figlia quasi con devozione.

    Buone vacanze.

    P.S.: quando vieni, portami qualche numero di Tex in inglese, che sto studiando lingue.

  16. Grazie Franco. Soprattutto per avere sottolineato il discorso che facevo nel testo. Ovvero che se ci fa male un dente si va dal dentista allo stesso modo per avere una recensione critica occorrerebbe andare da chi la critica testuale l’ha studiata.
    Il coraggio? Non saprei… Non può esistere per critico senza coraggio e soprattutto raramente un critico serio interviene per elogiare. Ovvero sarebbe ridicolo che intervenissi per dire che Cent’anni di solitudine è un capolavoro… in quel caso intervieni per tentarne un’analisi delle dinamiche che mette sul campo. Nulla più.

    Sì la Zacchi era tosta e ci ha dato gli strumenti. Ma la passione per la critica e l’analisi testuale è cosa che nasce con noi e che vive con noi oltre l’università… Ho incontrato personaggi di allora che “facevano finta” non ricordano neppure da quale porta si intrasse a lezione. Io so che di tutto quel periodo ricordo solo le lezioni… e lo studio che facevo sui testi di letteratura inglese. Letteralmente li vivevo… spesso ne contestavo l’interpretazione da qui il mio prendere spesso un 30 o un 28 anziché un 30 e lode…. ma non cambierei mai quel mio approccio. Così come non lo cambio ora. Perché l’analisi testuale è cosa diversa dalla marchetta.

    Ps Lo so che non si dovrebbe lasciare un testo a metà strada nella lettura ma secondo te dipende da chi lo acquista o da chi lo scrive? La metamorfosi di Kafka si fa leggere tutta una vita e ogni volta pare nuova. Diversa. Ci sarà un motivo? Io credo di si.

    E penso anche che un premio straordinario come lo Strega che vanta quella lista di personaggi citati sopra (dovrebbero fare un monumento a Flaiano solo per avervi partecipato – perché esiste indubbiamente un fattore che differenzia quell’autore da tutti gli altri pur validi che ci sono: la genialità che è cosa rara in ambiente italico) dovrebbe prendersi le sue responsabilità. Dico di più: qualora qualcuno non se le sappia prendere dovrebbe lasciare. Subito.

    Ciao. Ti scrivo poi.

  17. PPS Tex? Conoscevo ogni avventura – ma in un tempo precedente… temo che ora non potrei aiutarti:) Abbraccio.

  18. Addendum – il pezzo di oggi del prof Grasso sul Corriere
    Se non altro abbiamo capito perché lo Strega è così mal ridotto: è il buffet che obnubila le menti. Povera Italia e pensare che ieri era il compleanno di Pinocchio….

    http://www.corriere.it/spettacoli/12_luglio_08/liturgia-triste-premio-strega-grasso-fil-di-rete_c0e4132a-c8c1-11e1-8dc6-cad9d275979d.shtml

  19. daniela manca // 9 July 2012 at 08:55 //

    ma hai notato che straordinaria abbondanza, varietà, molteplicità di case editrici hanno vinto con i loro autori allo “strega”? 😉

  20. Alessandra // 9 July 2012 at 09:25 //

    Ciao Rina, questo articolo del Sole 24 Ore non fa mistero del fatto che il premio sia una questione politica tra case editrici: http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2012-07-06/premio-strega-vince-alessandro-092818.shtml?uuid=AbQUkY3F

  21. Ciao Daniela, seguendo la tua linea di pensiero ho creato il grafico che vedi in calce all’articolo basandomi sui dati che avevamo. Ciò che è venuto fuori, e che mi ha colpito molto, non è tanto la posizione preminente della Mondadori (questa cosa può essere infatti spiegata tranquillamente e potrebbe essere dovuta alla continuata presenza di questo editore come player sostanziale) ma l’apparente ruotare del premio (di anno in anno) tra gli editori più importanti nel dato periodo storico. Per esempio sarebbe stato più naturale avere anche una decina di strega assegnati di fila ad un unico editore… perché se l’opera merita non vi vedo nulla di strano… questo invece non è accade mai. E fa venire dei pensieri che con la letteratura nulla hanno a che vedere… Bisogna dirlo.

  22. Grazie Alessandra (quale Alessandra:)?)…. Purtroppo l’esercizio che ho appena fatto con Daniela sembrerebbe avvalorare queste ipotesi.

    Il problema è dunque grosso, ma se io fossi uno di quei players (i.e. una pedina editoriale importante, insomma), non prenderei sottogamba le notizie che volano in Rete. Lo abbiamo visto con la politica che la Rete può fare una grande differenza. Credo possa farla ancora di più con l’editoria. Soprattutto la Rete può proporsi come vero giudice di quei concorsi e determinare il destino di libri e scrittori. Ripeto, io non prenderei sottogamba le indicazioni che si leggono online in questi giorni… Perché la letteratura, quella vera, dovrebbe essere difesa. E’ un problema culturale ed etico insieme.

    Mi piacerebbe chiudere in bellezza però. Anche per non… dimenticarlo. In questi giorni, navigando qua e là, mi sono infatti imbattuta nell’arte di uno scrittore calabrese… venuto a mancare nel 2005. Non lo conoscevo ma, a giudicare da questa perla che ci ha lasciato, mi sarebbe davvero piaciuto conoscerlo. Raramente una poesia italica ha sfiorato la mia anima tanto profondamente…. Dire che questo “urlo” sia bello vorrebbe dire rischiare di sminuirlo. Ciao.

