PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 9. Breaking News

Le recensioni di Gordiano Lupi (Trevi, Troccoli, Naspini, Cecchetti, Verdone).

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Emanuele Trevi

Qualcosa di scritto

Ponte alle Grazie – Pag. 256 – Euro 16,80

Qualcosa di scritto è tra gli undici finalisti al Premio Strega per opere di narrativa, il suo editore lo classifica come romanzo, anche se Emanuele Trevi, quasi per giustificarsi, inserisce in apertura la citazione da una lettera che Pasolini scrisse a Moravia parlando di Petrolio: “È un romanzo ma non è scritto come i romanzi veri: la sua lingua è quella che si adopera per la saggistica, per certi articoli giornalistici, per le recensioni, per le lettere private o anche per la poesia”. Qualcosa di scritto non è un romanzo ma resta un grande libro, un piccolo capolavoro che ogni cultore di Pasolini non può fare a meno di leggere per capire a fondo la personalità e le idee del nostro più grande intellettuale del Novecento. Trevi racconta un Pasolini che ha studiato con passione attraverso la sua opera, ma narra anche l’amore viscerale di Laura Betti per un poeta visionario, la passione con cui questa attrice di talento ha cercato per tutta la vita di non far dimenticare un grande scrittore. Qualcosa di scritto è un’opera di saggistica su Pasolini, soprattutto sul romanzo postumo Petrolio, scritta come un romanzo, intervallata da momenti autobiografici di grande interesse universale. Per fare un paragone irriverente niente a che vedere con La casa sotto i portici di Carlo Verdone, scritto da un dilettante, infarcito di luoghi comuni e di pettegolezzi inutili. Qualcosa discritto è letteratura allo stato puro, opera di un autore che dai venti ai trent’anni si è preoccupato soltanto di imparare a scrivere bene – per usare le sue parole – e ci è riuscito alla perfezione. Il libro ti fa venire voglia di andare a cercare Petrolio – il solo libro di Pasolini che non ho letto -, definito da Trevi “un grosso frammento, quello che resta di un’opera folle e visionaria, fuori dai codici, rivelatrice… una bestia selvaggia… una provocazione, una confessione, un’esplorazione, un testamento… tutto macchiato di sangue”. Petrolio è un romanzo che proviene da un’altra epoca, da un’altra dimensione, incomprensibile in una stagione letteraria dominata dalla bella storia, confezionata da un editor, resa omogenea e uniforme, a misura di lettore. Pasolini non avrebbe capito, perché non è mai esistito un intellettuale più anarchico di lui, più refrattario all’uniformità, al gusto unico nazionale, alla società berlusconizzata da consumi, pubblicità e televisione. Pasolini era una forza del passato che odiava la mediocrità, un autore da continuare a leggere perché specchio dei tempi e rivelatore di quel che siamo diventati. La sua lotta contro l’omologazione culturale, combattuta con le armi del cinema, della narrativa e della poesia, continua a far da monito anche in un mondo popolato dai nuovi barbari di una realtà postatomica. “Adesso non è più la borghesia a fare da modello alla plebe, ma è questa che, assorbito tutto quello che c’era da assorbire, si afferma come oggetto di imitazione, è il modello di tutti i borghesi, si accampa nei quartieri alti come accadeva nella visione apocalittica di Zola”, scrive Trevi. Come non condividere? Pasolini comprende a cinquant’anni compiuti di aver perso per sempre la gioia erotica, perché il mondo è ridotto a merce, per lui è uno scenario insostenibile, un inferno che si impadronisce della vita. Trevi ci induce a leggere Petrolio e a vedere un film estremo ma illuminante come Salò alla luce di questa considerazione: Pasolini adotta il punto di vista di un morto, si proietta ai confini della sua stessa vita. Trevi racconta la trama di Petrolio, insiste sulla poetica del doppio, sulla vita di Carlo che si scinde in due esistenze diverse, una da uomo e l’altra da donna, ci fa apprezzare i capitoli più violenti sotto una luce nuova, come la catarsi di un uomo che ha perso la voglia di vivere. Secondo Trevi, Pasolini era convinto che nella nostra società si stesse perpetrando un genocidio: “i compiti che i nazisti affidavano ai campi di concentramento, adesso venivano svolti dai supermercati”. Non c’è solo la figura di Pasolini in questo splendido lavoro di Trevi che ho riempito di sottolineature con la matita nera, viene fuori anche una genuina Laura Betti, la Pazza cinica e rabbiosa, la doppiatrice del demonio ne L’Esorcista. In un ricordo dell’autore afferma: “La verità è che s’invecchia sempre male, e se qualcuno vi dice il contrario mente, ma io a mentire non ce la faccio, non ho la vergogna di ammetterlo, possono avere un’aria più o meno decorosa, ma all’interno le persone della mia età sono tutte come me, i nonni felici sono solo alla tv”. E ancora: “Per farcela davvero ci vuole la rabbia. Pier Paolo l’aveva capito. La rabbia è un dono raro, bisogna coltivarlo…”.

