Advertisements
PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 9. Breaking News

Servizio Pubblico – Sul giornalismo figlio del “lato oscuro della forza” di Santoro, Travaglio, Lerner. E su Mark Zuckerberg.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

di Rina Brundu. Oggi il titolo Facebook ha debuttato a Wall Street. Uno straordinario successo a livello retail, una operazione finanziario-mediatica colossale seconda soltanto a quelle che a suo tempo riguardarono la General Motors e Visa.

Però debbo scriverlo: io odio Facebook! Più passa il tempo e più quella dimensione virtuale mi appare come una sorta di favela intellettuale, una baraccopoli del terzo millennio, quando tutto ciò che si vorrebbe è trasferirsi in una Manhattan mentale ideale. Odio Facebook ma mi piace Mark Zuckerberg! Mi piace perché, per tanti versi, lo vedo come il miglior figlio di quella mia generazione ormai cresciuta che, una una quindicina di anni fa, si diede appuntamento tra le verdi vallate della Tigre Celtica per animare il grande boom tecnico prima e quello finanziario poi, e che a suo modo contribuì a cambiare il mondo. A digitalizzarlo. A velocizzarlo. A renderlo per certi aspetti più umano e per altri aspetti peggiore.

I padri di Mark Zucherberg infatti siamo noi. Noi che quando le prime dotcom americane si spostarono al di qua dell’Atlantico, e presero ad assumerci in blocco, senza che manco ci sprecassimo ad inviare il curriculum, imparavamo a smontare e rimontare motherboard di computer che oggi paiono dinosauri, noi che quei sistemi li collegavamo ad unità di backup tipo Iomega, zip e jazz drives, e poi ci occupavamo del loro supporto tecnico in tutta Europa. Noi che comunicavamo via email quando ancora in Italia l’email era un privilegio per pochi, noi che imparavamo a scrivere manuali tecnici, noi che ci interessavamo di localization in infiniti idiomi. Noi che facevamo colloqui di lavoro con manager che indossavano magliette con facce buffe sul davanti e regolarmente sporche di nutella e di marmellata sul colletto. Mark Zucherberg d’antan ma che già dicevano tutto di come sarebbe andata a finire. Per lo più dicevano che il tempo dei manager in cravatta era rimasto soltanto per i simil-manager, o per quelli imprestati alla politica più becera.

I padri di Mark Zucherberg siamo noi. O meglio, quella mia generazione che studiava il mondo nuovo, che parlava di una diversa tipologia di management e di leadership. E la applicava. Quella generazione fondamentalmente yuppie ma a che differenza degli yuppie italici anni 80 aveva un know-how tecnico straordinario e una visione delle cose più rilassata. E più ottimista. Già, l’ottimismo! Il key-factor a mio avviso nella creazione dei leader, anche imprenditoriali, anche comunicazionali, moderni. Di sicuro il key-factor dietro lo straordinario fenomeno Facebook. E dietro il lungo percorso che ha portato al suo successo.

Sarà stato dunque per questo motivo che ieri sera, per la prima volta nella stagione, ho “spento”… Servizio Pubblico? Sarà stato forse per questo motivo che ieri sera, per la prima volta nella stagione, ho “spento” il programma online di Michele Santoro? E Marco Travaglio con lui? E Gad Lerner subito dopo? Non ho potuto fare a meno di notare, infatti, un abisso tra quell’ideale zuckerbergeriano operativo, propositivo, ottimista di cui parlavo nei precedenti paragrafi e l’obsoleta atmosfera da doomsday, ripetitiva, pessimista, autoreferenziale (Santoro basta per favore con questa storia della Rai!!), che si respirava la notte scorsa nello studio di Servizio Pubblico.

Dico atmosfera obsoleta perché chiunque abbia fatto davvero parte di quella mitica generazione di cui sopra, sa benissimo che il momento del “gran pianto” per tutti i suoi figli e per il mondo che abitavano, che il momento del grande-tracollo per tutti i loro sogni e per tutte le loro speranze fu senz’altro quell’infausto 15 Settembre 2008 che segnò il default della Lehman Brothers. Il resto – questa seconda ondata recessionistica compresa – è mera consequentia-rerum. Ma dove erano allora tutti i commentatori italici che adesso fanno la coda per un intervista a Tizio o a Caio negli ex salotti buoni della finanza, che si riempiono la bocca di spread e di altri termini tecnici che fanno finanche fatica a comprendere e ancor di più a pronunciare? Dov’erano mentre il resto del mondo andava in malora? Semplice, insieme agli altri connazionali erano impegnati a fare la dolce vita. Che in Italia vuol dire tutto e di più! E dunque anche soltanto occuparsi di divagazioni politiche salottiere pro e contro Berlusconi, pro e contro Peppone, pro e contro Don Camillo.

Servizio Pubblico è, come mi è capitato spesso di ripetere, una ottima trasmissione e una vincente intuizione giornalistica. Inutile dire dell’ammirazione che ho per Travaglio e per lo stesso Santoro. Tuttavia, è pure vero che questa specie di giornalismo figlio del lato oscuro della forza – per dirla con il Master Jedi  Yoda – nel quale spesso e volentieri indulgono questi professionisti dell’informazione, non mi piace. Anche il giornalismo può e deve essere saper essere propositivo quando è necessario. Anche il grande giornalismo può e deve saper diventare carica ottimista capace di portare un aiuto sostanziale in un momento di difficoltà globale. Come a dire che non basta criticare. Fatta la critica occorre passare all’operatività rifuggendo l’autoreferenzialità e mettendo avanti un interesse che non può essere solo quello “pubblico” ma che per forza di cose deve essere quello.. di tutti. Detto altrimenti, le poltrone, anche quando soltanto ideali, bisogna dimenticarle!

Non ci si riesce? Tutti a scuola da Mark Zuckerberg, un giovane ma già saggio jedi!

Featured image, Servizio Pubblico e Mark Zuckerberg.

Advertisements