    Scrivete sulla mia tomba: Visse/

    per ischerzo”.

    Il mio/

    inferno/

    in questa epigrafe. Perché/

    i giorni tramarono vicende/

    e io in quelle vicende,/

    senza convinzione./

    Ho sofferto, ho lottato/

    senza convinzione: anima/

    divisa, inerte/

    volontà. E vissi/

    per ischerzo e oggi/

    nulla/

    è veramente mio.

    Un muro/

    sotto la luna, il tedio/

    dei ricordi, questo/

    vuoto disagio –

    Vincenzo Guarna –

  23. Alessandra // 9 July 2012 at 22:34 //

    Ciao di nuovo Rina, sono Alessandra Pilloni. Sono d’accordo con te sul fortissimo potere di comunicazione della rete. Ti do allora un suggerimento di lettura. Un libro che non verra’ mai premiato a nessuno dei contest tradizionali, ma gia’ riscuote successo nella rete: http://www.ibs.it/code/9788897486077/bilotti-sara/nella-carne.html

  24. Felice di sentirti Alessandra: quanto tempo da quando tuo padre ci cucinò quel pesce in quel di Curcuris!! Grazie per quanto mandi e fatti sentire quando riprendiamo i lavori, ti immagino ancora in Inghilterra… Un caro saluto.

  25. Francesca // 10 July 2012 at 07:10 //

    e dopo tutto questo argomentare… ho perso la già scarsa voglia di provare a leggerlo…
    vi auguro buon proseguimento e buone letture 🙂

  26. Alessandra // 10 July 2012 at 22:15 //

    Rina, certo sempre a Londra. In Sardegna torno solo per il pesce. Sai che sono stata alunna anche io della Zacchi? L’unica vera insegnante che abbia avuto all’universita.

  27. A un tiro di schioppo da qui, insomma. Sì, la Zacchi aveva introdotto un suo metodo… diverso. Ma credo che poi tutto stia con noi. Io infatti ricordo allo stesso modo, con molta chiarezza, tutte le lezioni di filologia, letteratura inglese, americana, australiana etc etc di cui lei non si occupava.

    Fermo restando che l’università è sempre e solo un punto di partenza. Se per la mia formazione avessi dovuto fare conto solo sull’università starei fresca. Certo, sono stata fortunata nell’Irlanda degli sboom tecnici e altro ma credo tutto rimanga sempre nel nostro destino e soprattutto nei nostri interessi.
    Il fattore “svecchiamento” anche delle dinamiche culturali e intellettuali italiche resta invece un punto caldissimo. Ed è fondamentalmente alla base della mia critica di cui sopra.

    Perché, diciamocelo francamente e fuori dai denti… Nessuno degli scrittori menzionati sopra è conosciuto fuori dal nostro cortile, con la sola eccezione del prof Eco (che io ammiro molto) per “The name of the rose”….

    Il che significa solo una cosa: il loro scrivere, il nostro scrivere italico, non ha portata universale. Per intenderci sto parlando di quella “roba” che faceva grande lo scrivere di Marquez (che purtroppo ora non può scrivere più causa la sua malattia!) et similare. E di sicuro una tale universalità non la guadagniamo premiando tanto per fare o incensando la cultura scolastica a dispetto del genio. Solo la mia opinione si intente.

    Baci e buone vacanze a te a Francesca che pure saluto. Ciao

  28. daniela manca // 11 July 2012 at 08:26 //

    Detto fra noi, se io avessi scritto un “La chiave a stella” o “L’isola di Arturo” non mi preoccuperei tanto dell’estero; di tanto in tanto ci si potrebbe pure concedere un :”non sanno cosa si perdono!”

  29. daniela manca // 11 July 2012 at 08:49 //

    P.S. Anche dall’estero arrivano, fra nubi d’incenso, certe boiate…! Scusa lo sfogo.

    • Per carita te ne potrei proporre a quintalate di boiate estere. Da quelle infatti sembra che noi copiamo. Personalmemte preferisco stare con i marquez, le allende, i grandi tedeschi e i grandi russi ma non ho detto che tutto l’italico sia da buttare. Se noti nella lista di cui sopra la qualita’ del primo periodo del premio non esiste nel secondo. Per cui fuori i nomi di chi lo ha ridotto alla sua ombra. Non penso sia colpa degli alieni ne convieni? Scusa la forma e le capitals mancanti ma sto scrivendo x strada con sommo rischio da queste parti…. Ciao.

  30. daniela manca // 11 July 2012 at 10:47 //

    Si, si, sono d’accordo con te, sembra si sia trattato di un lento inesorabile declino, un po’ ha fatto l’anagrafe ma questo non basta a spiegare il fenomeno. Più in la, magari dopo le vacanze, ti proporrò di confrontare i nostri rispettivi elenchi dei libri preferiti, ci stai? Qui fa un caldo da belare, ma pare si stia scatenando un acquazzone, e vaiii.
    a si biri cun saludi