Un libro troppo bello per vincere lo Strega, dove di solito trionfa la mediocrità, così poco pasoliniana. Un libro troppo utile per essere capito da un pubblico anestetizzato da anni di Fabio Volo, Moccia, cantanti, registi e calciatori scrittori. Un libro scritto da un narratore sopraffino, da un nostalgico del Novecento incapace di amare la letteratura e il cinema del niente. Per dirla con il suo autore: “una macchia calda di sperma spruzzata sulla faccia del mondo”.

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Ferro sette

di Francesco Troccoli

Armando Curcio Editore – Pag. 320 – Euro 15,90

www.armandocurcioeditore.it

Francesco Troccoli è traduttore e speaker radiofonico, tra le sue tante attività scrive, anche se – come la maggior parte di noi – deve condurre una vita alternativa (che molti si ostinano a definire normale) come impiegato in una grande azienda. Quale migliore evasione della scrittura? Soprattutto se è narrativa fantastica, se la storia ci conduce in un futuro lontanissimo nel quale l’umanità ha perso le basi della sua stessa natura. Ora, non che siamo così lontani da un simile futuro, la fantascienza è sempre stata premonitrice di infausti eventi e purtroppo quasi sempre ci ha azzeccato. Il futuro postatomico, tanto per dire, me lo sento scivolare dietro le spalle, non è roba solo per il cinema, storie come Fuga da New York e tante imitazioni italiane alla Enzo G. Castellari potrebbero diventare presto triste realtà.

Il protagonista di Ferro sette cerca la libertà, come ogni uomo che si rispetti, finisce per trovarla nel luogo più impensato, in mezzo a una comunità di reietti che vivono nelle viscere di un piccolo pianeta minerario ai confini dell’Alleanza. Una scoperta che gli cambierà la vita, al punto che prenderà coscienza di molti valori a lui ignoti. La conquista del segreto che rende liberi darà vita a un conflitto tra i Dominatori e il gruppo di rivoluzionari che rappresenta il nucleo fondamentale del romanzo.

Un ottimo lavoro d’esordio che piacerà agli amanti del fantasy e del fantastico, scritto da un blogger  molto attivo, animatore del sito internet Fantascienza e dintorni che coinvolge diversi appassionati. Scritto con uno stile che non ambisce a essere letterario – ed è un bene perché la narrativa di genere deve restare tale – adatto a un pubblico di ogni età, consigliato per i giovanissimi che cercano narrativa avventurosa e fantastica. L’autore padroneggia il dialogo, si trova a suo agio nel far incedere la narrazione facendo interagire tra loro i personaggi e non lascia pagine morte, prive di eventi importanti da raccontare. L’edizione è di taglio economico, l’editing curato, l’impaginazione senza errori di sorta. Armando Curcio si dimostra editore serio e competente anche nel settore libri.

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Sacha Naspini

Le nostre assenze

Elliot – Pag. 190 – Euro 16

www.elliotedizioni.com

Sacha Naspini è un abile costruttore di trame che utilizza gli strumenti della narrativa di genere senza rinunciare a fare letteratura. La sua bravura cresce romanzo dopo romanzo conferendo un’impronta stilistica alle sue pagine e ai caratteri dei personaggi, quasi sempre marginali, sconfitti, delusi da una vita che tradisce i sogni.

