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Dopo il suicidio dell’imprenditore mamoiadino, un ricordo di Barbagia.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

di Rina Brundu. Mamoiada nel mio immaginario più datato è legata a quella terra di nessuno che, al tempo della mia prima fanciullezza, occorreva attraversare per arrivare dall’Ogliastra fino alla città di Nuoro. Faceva binomio con Orgosolo e come Orgosolo evocava storie di faide, di morti ammazzati, di famiglie distrutte, di bocche cucite, di banditi latitanti. Che mentre la macchina percorreva veloce la strada che circondava quei paesi barbaricini – strada che in quei giorni era ancora una sorta di mulattiera – gli anziani intrattenevano i viaggiatori più giovani puntando, di momento in momento, il dito ingiallito oltre il finestrino: lì hanno ucciso Tizio, lì ha perso la vita Caio, lì fu Senpronio a lasciarci la pelle, sparato alle spalle.

Che poi quelle storie di Tizio, Caio e Senpronio, ricordate d’inverno, mentre fuori nevicava e la bufera infuriava, diventavano leggenda. Proprio come i protagonisti che le avevano fatte esistere, vivi o morti che fossero. Che a dirla tutta spesso e volentieri si trattava di faccende mediatiche anche un poco bugiarde. Perché, sia nel caso degli orgolesi che nel caso dei mamoiadini, era rara la volta che venisse fuori l’altra verità, ovvero quella che raccontava della grande carica umana di queste antichissime popolazioni sarde. Del loro senso di ospitalità assolutamente unico. Sarà anche per questo che, a dispetto della fama funesta, non sono mai riuscita a liberarmi della fascinazione che il loro universo esercitava su di me. E non sono mai riuscita ad impedirmi di amarlo.

È stato quindi con grande dolore che, nei giorni scorsi, come tantissimi altri Sardi, ho letto del suicidio (l’ennesimo in questo tempo difficile), dell’imprenditore edile mamoiadino G.M. di 55 anni. La sua vicenda mi ha colpito strano. E non poco. Vivendo in Irlanda, infatti, la crisi per me è cosa datata. Di fatto a queste latitudini ha cominciato a procurare i suoi effetti perniciosi già il giorno immediatamente successivo al default Lehman Brothers del 15 Settembre 2008. Ad arrivare in Italia ci ha messo un tempo lunghissimo e più di una volta mi sono meravigliata, negli anni scorsi, della leggerezza con il quale si stesse vivendo, nella penisola, questa travagliatissima circostanza storica.

Poi però il momento del redde-rationem è arrivato. Terribile, spietato e drammatico ad un tempo. Finanche subdolo nel suo abbracciare l’intero territorio italico senza distinzione, da Nord a Sud, da Est e Ovest, fino a toccare zone come quelle della Sardegna interna che di vento benevolo, invece, ne avevano conosciuto sempre ben poco. Perché quando si tratta di mangiare gli invitati sono generalmente pochi, ma se occorrono sacrifici per rifornire la dispensa allora tutti debbono (sono costretti?) a fare la loro parte.  

Che la crisi non l’hanno inventata né a Mamoiada né a Orgosolo e neppure nello splendido territorio che circonda quei bellissimi villaggi. Meglio ancora, la crisi non l’hanno prodotta i Tizio, i Caio e i Sempronio barbaricini di cui mi raccontavano gli anziani e che, loro malgrado, innocenti o colpevoli, in passato, ci rimettevano la vita fuggendo – di crepaccio-gennargentico in crepaccio-gennargentico – la mannaia delle forze dell’ordine continentali; o che, in questo diverso presente, proprio come M.G, sono costretti a sacrificare la vita nel tentativo di riscattarsi socialmente e magari di far nascere una qualche idea di imprenditorialità nel deserto. Da soli.

Perché – la congiuntura sfavorevole lo insegna – lo Stato latitante raramente si persegue da solo e quasi mai è capace di arrestarsi. Come a dire che c’è bandito e bandito e quelli più pericolosi non indossano i gambali ma preferiscono la cravatta. E riescono a farla franca. Sempre!

Featured image, Mamuthone di Mamoiada, fonte Wikipedia.

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