PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 10

Dubbi amletici: ma Dio è felice?

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

di Francesco Pilloni. Richiesto su che cosa desiderasse di più nella vita, un mio alunno di Maracalagonis, 12 anni e QI 54, rispose che stare vicino al caminetto a mangiare porchetto arrosto e bere vino nero, vicino a un amico bravo a raccontare le storie, era il massimo: “Mi sentirei da dio, – disse – contento come un papa, felice come una pasqua”. Le metafore per esprimere le sensazioni più piacevoli sono un distillato del buon senso popolare che accredita Dio, il suo rappresentante in terra, il momento della sua vittoria sulla morte, come l’essenza stessa della felicità. Ma Dio sarà felice veramente?

La domanda che mi pongo non nasce dalla preoccupazione per la condizione della Divinità: non ho indizi che mi portano a pensare che Essa soffra di un momento di afflizione derivante, ad esempio, dalla piega  non entusiasmante che hanno assunto le sorti del genere umano il quale, al momento attuale, per palese apprezzamento e unanime valutazione,  non beneficerebbe di una fase appagante del suo sviluppo.  È sorta invece dalla curiosità, dal vizio antico di voler capire come funziona la realtà che mi sta attorno, cosa si nasconde dietro ogni fenomeno, finanche dove il meno dotto fra i gesuiti riuscirebbe a spiegarmi che il nulla esiste e a convincermi che esso è pure stramaledettamente colmo; dove un parroco di paese basta per mettere in chiaro che Dio non può non essere felice, in quanto tutto, e dico proprio tutto quello che succede nel mondo, accade col suo consenso in quanto il creato, e l’umanità con esso, viaggia verso le mete che Egli ha stabilito, mete salde, ben precisate, se pure non istantaneamente percepibili alla nostra razionalità; dove anche un vecchio sacrestano sa distinguere il vizio dell’infelicità dalla virtù del suo contrario e concludere che dunque Dio, che è perfettissimo, non può conoscere alcun vizio, neppure quello di una leggera insoddisfazione.

Mi pare di poter obbiettare almeno al sacrestano, ricordandogli che la venuta del Figlio di Dio fu il rimedio, ritenuto necessario agli stessi occhi del Padre che lo mandò, per correggere un fatto inequivocabilmente imprevisto come la deriva della genia degli uomini dalla via tracciata dal Creatore, già a partire da Adamo medesimo, per seguitare con la stirpe di Abramo da Ur, alla quale fu rivolta la Sua attenzione tanto benignamente da stringerci alleanze eterne, superando l’evidenza per cui ad essa, trascorsa una giornata senza che ne avesse combinato una delle sue, il buio della notte successiva non bastava a nascondere riemergenti velleità di rivolta. Risparmierei all’aiutante del parroco i ragionamenti di un Erasmo che dimostrò sino alla noia  come la felicità, almeno negli uomini e nelle donne di questo mondo, sia figlia della follia: pertanto parrebbe irriverente verso Dio accreditarLo di essere felice, poiché equivarrebbe a considerarLo folle.

Col parroco del mio paese potrei stendere un ragionamento a partire dall’attualità dei messaggi del nostro papa Benedetto che non perde occasione per rincrescersi degli episodi inumani che colpiscono i figli di Dio in questa e nelle altre parti del Globo, sia che pertocchino gli adepti alla Chiesa di Roma o altre popolazioni con credi differenti o senza, fatti tutti che lo rattristano oltre ogni dire, che lo inducono a chiedere a noi peccatori di pregare intenzionalmente e di operare positivamente affinché cessino misfatti di tal genere, specialmente quelli che coinvolgono i bambini. Francamente mi pare difficile prevedere che il mio prete obbietti contro questa semplice constatazione della realtà che è cronaca domenicale, per questo mi permetterò di borbottare per chiedergli, constatato che il Papa, legittimo  rappresentante del nostro Dio in Terra, è angosciato, come può Dio non essere sfiorato da un’ombra di sconforto?