  31. Guido Mattioni // 11 July 2012 at 11:46 //

    Buongiorno a tutti.
    Mi ha rinfrancato e fatto bene all’anima leggere la critica al libro di Piperno di Rina Brundu, che ammetto di aver trovato “per caso” – mea culpa – postata su una pagina Facebook. Nella vastità del cyber-Oceano internettiano non conoscevo l’esistenza di questo sito e da esordiente romanziere (pur se dopo 35 anni di giornalismo come inviato speciale in tutto il mondo) ritengo questa una colpa. Colpa grave. Soprattutto dopo averne assaporato – bevendomela a sorsi ingordi! – l’intrinseca qualità.
    Vi scrivo perchè proprio ieri, sul quotidiano online Lettera43 con cui collaboro, ho pubblicato in merito al Premio Strega un articolo che ha suscitato un diffuso plauso e una sola critica di “autoreferenzialità”. Motivata, quest’ultima, dal fatto che come pietra di paragone con le camarille che decidono a chi debba andare oppure no lo storico premio italiano, io contrapponevo la mia modesta esperienza di romanziere esordiente e in due lingue (italiano e inglese) di recente entrato nella rosa dei finalisti di un premio internazionale, i Global eBook Awards di Santa Barbara, California, con la versione inglese del mio romanzo: Whispering Tides. Aggiungo per dovere di cronaca, e per motivare il mio cedimento all’autoreferenzialità, che sono l’unico autore italiano iscritto su 1000 di 16 Paesi e che i giurati nelle varie categorie (la mia è Popular Literature Fiction) erano sparsi in tutta l’America, non runiti in qualche salotto mondano: e quindi liberi di cyber-votare in pigiama, in mutande o in jeans a casa propria senza il rischio di combine di corridoio.
    Devo confessare però che la mia esperienza letteraria è macchiata dall’abominevole onta di essere uno di quelli che in America vengono chiamati Indie Writers. Sì, uno scrittore autoprodotto. Uno di quelli che se si chiamano Amanda Hocking e si è nativi del Wisconsin si scomoda con abbondanza di spazio e d’inchiostro anche la più paludata stampa italiana, ma se è italiano diventa una sorta di appestato degno soltanto della compagnia dei “monatti” manzoniani. Fino a qualche tempo fa era così anche Oltre Oceano, ma ora le cose stanno cambiando in fretta e basterebbe a dimostrarlo la percentuale sempre più alta di Indies nei piani alti della classifica del New York Times.
    Da amante anch’io della letteratura anglosassone, rispetto a quella italiana – grazie Rina per quell’accenno al “Vecchio e il mare”, rileggerlo commuove sempre e desta ammirazione! – con un bisticcio di parole “amerei” poterle fare arrivare copia del mio libro (ebook o carta, fate vobis) per sottopormi al suo giudizio. Mi basta qualche dato logistico. Grazie
    Guido Mattioni

  32. In realtà, non penso di poterti aiutare Daniela. Con esclusione de “La metamorfosi” di Kafka – che racconta la scrittura nelle connotazioni che io le attribuisco, i.e. la scrittura che è malattia e anticamera della morte – non ho libri preferiti. Però amo quelle che chiamo le tipologie visionarie e creative dentro le quali colloco gli autori e il loro pensiero. I loro libri sono solo consequentia rerum.
    Per essere più specifica amo la visione del mondo modernista e dunque amo gli Eliot, i Joyce, le Virginia Woolf per citarne alcuni. Amo le visioni distopiche e quindi il genio straordinario di Orwell. Poi amo le opere che hanno un forte imprint filosofico in tutte le sue forme dagli Heinrich Boll, alle Christa Wolf, dai Patrick White alla letteratura aborigena.
    Ma amo anche il grande romanzo stile Emily Bronte o lo Sterne del meraviglioso “Vita e opinioni di Tristam Shandy gentiluomo”, etc etc. Soprattutto, amo il tratto- scritturale-universale e universalizzante che è appunto l’elemento che a mio avviso fa la differenza tra un altro libro qualunque e un testo letterario. Non a caso ho citato Marquez, non a caso ho citato Hemingway.
    Questa faccenda dell’universalità di un testo è secondo me una faccenda molto seria perché se la guardiamo da questa prospettiva noi italiani scopriamo di non avere una storia letteraria. Del resto questo non ci dovrebbe sorprendere dato che quando in Inghilterra nasceva il romanzo con i vari Defoe e compagnia bella l’Italia delle cento città aveva altre questioni più urgenti di cui preoccuparsi.
    Il tratto universale e universalizzante in un testo va inteso, per quanto mi riguarda, in due modi diversi e distinti: da un lato bisogna considerare la capacità ideale dello scrittore di costruire una fabula (esteticamente valida e dotata di una profondità di visione indiscutibile, come dicevo nell’articolo) che inglobi una morale (in senso lato e connotata in positivo) universale appunto, quindi capace di insegnare ai più o… alla peggio di dar pensare ai più. Dall’altro non bisogna comunque dimenticare la più pragmatica capacità di penetrazione dell’insegnamento impartito… Come dirla altrimenti? Io potrei scrivere anche l’opera più meravigliosa del mondo ma se questa opera non diviene patrimonio di tutti (detto terra-terra non viene letta dai più, non viene conosciuta dei più), il mio scrivere sarà stato vano. Da questo punto di vista, e per quanto possa risultare strano se si esclude il “Pinocchio” di Collodi, l’Italia non ha prodotto nient’altro. Nel campo del “romanzo”, s’intende. Sfido chiunque a contestare questa affermazione. In qualsiasi momento. E dato che Pinocchio è senz’altro opera valida ma purtroppo non è La metamorfosi di Kafka è tutto dire….
    Tuttavia, io non penso che l’Italia non abbia prodotto nulla sul versante “letterario” (in senso lato). Come dicevo all’inizio di questo commento , infatti, io non guardo tanto ai libri ma alla “tipologia” visionaria e creativa. Da questo punto di vista se dovessi parlare della “grande poesia” italiana del secolo ventesimo, la Merini esclusa, direi che quella è stata scritta dai nostri cantautori. Ecco perché da anni vado dicendo che occorrerebbe inserire le loro opere nei testi di letteratura. Anche in questo sito ne ho analizzato qualcuna ma ce ne sono tante che sono dei capolavori assoluti.
    Ancora, direi che la nostra grande letteratura per ragazzi (et non) è stata prodotta dai nostri straordinari vignettisti, da Silver a tutti gli altri, e che la nostra grande letteratura-tout-court sia stata prodotta dal genio fenomenale dei nostri registi da Fellini in su e in giù. Perché il nostro cinema del 900 è stato qualcosa di veramente eccezionale, un maestro senza rivali per tanti versi (Eisenstein escluso).
    Per concludere ritengo che l’Italia abbia dato tanto al mondo della creatività ma lo abbia fatto soprattutto con le altre arti. Noi non abbiamo mai avuto grandi scrittori ma abbiamo avuto tutto il resto per 2000 anni e non abbiamo nulla da invidiare a nessuno. A nessuno. Da qui a dimenticare il lavoro dei vari Flaiano, Guareschi (un autore fantastico e mai considerato nel suo effettivo valore), Tomasi di Lampedusa e tutti gli altri grandi autori che vediamo nella lista di cui sopra ce ne corre però. Ecco perché il Premio Strega dovrebbe a mio avviso fare di tutto per essere alla loro altezza . Tutto qui. Non escludo di sbagliarmi, del resto tutto è opinabile.
    Scusami ma non ho tempo per guardare la forma, correggere i refusi, o entrare nel dettaglio. Tuttavia, dato che mi sembra che questi argomenti interessino ai tanti ne parleremo molto di più nella prossima stagione, non a caso il titolo del sito è pure cambiato… era giusto dare maggiore visibilità a tutto ciò di cui abbiamo trattato. Non solo al giornalismo. Abbraccio. RB.