Le nostre assenze è una storia raccontata in prima persona dal protagonista, quasi un romanzo di formazione che segue la crescita di un bambino in mezzo alle difficoltà di un’esistenza vissuta a contatto con un’umanità degradata. L’amicizia con Michele, l’infanzia passata a giocare con cerbottane e fucili a gommini in una provincia depressa, tra Buca delle Fate e Follonica, senza un padre, con una madre incapace di svolgere il proprio ruolo e una nonna che tenta di colmare le troppe assenze. Il figlio di un tombarolo cresce con il sogno di scoprire una tomba etrusca piena di tesori per dimostrare di essere più bravo del padre, ma quando accade davvero finisce tragicamente l’amicizia con Michele e muore il rapporto con il genitore. Non possiamo raccontare altro di una trama complessa che si snoda trala Maremma Toscana e l’America, che vede un figlio alla ricerca del padre e della sua vendetta, entrambi uniti dal ricordo e dal segreto di un tradimento. Una vita che è caratterizzata da “solitudine, elemosina e spazzatura”, un’esistenza “tra pastori ignoranti che puzzano di letame come l’aria, impestata dal rigurgito continuo dei soffioni boraciferi che non si fermano neanche un giorno all’anno”, una sofferenza continua nel rimorso per la morte di Michele, sepolto da una valanga di terra. Il ragazzo cresce tra l’amore per il pugilato, sport ideale per sfogare la rabbia repressa, per Sara, secca, bruttina e malaticcia, per i romanzi che prende a prestito in biblioteca e legge di nascosto durante la notte. E poi l’America, un luogo a lungo sognato e infine raggiunto a bordo di una nave, un posto dove fare i conti con il passato e finire per perdere il proprio futuro.

Le nostre assenze è strutturato come una sceneggiatura cinematografica, narrativa allo stato puro, costruita con la tecnica del feuilleton noir, dove l’autore dissemina indizi, getta i fili di trame e sottotrame per ricongiungerli in un finale imprevedibile.

La dote migliore di Sacha Naspini è uno stile, chirurgico, lineare e coinvolgente da consumato narratore, affabulatore di storie che raccoglie e ricompone con tecnica sopraffina. Naspini è l’esatto contrario del narratore italiano alla De Carlo che da anni ricicla la medesima storia cambiando il titolo e poche situazioni di contorno. Notiamo alcune similitudini con l’Ammanniti di Io non ho paura, ma in ogni caso Naspini conferisce alla storia un taglio molto originale. Un solo dubbio accompagna la lettura: l’autore mette molta carne al fuoco, un altro scrittore avrebbe avuto materiale per almeno tre romanzi, vista l’abbondanza di eventi e sottotrame. Non accadranno troppe cose nel breve volgere di duecento pagine scarse? In ogni caso Sacha Naspini si conferma una promessa della narrativa contemporanea e vista la grande capacità di raccontare storie per immagini, crediamo che abbia davanti a sé una carriera come sceneggiatore.

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Marisa Cecchetti

Maschile femminile plurale

Giovane Holden Edizioni – Pag. 150 – Euro 13 

Nelle botti piccole ci sta il vino buono, si dice in Toscana. Ed è quasi sempre vero. Giovane Holden Edizioni conferma il detto, perché è un piccolo marchio editoriale di Viareggio, che si ispira a Salinger e pubblica narrativa di qualità. Ho conosciuto la giovane casa editrice (circa duecento titoli in catalogo) grazie alla raccolta di racconti Maschile femminile plurale, terza opera in prosa di Marisa Cecchetti, molto attiva in poesia (sette raccolte), anche come traduttrice di Barolong Seboni. La scoperta è stata entusiasmante, perché ho letto una raccolta di racconti – certo, poco commerciale, come caratteristica di questo genere letterario – dotata di stile uniforme, solida struttura e buona costruzione narrativa. Il tema di fondo è il rapporto tra i sessi, filtrato da uno sguardo femminile, indagato da una scrittrice abile ed esperta, dotata di uno stile proprio, appassionata di letteratura, che dimostra di aver metabolizzato anni di letture fondamentali.