Rintuzzerà la mia logica più o meno stringente con argomenti quali l’inconoscibilità del disegno di Dio per l’umanità o dell’inammissibilità per noi umani di attribuire a Dio categorie dello spirito che sono state coniate per l’uomo? Se, per sua scelta, insisterà sull’impossibilità per noi umani di vedere con chiarezza i destini che ha forgiato per ciascun individuo del creato, uomini e scimmie inclusi, e per tutti quanti nel loro insieme, potrò sempre far valere l’idea secondo cui pare insopportabile alla coscienza il fatto che il male, le cattiverie e le atrocità, tutto quanto insomma viene prodotto dalla malvagità, sia un passaggio più o meno obbligato per addivenire ad un bene infinitamente più grande. Concluderei che dovrebbe convenire con me che il miglior interprete del pensiero divino non è stato Pietro, Paolo o Giovanni Paolo, ma un fiorentino del Cinquecento che di cognome faceva Macchiavelli: anche per Dio il fine giustifica i mezzi?

Per quanto riguarda l’opzione dell’impossibilità di attribuire al Creatore categorie dello spirito modellate per le creature, il mio prete si assumerebbe la responsabilità di smentire un bel po’ di Catechismo e di Scritture, a cominciare dalla definizione stessa di Dio, “Essere perfettissimo, creatore e signore del cielo e della terra”, e a niente varrà il sofisma secondo cui l’uomo non può essere perfetto poiché anzi è imperfetto, giacché mai potremmo dire di qualcuno che sia imperfetto, se non avessimo chiara in mente di cosa sia la perfezione. Non potremmo pensare della Divinità tutte le buone qualità espresse con gli aggettivi (con uscita in –issima) come grande, buona, potente, misericordiosa, sapiente, intelligente, giusta e integra (nell’ultimo caso l’uscita in –errima), come siamo abituati a pensare e a dire sin da bambini. Diversamente, il nostro Dio sarebbe un Essere senza Qualità, incomprensibile e inimmaginabile, un qualcosa di confuso, di nebbioso, di poco chiaro nei contorni e nella sostanza, tale che ci apparrebbe abbastanza estraneo, fuori da ogni orizzonte conosciuto, tutto compreso in se stesso. Qualcosa o qualcuno di cui si può tranquillamente fare a meno, qualcosa che potrebbe pure essere chiamato Caso, il quale appunto non può essere pensato grande o piccolo, intelligente o stupido, e così enumerando in attributi, salvo a dire che sia stato fortunato o sfortunato, tenendo bene a mente, in ogni circostanza, che la fortuna o la malasorte è l’effetto subito dall’individuo dall’inframmettenza del Caso, se viene percepito come gradevole o sgradito dal soggetto o nel giudizio altrui.

Il mio prete, non si discute, è intelligente: giocherà le sue carte migliori, mi metterà di fronte al mistero del sovrannaturale, ai dogmi, al dono della fede cosicché io, per uscire salvo dalla morsa fatale costruita con concetti e percorsi da tempo collaudati, sarò quasi costretto a dichiararmi miscredente, affinché lui possa concludere, serio in volto come chi non è aduso a gioire della vittoria, che potrà solamente e comunque pregare per me. Non lo ringrazierò per questo, non perché disconosco il suo diritto di pregare a favore di chi ritiene opportuno, ma perché è proprio inutile intercedere a mio favore: è una battaglia persa la sua, perché sono composto da un impasto mal riuscito, mi ci vuole almeno un’altra vita per rientrare nel gregge.

E la domanda però resta, non so quanto insulsa o quanto appropriata, lucida e tagliente come una scaglia di ossidiana: sarebbe sicuramente vana se non fosse genesi per un’angoscia sottile che mi spinge ad escludere razionalmente l’esistenza di uno dei termini che non riesco a coniugare insieme, Dio e la felicità, senza essere in grado di optare per uno di essi. A questo punto, l’incompatibilità fra Dio e la felicità mi appare concretamente provata: conseguentemente, se non riesce ad essere felice Lui, come potremmo sperarlo noi? La visione aberrante di un mondo pieno di Dio e contemporaneamente infelice mi pare impropria: in un tal contesto, come può conciliarsi un san Francesco? Al contrario, un seme di felicità che germina nel mondo, peraltro in un mondo senza Dio, non è da escludere, anzi è fortemente attendibile per quanto l’esperienza ci mette sotto gli occhi in quotidianità, per esservi stati dentro anche noi, a sbalzi e a mozzichi. Mi sembra di vedere un barlume, ma non riesco a superare la barriera che s’interpone tra me e la verità; come un moscone ronzo e mi affanno contro il vetro impenetrabile di una finestra: è pur vero che volo, ma resto comunque prigioniero.