  33. Buonasera Guido, se permetti ti do del tu perché altrimenti non ne esco. Ho letto il tuo pezzo che linko qui per chi fosse interessato
    http://www.lettera43.it/cultura/l-italian-job-dello-strega-e-la-lezione-americana_4367557373.htm

    Ti ringrazio per quanto hai scritto su Rosebud e spero tu possa essere dei nostri quando riprenderemo le attività a fine Settembre dato che vorrei ulteriormente migliorare il livello qualitativo. Tuttavia è bene che lo dica subito (per la serie facciamoci riconoscere) Rosebud è un sito anche tosto dove di tanto in tanto ce le diamo di santa ragione pur nel rispetto che tentiamo sempre di mantenere come da deontologia. Questo significa che non guardiamo in faccia nessuno meno che meno noi stessi, credo di averne dato dimostrazione nell’articolo.

    Per me questa è infatti la conditio sine qua non per essere credibili. Il tutto per dire che ho letto il tuo pezzo però qualche appunto debbo fartelo. Nello specifico.

    1) Intanto colmiamo la mia ignoranza (sia di cose italiche che tout-court) e facciamo i nomi e di tanto in tanto pure i cognomi come diceva Montanelli (mi pare): chi è questo importante critico e sua moglie che detterebbe legge nel Premio Strega?

    2) L’articolo non da spiegazioni tecniche del perché secondo te Piperno non avrebbe dovuto vincere lo Strega. Lo hai letto il romanzo?

    3) L’articolo è un po’ referenziale, occorre dirlo. Basti notare che ci hai messo in allegato la copertina del tuo libro, mentre il tono tende al patronizing “Osservando in modo serenamente distaccato il dignitoso cabotaggio del mio romanzo in Italia, ma soprattutto il suo drifting away – ovvero il lento e pacioso allontanarsi al largo nel ben più vasto oceano editoriale americano – posso dire di vivere con sufficiente distacco queste cronache.” L’impressione che dai è insomma che lo Strega non vada bene perché non è stato assegnato al tuo testo…. Non è questo il discorso che facevamo aqui!

    4) Io purtroppo non ho questa tua visione “ideale” dell’universo americano. Sia perché so per certo delle terribili guerre editoriali che vi si combattono (altro che Veltroni!), sia perché di tanto in tanto butto l’occhio su ciò che vi accade. E su ciò che leggono colà. E avevo già in mente di recensire per la prossima stagione il best seller americano che va per la maggiore da più di 20 settimane ovvero l’infausto “Fifty Shades of Grey”. Sfortunatamente non digerisco proprio questo genere di “letteratura” e quindi non so se porterò in porto questo mio proposito. Con questo non sto dicendo che la letteratura erotica non abbia titolo per essere considerata letteratura, dico soltanto che debbo combattere con un mio limite di visione che ad oggi non mi ha permesso neppure di pubblicare su Rosebud qualche racconto di quel tipo che pure mi hanno mandato.

    Ripeto, un mio limite che spero un giorno di superare ma francamente vivo bene pure senza. Detto questo dubito molto (e per partito preso) delle intrinseche qualità scritturali di questo lavoro che sta facendo impazzire gli americani but I will stand corrected should I be proved wrong….

    Questo è quanto. Spero di non averti “spaventato” e davvero mi piacerebbe tu possa partecipare attivamente a Rosebud da Settembre in poi. Se vuoi. C’è sempre da imparare. Per tutti. Kind regards.