“Cerco emozioni forti. Preferisco le notti serene quando mi bucano l’anima quei paesi aggrappati alla montagna che si snodano come comete o si raccolgono come costellazioni in alto, oltre l’autostrada. A mezza costa le luci disegnano il percorso delle strade, su, giù, secondo la forma del pendio o la cime del poggio, strade scalpellinate nel marmo delle Apuane che le sorreggono, e le luci schizzano e sfarfallano contro il cielo della notte”.

Un incipit bellissimo che apre un libro intriso di emozioni forti, ambientato tra i monti pisani e le colline lucchesi che l’autrice conosce bene, così come dimostra di conoscere a fondo l’animo umano – maschile o femminile che sia – e di saper costruire caratteri e personaggi credibili. Ottimo l’uso del dialogo, l’autrice non è mai invadente, non spiega niente al lettore, ma fa in modo che caratteri e situazioni vengano fuori con il procedere della storia. Il libro è diviso in tre sezioni: Maschile, Femminile e Plurale ed è composto da una serie di ritratti umani e da alcuni bozzetti di vita quotidiana, storie d’amore e di solitudine, sofferenze sentimentali, piccole gioie e disillusioni. Un libro di brevi racconti ispirati alla realtà, descrizioni a rapide pennellate, sentimento ma non sentimentalismo, storie che profumano di pane fatto in casa, di Toscana campestre e di erba bagnata di rugiada. Un libro che ho letto in un soffio, pensando ad alta voce che i grandi editori dovrebbero pubblicare chi sa scrivere invece di inventarsi fenomeni da baraccone dai grandi incassi. Questo piccolo libro vale molto di più di tanti presunti grandi libri che la maggior parte dei lettori leggono perché trovano nelle classifiche dei nostri quotidiani – marchetta. Viva la letteratura.

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Carlo Verdone

La casa sopra i portici

Bompiani – Pag. 280 – Euro 18

Non so se sia più irritante la lettura di questo libro o quella di recensioni ossequiose scritte da tanti soloni della nostra critica letteraria. Carlo Verdone  delude anche al cinema con il recente Posti in piedi in Paradiso, la fiera del luogo comune e della soap opera girata con tempi televisivi, ma fallisce del tutto nel suo primo tentativo di fare narrativa. “Questo libro è il mio film più importante”, recita la quarta di copertina. Lo sarà solo per chi l’ha scritto, forse, perché la sua compilazione avrà avuto un valore terapeutico, ma non lo è certo per il lettore, a meno che non sia mosso da morbose curiosità sulla vita privata di un personaggio famoso. La sola cosa bella del libro è il titolo: La casa sopra i portici, suggestivo, ammiccante, invoglia alla lettura, così come aveva fatto il suo autore nel corso di un’ospitata da Fabio Fazio. Verdone ha conosciuto un sacco di gente famosa, la sua vita è interessante, suo padre era un uomo di grande cultura che si occupava di cinema, ma resta il fatto che per scrivere un romanzo autobiografico bisogna saper usare i ferri del mestiere. E Verdone sarà pure un buon comico, sarà un discreto regista, ma proprio non possiede la tecnica del narratore. Faceva meglio a farsi scrivere il libro, sfruttando un abile editor, come fanno tanti scrittori incapaci alle prime armi che diventano fenomeni editoriali, o come fanno tanti cantanti che si mettono in testa di pubblicare un romanzo. La casa sopra i portici racconta infanzia, adolescenza e prime esperienze sentimentali di Carlo Verdone, e fin qui niente di male. Il problema è lo stile – piatto, inconsistente, soporifero -, che ricorda la scrittura di un ragazzo abbastanza dotato in italiano che frequenta la terza media inferiore. Italiano involuto, periodi brevi, frasi semplici, aggettivi poco letterari, linguaggio sciatto. Certo, non ci sono errori. Come tema meriterebbe un sei. Questo vuole il pubblico italiano? A questo è ridotta la nostra editoria? Questi sono i libri che la gente legge? Stiamo messi male, lasciatemelo dire. Molto peggio di quel che credessi.

Featured image, processo di stampa al tempo di Gutenberg.

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