L’altro ieri, alla Fiera, ho intravvisto il mio ex alunno di Maracalagonis: più vicino ai cinquanta che ai quaranta, girava per gli stand con due marmocchi e una signora non male. Non ho avuto modo di parlarci, non mi ha visto, non so niente più di lui, ancorché apparisse soddisfatto: che abbia scoperto nuovi elementi per aggiornare il suo personalissimo paradigma della felicità?

Featured image, il volto di Dio, Michelangelo, Cappella Sistina.

9 Comments on Dubbi amletici: ma Dio è felice?

  1. Angela, ho letto l’articolo ed il tuo commento tanto incisivo quanto estremamente saggio: il segreto della felicità lo conosci a puntino: accontentarsi! E’ vero. Si fanno elucubrazioni (esattamente come le ha fatte Pilloni) su Dio, sulla Sua Essenza, poi ognuno se ne fa un’immagine propria, su misura per sé stesso, e non si affida all’esegesi ufficiale, che sia di questa o quell’altra religione. Ognuno si crea il Dio che preferisce: a volte tiranno, iroso, vendicativo, come quello dell’Antico Testamento, a volte misericordioso, perdonante, materno, come quello che ultimamente viene disegnato dalla Chiesa. Ma è sempre un Dio a misura d’uomo. E nessuno ancora sa Chi sia veramente Dio, La Chiesa Cattolica insegna che il volto di Dio è quello di Gesù, e che per conoscere davvero la dimensione della Divinità dobbiamo fare riferimento al Cristo. Questo in sintesi. Ma l’umanità è sempre discendente di Caino, e non di Abele, quindi il male fratricida continua ad imperversare sul mondo. E continuerà a farlo. Allora dobbiamo guardare al nostro piccolo universo personale, e farci una ragione dei nostri limiti, e non cercare nella felicità la panacea di tutti i mali. Hai ragione Angela, la felicità consiste nella saggezza dell’accontentarsi, così che se accade qualcosa di straordinario nella nostra esistenza, lo consideriamo un dono eccezionale, ma estemporaneo, e se ci accade qualcosa di male, non cadiamo nel totale sconforto. Ci si accontenta anche in questo, pensando: poteva capitarmi di peggio!!!
    E comunque già dovremmo essere felici di possedere la vita, altrimenti non saremmo qui a scrivere di Dio, del fatto che Egli possa essere felice o meno. Sicuramente la Sua idea dell’uomo era che fosse a Sua immagine e somiglianza, ed il fatto che invece siamo solo una fattispecie di Lui, deve averlo fatto incavolare non poco!!! Per questo ci ha dato dei Maestri, non voglio essere di parte, schierandomi verso questa o quella religione, e neppure verso l’ateismo. Maestri saggi, che ci insegnano COME vivere. E per quanto riguarda i non credenti, proprio l’altro giorno il Padre Provinciale Carmelitano della Provincia Lombarda, in visita a casa mia, disse a mio marito che non crede, senza tanta catechesi o parole teologiche: “è sempre meglio prevenire, non si sa mai!”. Meglio credere, quindi, anche se poi nell’aldilà dovesse esserci un buco nero, perché nel caso ci fosse davvero Dio, ci saremmo fregati da soli! E lo dico per quel concetto di felicità che su questo Pianeta è utopistico, ma che pare troveremo in Paradiso, dove non c’è pianto né stridor di denti! Dove regna la felicità eterna. E adesso vado a Messa!!! Buona domenica a tutti!

  2. francu pilloni // 27 May 2012 at 12:18 //

    Spero di non averla annoiata a morte, signora Angela, con le lungaggini del mio ragionamento. A ben leggerlo, si comprende come il mio ex alunno, QI (Quoziente di Intelligenza) pari 54 (la normalità è 100), non abbia mai coltivato pensieri molto complessi. E se, come dico alla fine, ha trovato altri motivi per essere felice, evidentemente ha attinto all’istinto più che alla razionalità. Ciò comporta una serie di considerazioni che non le faccio, perché ci ha già pensato da sola.