  34. Guido Mattioni // 12 July 2012 at 10:26 //

    Innanzitutto grazie, Rina. Per la tua risposta, per la tua simpatica franchezza (non sono spaventato, ci mancherebbe) e per quel graditissimo “tu” con il quale, da stagionato giornalista, mi trovo decisamente più a mio agio. E’ che per rispetto nei confronti di una signora che non conosco – lo so, ora mi bacchetterai dandomi dell’antiquato – ti avevo concesso il diritto di scegliere.
    Ora cerco di colmare le mie mancanze e di spiegare alcune mie ragioni:
    1) Il critico è Emanuele Trevi e la sua compagna è Chiara Gamberale. Non li avevo ri-citati in quanto mi ero appena riferito al precedente pezzo nel quale erano stati nominati, scritto dalla collega di Lettera43 che aveva fatto la cronaca e il retroscena dello Strega
    2) Il mio articolo non voleva entrare nel merito di come è scritto il libro di Piperno, me ne sarei guardato bene non avendolo appunto letto. Se dava quella sensazione, mea culpa, ma non mi pare proprio. Voleva essere soltanto il racconto – un filo “referenziale”, hai perfettamente ragione – di un’esperienza personale del tutto diversa vissuta da me come autore negli Usa. Dove appunto il mio romanzo (inviato online dall’Italia, “un volto tra la folla”, citando Tognazzi nel suo indimenticabile Federale) è comunque entrato nella rosa dei finalisti dopo una corsa alla quale si erano iscritti in mille. Vanesio? O, per dirla alla Zeling, “sborone”? Forse sì e probabilmente anche senza il “forse”. Ma ti assicuro che i rospi e l’amarezza non sono buoni consiglieri. Soprattutto quando non ti vedi nemmeno rispondere (magari mi avessero detto un “No grazie”, ma vivaddio educatamente rispondere quello sì) da due case editrici. Dopo una carriera giornalistica trentacinquennale più che onorevole mi andava bene anche un educato “No grazie”. Ma almeno quello lo pretendevo.
    3) Te lo dico con la mano sul cuore e chi mi conosce lo sa. Sa che dico sempre il vero e che questa cosa la penso: a me, di vincere un premio così, con quei sistemi lì, con i pacchetti di voti controllati come nei congressi della vecchia Dc non mi interessa affatto. Adesso, ingoiati i rospi – chi mi vive accanto sa anche questo – mi godo felicemente la condizione di autore Indie, di autoprodotto. Faccio tutto da solo, da artigiano, divertendomi anche a farmi le copertine con Photoshop. So che qualcuno mi considera per questo un “appestato”, ma ti assicuro che non me la sono mai goduta come me la sto godendo ora da uomo e scrittore/editore assolutamente libero. Le piattaforme editoriali online alle quali mi appoggio sia per gli ebook sia per le edizioni stampate non ti chiedono nulla.
    4) La cover del mio libro non l’ho messa io, ma chi ha impaginato in redazione. Io collaboro, mandando dei pezzi da casa. Quanto al “patronizing”, voleva essere in senso ironico: con quella osservazione del “dignitoso cabotaggio” del mio libro volevo appunto ammettere che non sto vendendo molto da punto di vista quantitativo. Nel qual caso avrei scritto “baldanzoso incedere sui flutti” (scusami Rina, e scusatemi tutti, ma un abissale punto “basso” della mia vita passata mi ha insegnato che è molto meglio vivere con il sorriso). Sono però legittimamente orgoglioso, quello sì – i risultati qualitativi – di quel posto in finale, delle recensioni professionali raccolte in America, dell’essere finito negli scaffali di qualche libreria universitaria Usa e ovviamente anche di tutte le buone cose che sono state scritte in Italia.
    5) Non idealizzo l’America, nemmeno quella editoriale. Conosco bene, uno a uno, i mille difetti di quel Paese, che amo però senza cercare la ragione di quell’amore, proprio come si ama una donna (o un uomo), ovvero in toto, con tutti i suoi eventuali difetti. E su tutto amo un pregio, quello della regola del merito: non la seguiranno sempre tutti e dovunque, certo, ma non c’è gara con Italia, dove è totalmente ignorata.
    6) Concordo pienamente con te che anche nel mondo editoriale anglosassone pubblicano montagne di schifezze (mi dicono, io non l’ho letto, che quella trilogia delle 50 sfumature che ti accingi eroicamente ad affrontare siano tre picchi belli altri di quella corona). Per quello mi ero commosso alla tua citazione del “Vecchio e il mare”. Per me, che a dieci anni avevo letto di nascosto “Uomini e topi” sottraendolo di nascosto a mia mamma (“sei ancora troppo piccolo, non fa per te!”), la loro letteratura è quindi ben altro: è Fante, è Twain, è Faulkner, è soprattutto la mia adorata Flannery O’Connor.
    7) Se un contributo lo vorrai, quando penserò di avere qualcosa di sensato da dire – a volte mi capita – lo farò volentieri. E se non consideri un sessantenne Indie writer come un “appestato” (non penso che tu lo pensi, è il mio solito vizio del sorriso che riaffiora), avrei molto piacere di sottoporre a te, tra le letture dell’estate, anche il mio romanzo. Sperando che tu lo trovi di una sfumatura più dolce dopo le altre 50 (spero non tutte le 150!) che ti sarai sorbita. Ci tengo quindi davvero – ora sono serio – nel chiederti la cortesia di farmi avere un tuo recapito (se lo vuoi in versione stampata) o una tua email se lo preferisci in edizione digitale (dimmi anche se lo preferisci in italiano o in inglese, tutti mi ripetono dall’America che la traduzione è più che ottima).
    Referenzialmente Tuo
    Guido

    PS: Quella copia di “Uomini e topi”, edizione bianca e verde della Medusa Mondadori, ce l’ho ancora, 50 anni dopo. E’ un po’ logora, ma “dentro” Steinbeck è rimasto lo stesso, lui non “sfuma”!

