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PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 9. Breaking News

Livio Cotrozzi in… Poesia.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

“CORPO MORTO”

Col corpo morto

abbandonato,

da un po’,

sulla strada delle arti

nobili e belle sta,

il cadavere

nascosto, tra la polvere poetante.

Acqua e luce mancano

le braccia baracche,

scheletri d’affetti

dalle stanze vuote.

Un urlo straziante, lungo, malato,

fa a pezzi quest’altro respiro

che se ne scivola via,

vuoto, inutile,

tra gli sospiri di ghiaccio

della regina della neve,

finché il dolore

non si sente più.

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“DENTRO ME”

Ricordi laggiù, vicino a quel lago

Che solo acqua è, chi mai avrebbe detto che

Un sorriso nascesse proprio lì

Nascosto da una carezza

Che cancellò per un istante

Il fango di parole che mordono.

Ora è giorno é

Un sorriso e mi sveglierò

Solo una piccola sorpresa avrò

Dal giorno che dorme ancora,

vedere te tutti i giorni che questo cielo ha.

Una carezza e mi risolleverò

Con gli occhi ancora chiusi e con le mani cercherò

Il caldo del tuo respiro

E avrò la paura di chi sa

Che dolce è la vita

Piano girerò le coperte per non svegliar

Il sonno dell’amore senza accorgermi che

Dormito mai non ha

E ancora è la… o qui,

accanto a me.

Il sole s’alzerà

E riscalderà già l’aria stanca di sogni

E di dolci dolori…

Un sorriso e ti sveglierai

Solo con gli occhi alzerai

Il giorno che non può dormire più.

E sarà quello che ora è…

Io e te…

E’ il giorno, senza scuse

Solo colori

Per cancellare i nostri lividi

Per regalare un sorriso.

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“LA LUCE RIMBALZA”

La luce rimbalza

entra nell’ombra

scava negli angoli

sale in alto, da sotto raddoppia

come fosse prigioniera d’un diamante,

d’uno specchio, d’una bianca lampada

accesa dentro il tempo, fermo,

nei pensieri, che illumina quello che vede

e quello che le parole non dicono mai,

che racconta del destino,

luce che vede dentro e vede dopo

poi, quando non c’è più occhio a vedere

l’aspetta in riva al mare

dove a saper aspettare

c’è sempre qualcosa che arriva

e qualcuno che torna.

Vorrei rubarle il segreto

e portare con me quella luce

Ma dovrei poi rubare il mare,

che tinge di blu il cielo,

le strade fatte di perla,

le case dai tetti rossi

dai muri gialli e bianchi,

verde e rossi, azzurri azulejos,

così la luce tornerebbe a rimbalzare

fino a triplicare, in tutti gli angoli

e porterebbe via, anche tutti i colori bui

ma anche l’amore…

perché è così che funziona:

la luce prende quello che trova

quando passa.

Non posso rubar quella luce

no, perché sarebbe come rubare il tempo,

come sfilar la lama d’una spada

immobile nella ferita,

come spogliar dai vestiti

le case attorno

che sono come l’aria e come l’acqua

e come amar una donna:

unica e felice perdizione.

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“NASCONO GOCCIE DAL PASSATO”

Nascono gocce dal passato

che bugiardo racconta

di quel dolore mai finito.

Musica d’amore

scivola via solitaria.

lampi di luce,

gocce che muoiono giù,

tra le dita dei piedi.

Nascono sorrisi

dietro la luna

ed hai voglia di volare.

Restano gocce

cristallizzate dall’ambra

e della tua vita ne farò un bicchiere

per bere tutte le pene

da ora in poi.

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“NELLA PENOMBRA DELLA STANZA

ASSORTA”

Nella penombra della stanza assorta, il silenzio.

La striscia vivissima tra le imposte accostate,

denuncia calcinosi biancori

che fuori bruciano di sole.

Tutta la contrada ne arde.

Silenzio e penombra nella stanza assorta.

Non ci guardiamo negli occhi;

le parole sono

come qualcosa di materiale

che ci avvicina,

ci isola, che ci fa male: aspettiamo.

Come gocciole, lentamente si formano

Su le nostre labbra

Parole che eludono

Un istante per poi cadere senza rumore,

sui sensi guardinghi e torpidi.

Di fuori v’è tanto calore

Che sembra faccia baccano,

che faccia rumore

tutto quel gran sole!

Qui dentro: una dolce penombra.

Gocciole, le rade parole, si fanno più rare.

Vorrei s’affrettassero: farne uno squillo

D’un gaio zampillo

Di dolci parole:

Ricordi?…

Ricordo.

Ma più che le labbra ricordano i cuori;

Intanto di fuori,

più pazzo che mai

infuria il dio sole-

La guardo: questi anni

Le hann tolto il migliore,

il profumo e vivezza;

è un povero fiore che sa di vecchiezza.

Ha sempre quegli occhi, gli occhi soltanto,

di quando era bella

di quando

baciava serrando i denti suoi belli,

tremante…tremante.

Mi parla sommessa:

rammenta,

rammento;

no scuote il torpore il vano ricordo:

qualcosa ch’è morto ci pesa,

ci pesa, ci pesa qualcosa ch’è morto.

Dicesti…ricordi?

Ricordo, ti dissi

Un piccolo riso le illumina il viso:

Ricordi?

Ricorda il poco ed il molto;

su certi ricordi, talvolta, si tace.

Rammenti che baci?