    Quanto alla signora Danila, mi complimento per le considerazioni che porta, ma mi permetta di stupirmi del discorso terra terra del Padre Provinciale, che sicuramente ha un QI molto elevato, ma che arriva a conclusioni di furbizia contadina, più o meno come il mio ex alunno: è sempre vero che le vie del Signore sono molteplici!

  3. Vorrei chiarire il concetto del Padre Provinciale, che non è uno sprovveduto: con chi crede, con chi ha fede, usa un linguaggio: teologico, di alta spiritualità, ma con chi dichiara di non aver fede, usa un linguaggio scarno, ma di effetto:” Meglio prevenire: nel senso che, se pur non credendo, vivi da persona onesta, e caritatevole, hai comunque fatto il tuo dovere di uomo integro. Se non c’è che il nulla, dopo, avrai comunque speso una vita che ha lasciato il segno su coloro che ti sono stati vicini, e un buon ricordo di te, se invece c’è il Padre ad attenderti, allora sarai accolto in trionfo. In ogni caso, l’insegnamento è chiaro, vivi da Uomo con la maiuscola! A volte non servono discorsi lunghi, pieni di esegesi, per spiegare una fede, a volte bastano parole semplici, e colpiscono molto di più!
    Proprio stamane, che è la Pentecoste, ovvero quei 50 giorni dopo la Pasqua, durante il quale lo Spirito Santo è sceso sugli apostoli, nell’epistola Corinzi 12, si legge dei doni dello Spirito: (se non credi nello Spirito di Dio, pensa come se fossero doni naturali) doni che sono i personali carismi di ogni individuo: c’è chi ha il dono della guarigione, quell’atro della scienza, dell’altro delle lettere, quell’altro ancora delle lingue, o dell’arte, o di qualunque altra capacità o abilità intellettiva e manuale. Allora io credo, e lo credo fermamente, che se ognuno di noi si rendesse veramente conto di quale sia il proprio dono carismatico, cosa ha avuto che altri non hanno (intelligenza, abilità manuale, cultura, senso dell’arte, passione per la scienza, ecc.) dovrebbe di per sè essere felice, anche nelle traversie della vita, e questa sua felicità si riversa in Dio. Dio non ha dato doni in ugual misura a tutti, ne ha distribuiti secondo scienza e coscienza. E a Lui basta che il singolo individuo conosca il proprio talento, e lo faccia fruttare, Anche se è uno solo. Così rendiamo felice Dio. Ma Lui sa anche che, pur avendo distribuito talenti a iosa, molti li hanno spesi in cose di poco conto, o li hanno dilapidati, o sotterrati, non facendoli emergere nella loro esistenza, anzi, bruciandoli in insignificanti scelte. Allora Dio si intristisce.
    Perché Dio non è altro che l’Universo tutto, del quale facciamo parte anche noi, che siamo scintille della Sua stessa Entità, poiché anche l’umanità E’ Dio, se capisce l’alto valore della propria vita. Anche se fosse solo questa che stiamo vivendo. Noi non possiamo, come stiamo facendo da millenni, metterci al posto di Dio, crederci Dio, ma possiamo comprendere che facciamo parte di Lui, in quanto siamo parte del’Universo. Purtroppo spesso spendiamo male questa nostra vita, i talenti che ci sono stati donati, e allora ci intristiamo, diventiamo cattivi, a volte feroci, e siamo noi stessi a ribaltare le sorti della nostra felicità o infelicità. Non diamo la colpa a Dio, cerchiamo di essere felici per quello che abbiamo, anche se poco, perché desiderare cose grandi, cercare di arrivare in cima a chissà cosa, ci porta a cadere poi così in basso, nella delusione del non ottenimento, che ci procuriamo da soli una grande infelicità, che diventa infelicità divina.