    • Debbo dire che ho molto molto gradito questo tuo intervento piu dell’articolo;-). Perdonami ti rispondo stasera. A te e a un tuo collega che vedo oggi mi ha citato nel suo blog per questioni attinenti. Will write later on.

      Ps ovviamente nel precedente commento intendevo auto~referenziale, i soliti refusi,sorry:)

  35. Guido (mi torna in mente Dante!), grazie per la tua risposta molto garbata nonostante il “caldo” benvenuto. Mettila così, il nostro è una sorta di rito di iniziazione, tipo college americano per intenderci, se il freshman resiste è fatta! Altrimenti, not worth it.
    Scherzi a parte, certo che voglio leggere il tuo romanzo, sia nella versione inglese che italica, giramelo pure all’indirizzo del sito dove vengono mandati tutti i pezzi redazione.rosebud@yahoo.com .

    Tieni presente però che così come ho fatto con Piperno io sarò molto onesta nel mio dire perché così vorrei ci si comportasse con me. E potrebbe pure essere che la mia opinione sia diversa da quella dei lettori americani. Una cosa infatti è concentrarsi solo gli aspetti costruttivi della critica in presenza del testo di un ragazzino o di un autore davvero alle prime armi. Altra cosa è l’inflessibilità che sempre occorrerebbe tenere nei confronti di autori che, come nel caso di Piperno, hanno vinto un premio conosciuto. Con la gloria infatti deve venire la responsabilità. Di buono c’è che non ti dirò mai mi piace o non mi piace tanto per sbrigarmela, piuttosto ti argomenterò i pro e i contro da un punto di vista tecnico, quindi oggettivo. Per quel che vale il mio parere, si intende, cioè nulla.

    Invece ti ringrazio anche per le notizie che ci porti sul Premio Strega. Tuttavia ho avuto difficoltà nel riconciliarle con quanto ho trovato in Internet. Basti leggere, per esempio, questa intervista a Trevi il quale http://www.ilmessaggero.it/cultura/libri/trevi_non_ci_sta_stop_al_premio_strega_degli_editori_lintervista/notizie/206871.shtml sembrebbe chiedere lui stesso uno stop allo strapotere editoriale. Per quanto riguarda Trevi debbo comunque aggiungere che non lo conoscevo. Mai sentito nominare, come detto non seguo gli autori italiani. Ho visto però che si è occupato di analisi di racconti di fate e lì potrei senz’altro dire la mia… visto che uno dei miei miti è il grandissimo Propp. Vedo anche che questo autore (abbastanza giovane, mi pare) si lamenta nell’intervista… semberebbe che questo suo testo meritasse di più. Be’ io credo che per essere corretti nei confronti di Piperno (e anche tuoi va), occorra analizzare pure quel romanzo su Rosebud. Mi riservo dunque di comprarlo quando scendo giù e poi lo recensiamo per fine Settembre. Magari in inglese così usciamo dal cortiletto. E naturalmente usiamo la stessa metodologia critica. Sono curiosa anche perché Gordiano, proprio qua sopra, sostiene che il testo di Trevi sia molto migliore… una ragione ci sarà.

    Sugli Indie writers debbo pure scrivere nella prossima stagione. Non penso affatto che siano “appestati” penso invece che rappresentino in nuce il modus vivendi della scrittura del futuro prossimo e francamente lo sponsorizzo in toto perché la scrittura dovrebbe essere solo contenuto, niente vanity publishing, niente foreste distrutte per ospitare refusi pseudo-artistici, niente creste editoriali, mentre il valido scrittore dovrebbe sempre riuscire a vivere di ciò che produce. Quindi bravo comunque, caro Guido! Attendo il libro quando vuoi e ti auguro buone vacanze. Regards.

  36. In chiusura e come dicevo in precedenza voglio profittarne per elaborare su un occhiello pubblicato in questi giorni dal direttore del bel giornale online antiit.com. Anti è una interessante, quanto diversa, vetrina informativa che tento di seguire sempre quando posso. Il pezzo in questione è questo….