I dolci, abbandoni,

la febbre

dei giorni passati?

Non tento il ricordo;

mi sembra che possa bruciare,

soltanto al ricordo

che possa tornare quel fuoco oramai spento

a bruciare

e non voglio, non voglio;

ma pure m’è accanto

calda preda viva,

l’istinto ridesto mi balla nei polsi:

un canto di carne, di folli carezze,

brucianti invadenti.

Di fuori c’è il sole

Che brucia, che infuria;

tra noi la penombra e l’ombra di un fatto

ancora incompiuto,

che sa di misfatto:

E’ un’ombra che pesa;

qualcosa ch’è morto

ci pesa, ci pesa qualcosa ch’è morto.

Dicesti…

Ricordi? Ricordi? Ricordi?

M’è accanto leggiamo

Con occhi diversi,

diversi pensieri,

le stesse parole,

se allungo la mano,

appena di poco, la sento,

la tocco, vicina vicina.

E’ quasi il miracolo rinnova la carne,

rinnova; ma sento

qualcosa ch’è morto, pesarmi…pesarmi

e ‘l gesto pensato

incompiuto, s’arresta.

L’ombra, il silenzio, venuti più grandi

Mi fanno stupito.

E’ andata scomparsa, così come un sogno,

ne bello ne brutto, un segno.

Un senso lontano di vago tepore

Mi scalda nel core una speme.

Rimpiango?

Ma no: un bel frutto,

trovato, gettato,

che importa?

Sta zitto mio cuore:

La donna è un gioiello,

un ninnolo, un nulla;

è tutto un istante

poi, ridi e dimentica.

La vita è una giostra

di ninnoli in mostra

disposti per te.

Rimpiango? Ma no!

Un frutto trovato,

gettato?

Che importa?

Tu suggine il succo

Poi, passa:

la vita è una giostra

di ninnoli in mostra

apposta per te.

Silenzio, penombra;

la stanza è più assorta;

di fuori, v’è tanto calore;

che baccano,

non tanto dolore

ed è strano

che tutto il rumore di prima

non ci sia oramai più

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“SENTO UN ECO”

Sento un eco

Rimbomba e ruzzola

Dritto nel cuore dei cani

Sporchi e puzzolenti.

Dietro l’ultima curva

Ho scoperto dio musicista

Suona una musica morbida,

intima gioia di spiritualità

e così diventa più terribile

non poterne sentire l’armonia.

Restami accanto

Proteggi quest’anima ricucita

Tra le lettere d’una poesia

Che ho perduto,

tra i petali d’una prosa

che delicata non è

annodate tra le presenze isteriche

Libere nell’aria di questa primavera.

Sto ricomponendo le rose del passato

E quando tutto sarà finito

Il vento tacerà dietro di me,

il sole s’alzerà dietro l’arida città

perché, l’amore soffre e fa soffrire

mentre, mi chiedo cos’è che sparisce

rapido nel vento.

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Mi chiamo Livio Cotrozzi, ho quarantaquattr’ anni sono alto un metro e novanta e peso settantacinque chili.

Sono nato a Roma, figlio d’una napoletana e d’un toscano mancato, che da piccolo mi portava a giocare vicino al fatebenefratelli e a giocare vicino a quei mostri qualcosa m’è rimasto dentro.

Mio padre è il più grande pittore represso che conosco. Io il migliore scrittore. Amo le matite e le penne ma ho imparato a scrivere tardi, visto che la mia famiglia era più impegnata a traslocare che a campare.

Ho fatto la scuola più brutta del mondo: il liceo tecnico industriale perché mia madre si fidava poco e lì c’era uno zio che faceva il professore, che non solo non mi controllava ma che copriva le mie assenze, che riempivo nei musei e nei cinema della capitale.

Nel 1982 entro a far parte d’una delle prime emittenti televisive d’italia, come tecnico della messa in onda e nel 1985 già dirigevo uno dei primi programmi sportivi. Oggi sono un montatore specializzato in documentari e autore di alcuni.

Nei rari momenti di lucidità ho scritto un saggio su un programma televisivo di fantascienza molto famoso e un romanzo breve.

Sono miope, con un leggero astigmatismo, qualche molare cariato e mal curato. Fumo pochissimo e solo mentre guardo i cartoon. I capelli sono incasinati ma puliti e soffro terribilmente il freddo. Porto la cravatta solo ai funerali.

Ho la patente ma giro il mondo solo in moto, pubblico dal 1976, anche se troppo poco ed ho scoperto il web solo da 7 anni. Faccio fatica a scrivere anche se amo da morire farlo, vivo con mia moglie e con il mio gatto. La prima si prende cura delle mie paranoie, il secondo mi chiede solo di giocare.

Tratto da Sangue Fatto di Grappa, Poesie 2000-2006 di Livio Cotrozzi, Collana: Poesia Contemporanea

Edizioni Kult Virtual Press

Featured image, replica della prima motocicletta Daimler, che risulta la prima moto con motore a scoppio, la Daimler Einspur, fonte Wikipedia.

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3 Comments on Livio Cotrozzi in… Poesia.

  1. “Porto la cravatta solo ai funerali”…. Bellissimo! Grazie, Livio.

  2. Livio Cotrozzi // 19 April 2012 at 12:31 //

    Reblogged this on Bugiardino Poetico.

  3. Non lo conoscevo.Scrive molto bene.Cerca di portare la cravatta anche gli altri giorni che sono di vita

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