  4. chiedo venia per i refusi: ho scritto tre volte il commento, e per un problema tecnico,si è cancellato, per cui non sono stata a perder tempo nel controllare la scrittura, badando al contenuto! Buona domenica a tutti

  5. francu pilloni // 27 May 2012 at 20:29 //

    Certo, signora Angela, 75-80 è un QI che statisticamente comprende le persone cosiddette normodotate. Il suo ragionamento sull’accontentarsi, a parte che è la mia amara conclusione, val bene per chi ha avuto meno talenti, per dirla come la signora Danila, ma è un insulto per chi ne ha avuto di più. Che la felicità non sia direttamente proporzionale all’intelligenza è cosa risaputa, ma se le persone intelligenti devono prendere esempio dallo “scemo del villaggio”, mi pare troppo.
    Non ho detto che io sono infelice, anzi ho detto il contrario anche se “a sbalzi e a smozzichi”: mi chiedevo solamente, senza aver trovato una risposta, poco aiutato anche dai vostri graditi e complessi commenti, se Dio, almeno Lui, sia felice e, anzi o, se possano coesistere la felicità degli uomini con l’esistenza di Dio. E quando dico Dio, parlo di quello cristiano cattolico e non di altri improbabili quanto scarsamente identificabili divinità, che appagano forse il desiderio di confidare in alto loco le incombenze cui non riusciamo o non intendiamo sottostare.

    Signora Danila, so bene che il suo Padre Provinciale non è uno sprovveduto, non lo è neppure il parroco del mio paese che conosce a menadito “concetti e percorsi da tempo collaudati” per la catechesi dei dubbiosi come me. Sono cresciuto in una scuola di religiosi, perciò mi lasci dire che li conosco bene e alcuni li conservo nel cuore come veri fratelli maggiori.
    Per vivere una vita da uomini probi, bastano e avanzano gli insegnamenti di un Seneca, che agli dei credeva poco e al paradiso ancor meno. La mia meraviglia sta nel fatto che il ragionamento del suo Padre Provinciale mi è sembrato, sbagliando io, alla logica di un gioco d’azzardo, tipo “gioco 1 euro al Superenalotto: se perdo, la cosa è trascurabile, ma se vinco…”.

    In ultimo, vi ringrazio per avermi dato la possibilità di uno scambio di idee il quale è maggiormente proficuo quando le opinioni non combaciano.

  6. mi dispiace che lei, caro Pilloni, abbia preso di mira il mio Provinciale, che tra l’altro è anche ottimo amico di famiglia. Si tratta di persona colta, scrive libri da una vita, dirige la rivista Pregare con sede a Roma. Ma è anche persona sottilmente ironica, intelligente e proprio questa sua intelligenza lo ha portato a dire quella frase. Infatti, se si fosse messo a catechizzare mio marito, non credente al contrario di me, lo avrebbe solo annoiato a morte, e forse allontanato ancor più dalla possibilità di un incontro con Dio. Invece gli ha dato da pensare. Non sono solo grandi tomi teologici ad insegnare, a volte basta un semplice aforisma, una frase concisa.
    Per quanto riguarda il resto, mi spiace non essere stata in grado di darle un chiarimento soddisfacente: non ho in tasca il bigino delle risposte ai problemi così complessi. Io spero solo che Dio sia felice, poiché se non lo è Lui, poveri noi!!!

  7. Federico // 27 May 2012 at 22:46 //

    Vi ringrazio di aver pubblicato questo scambio di opinioni: un tema interessante e delle risposte profonde (se non sbaglio viene richiamata anche la scommessa su Dio di B. Pascal)

  8. Grazie a lei signor Federico… torni a trovarci, quando vuole. E magari partecipi a Rosebud. Ricerchiamo sempre autori validi. E idee nuove.

  9. francu pilloni // 28 May 2012 at 17:24 //

    Signora Angela, il suo commento è molto amaro, ma se mi lascio cogliere dall’assillo di essere felice ad ogni costo, quando mai potrò essere felice?
    Quanto al fatto che Dio sia o non felice, certamente è un problema suo, ma anche una mia curiosità la quale in me è pari solamente alla supponenza.
    Quanto poi al problema di imitare lo scemo del villaggio, lo so che si può passeggiare e godere del panorama seduti su una carrozzella, ma quanto è meglio farlo camminando sulle proprie gambe.

    Signora Danila, se vuole mi chiami pure Francu come faceva mia madre, le assicuro che non è una parolaccia.
    Lei sbaglia circa il suo Padre Provinciale: non ce l’ho con lui, anzi mi piacerebbe conoscerlo e parlarci, circa le cose di questo e di quell’altro mondo. Se non sarà possibile in questa vita, sarà nell’altra, dato che sono convinto che si vive almeno due volte. Almeno e solo due volte. E non mi chieda spiegazioni in merito, perché questo è l’unico dogma della mia vita.

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