    Intellettuale – È figura del passato, in rapida obsolescenza – “il digital divide riguarda anche l’intellettualismo”, argomenta Rina Brundu, editore-direttore di “Rosebud”, il giornale online. In termini di mercato è come se l’intellettualità – intellighencija nelle sue forme di potere – avesse avuto finora una struttura oligopolistica, con le tipiche strozzature all’accesso e nella selezione (cooptazione, cordate, verticismo), che i blog liberi e i social network hanno sbloccato.
    Non è un prospettiva nuova. Se ne discusse prima della guerra a proposito della “cultura di massa”, a opera della Scuola di Francoforte, e in Italia negli anni 1960. Allora il primato fu agevolmente ricostituito attorno alla cultura “alta”, malgrado la messa in guardia che già cinquant’anni fa circolava a opera di Marshall McLuhan (“il mezzo è il messaggio”, l’immagine, l’informazione immediata, plurima), col passaggio dei poteri dalla Scuola d Francoforte alla Nuova Retorica francese. Di fronte al fenomeno Rete le schiere tardano ora a ricostituirsi.
    http://www.antiit.com/2012/07/letture-102.html

    Il virgolettato che mi riguarda è estratto da una recente discussione sul ruolo di alcuni grandi intellettuali nostrani. Il mio punto, vorrei chiarirlo, non era che quella dell’intellettuale sia figura del passato, o che il fattore intellettualismo non esista più, o non sia più valido, quanto piuttosto che per aspirare al titolo di “intellettuale” (ma poi chi è che vi aspira?) nella dimensione digitale bisogna essere molto più pronti e più preparati di quanto necessitava prima (per la serie, ‘ca nisciun è fess come direbbe Totò!). Se c’è una cosa che mi ha insegnato la Rete sin dagli inizi è infatti il concetto di umiltà non come virtù morale (che non ce ne potrebbe fregare di meno), quanto piuttosto come conseguenza-delle-cose. Delle cose molto pratiche, molto matter-of-fact. Non importa, infatti, quanto preparato, quanto smart, quanto clever, quanto knowledgeable tu possa essere… in Rete ci sarà sempre qualcuno più preparato, più smart, più clever, più knowledgeable di te. E molto, molto spesso sarà più giovane di te. Più giovane e più saggio.

    Perché serve capire questo? Perché quando si va a scrivere un qualcosa in Rete, o meglio a difendere una idea online, non ci sono editori o padroni dietro che possono proteggere o limitare il danno alla tua ignoranza… dovrai essere tu e soltanto tu ad avere tutta la capacità di argomentazione nel sacco e a far valere il tuo punto di vista. Io trovo questa una possibilità straordinaria che ci è stata offerta dalla tecnologia. Una possibilità che premia il merito e la capacità… e considerando i cenacoli clientelari (per non dire mafiosi) che l’hanno sempre fatta da padrone in Italia si tratta finanche di un cambiamento epocale. Che vale per tutti! Ne deriva che se questo mio peregrino pensiero corrisponde a verità non c’é nulla da meravigliare se – per dirla sempre con il direttore – “Di fronte al fenomeno Rete le schiere tardano ora a ricostituirsi”. Just my humble opinion, si intende!

    Ps sorry per i refusi dovuti alla fretta al solito, ma almeno noi non distruggiamo foreste.

  37. da Redazione anti.

    La Cina è lontana, il letterato è leghista di ritorno

    Luzi e Sereni soffrono i galli, che sentono cantare all’alba vicino all’albergo. E non mangiano, soffrono la cucina cinese. Malerba tace e non vede, non che si veda. Arbasino minaccia sempre di pagarsi il viaggio da sé. Tutt’e quattro però si sorbettano ogni giorno estenuanti sedute con delegazioni di letterati cinesi, ai qual rappresentano lo stato delle lettere in Italia e dai quali si fanno rappresentare lo stato delle lettere in Cina. Dopo un preambolo di invettive contro la Banda dei Quattro. L’evento si produce durante il processo alla Banda, col trionfo di Deng, il padre della nuova Cina.
    La Cina è anch’essa remota. I cinesi sono molto interessati e non la smettono mai. Loro conoscono soprattutto “Spartaco” di Giovagnoli (Raffaello, garibaldino). C sono ancora i negozi dell’Amicizia, per straniera, in valuta, dove poter comprare qualche ricordino. Gli alberghi si chiamano della Serenità. I letterati sono tutti per il bene del popolo e il progresso. Con comitati dì accoglienza, fiori, delegazioni, eccetera. E si firmano protocolli: per gli scambi culturali, per il progresso delle arti e le scienze, eccetera.
    Periodicamente i letterati italiani erano convitati fino al 1980 a visitare la Cina. Il primo viaggio fu nel 1955, la delegazione fu la più nutrita. L’ultimo è questo del 1980. Dopo ogni viaggio, singolo o in delegazione, che durava una o due settimane, anche tre, i viaggiatori scrivevano libri. Una sorta di genere, dell’improntitudine. I primi si leggono con raccapriccio, Banfi, Fortini, Macciocchi, dal 1956 in poi. Quelli del 1983-84, sul viaggio del sindacato nazionale scrittori del 1980, si può dire che coronano un ciclo. Volponi e Calvino, anche loro invitati, si defilarono, ma non si può dire a loro lode, lo fecero per ortodossia di partito, il Pci era con l’Urss contro la Cina. Mario Luzi coronò il viaggio nel 1984, dopo riflessione, con un “Taccuino di viaggio in Cina” cui premise un commosso poemetto, “Reportage”. Malerba si produsse nel 1985 in uno scarno libretto “Cina, Cina”, di frasi fatte. Vittorio Sereni lasciò inedite le note di “Viaggio in Cina”, Solo Arbasino, che aveva viaggiato a lungo in Asia prima che in Cina, scrisse qualcosa di meno approssimato, in “Trans-Pacific Express”: i “segni sono tutti diversi, le forme non coincidono, i nostri strumenti non funzionano né combaciano”. Ma, alla rilettura, anch’egli eccezionalmente noioso (ripetitivo): sembra che anticipi l linguaggio leghista, un provincialismo di ritorno in quegli anni cosmopoliti. Sereni è valetudinario. E, per così dire, ingenuo – “Canton mi ricorda molto Tashkent”. A un certo punto ha “il sospetto” che il processo alla Banda dei Quattro “sia manovrato”. Sereni e Luzi non sopportano Arbasino – sarà la parte più vivace dei loro ricordi.

  38. Condivido: non c’è un impianto filosofico di fondo. Sono arrivata a pagina 147 e ancora non l’ho trovato, e, considerato l’andamento, credo che, come dice Rina, non lo troverò. Però continuo a leggerlo, perché la fantasia verbale di Piperno mi piace. Un po’ adolescenziale, se vogliamo, ma mi piace (mentre non mi è piaciuta la linearità di Carmine Abate, l’ultimo Campiello). E poi mi piace come delinea i personaggi, anche i minori. Sono gonfi di vita.
    L’insistenza sui problemi sessuali dei protagonisti è, appunto, “insistenza”, come per cercare un appoggio da parte del lettore, ma qua e là ci sono dritte meno terra-terra, come quando parla di Jacob e del genere di persone che rappresenta: “essi ritengono che l’aver ottenuto un così brillante successo sul lavoro li autorizzia pronunciarsi sull’intero scibile umano”. un piccolo dettaglio che, fuori della carta, si ritrova spesso; e ce ne sono altri, nel corso del libro.

  39. Grazie per questa testimonianza che a mio avviso propone una prospettiva di visione più bilanciata. I libri infatti, i buoni libri, parlano ai tanti in maniera diversa. E’ questo è un di pù non un elemento negativo. Buon Anno!

  40. chatwin65 // 3 January 2013 at 09:10 //

    mi è arrivato tra le mani, per un caso strano, stranissimo…, il libro di piperno di cui non sapevo assolutamente nulla. ieri ho cominciato a leggerlo [prime venti pagine]…premetto che sono mesi ormai che non riesco a farmi prendere da un libro, tanto da finirlo. solo ogni tanto qualche stralcio di Marquez, la mia passione! vedremo cosa succede…vi aggiorno. buon anno…

  41. càpito su questo post perché ho appena finito di leggere “inseparabili” e lo sto metabolizzando. sono d’accordo sulle domande riguardo il ruolo dei premi letterari, tanto che mi ha stupito constatare che nel 1953 e nel 1958 il premio strega è stato assegnato a due prodotti fondamentalmente simili, ossia i racconti di bontempelli e di buzzati, entrambi sulla linea del realismo magico.
    la sensazione è che, nonostante sia il libro a ricevere il premio, l’intenzione sia quella di riconoscere, più genericamente, la validità di uno scrittore e la sua capacità di fissare la contemporaneità.
    sono tantissimi gli strega i cui titoli non sono durati più di tanto, così come le canzoni che vincono a sanremo, quindi nel caso di piperno avresti comunque molte possibilità statistiche di vittoria 😉

    mi dispiace che tu non abbia finito di leggere questo. io l’ho fatto durare una settimana ed è stata una compagnia molto piacevole, tanto che mi procurerò volentieri anche il primo libro del dittico. riguardo lo stile, l’ho trovato un buon compromesso fra la scompostezza dell’italiano colloquiale e la sobrietà di quello letterario.

    ps il tuo blog è molto interessante. 🙂

    • Grazie per il tuo commento e per il suo tono garbato tanto più necessario in coda a questo articolo. Ma anche per le buone parole sul testo in questione.
      Di fatto questo pezzo che non mi sono degnata neppure di editare è stato letto migliaia di volte e la cosa mi ha procurato un po’ di fastidio perché la mia intenzione non era procurare cattiva pubblicità allo scrittore.Il senso di colpa è stato tanto forte che a momenti stavo quasi per comprare il suo ultimo libro e recensirlo in positivo che mi piacesse oppure no.
      Ma avrei sbagliato. La verità è che quel testo e quella scrittura non mi piacciono così come non mi piace lo stile italiano in genere. Non ritengo che la scrittura sia dono di noi italiani. Noi siamo grandi pittori, archittetti, ingegneri, designer di moda… insuperabili.. ma la scrittura…. è cosa altra.
      Ne so qualcosa dato che ho sempre vissuto nella terra degli scrittori per eccellenza: gli irlandesi, senza i cui autori la letteratura inglese tutta si ritroverebbe mozzata a metà.
      Ma il danno sarebbe anche superiore. A livello globale con tutto il rispetto per gli uccellini di Piperno.
      Ciao

      • tocchi un tasto dolente… la capacità scrittoriale degli stranieri è sconosciuta a chi non ha la piena padronanza delle lingue, e deve accontentarsi (come me) dei filtri delle traduzioni… comunque a me è piaciuto come lui scrive. o almeno come scrive in questo libro. insomma ho capito, quello che pensiamo di piperno è tutta una questione di stile 😉

  42. I wouldn’t say so, I would say technicalities all right, but with a strong stress on imagery usage capability, overall narrative plan, overall meaning, moral target(?)… etc etc.. by this I mean the basic set of traits that make a novel worth to be remembered. These elements are missing there as well as within all the recent novels who won prizes such as the Strega one..
    Of course there are also other reasons for the status-quo.
    This is not the novel age, this is the cinema age…. And the next Literay Nobel Prize should go either to Stephen King or Aaron Sorkin and the likes.
    Just my opinion.
    Regards

  43. nuvolesparsetraledita // 30 August 2015 at 08:42 //

    Quanto mai attuale!
    😊

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