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L’arte di Franco Pilloni, tra ironia e poesia nella scrittura

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

 

Un’analisi di Ogus Citìus:
Storia vera di uno straniero che cercò fortuna nel mio paese (1)

di Rina Brundu

Curcuris, 3 Settembre 1947

Stimabile Sig. Generoso Cancedda,

chi scrive è il parroco di Curcuris, don Orazio Cocco, a nome e per conto di sua zia, la signora Braa che, essendo analfabeta, attraverso me vuole farle pervenire non solo i migliori saluti ma anche l’invito a venire qui nel nostro paese.

La zia Braa mi dice che Ella, signor Generoso, è il figlio dello stimato cugino Benigno Cancedda. Ora che la zia Braa sta diventando vecchia ed è stanca di essere rimasta sola al mondo, anche se ha nipoti in un paese vicino, che sono figli di altri suoi cugini e cugine con i quali però, da tempo, non va molto d’accordo, per questo vorrebbe che Ella, signor Generoso, tornasse qui, con la sua famiglia se ce l’ha, per occuparsi delle faccende della casa, come un padrone in tutto e per tutto.

Se non ha famiglia, qui le troveremo una moglie laboriosa e onesta.

Ad Ella, signor Generoso, zia Braa lascerà tutto quello che possiede, casa e terreni, buoi e pecore e anche una somma conservata alla posta. La zia Braa fa promessa che, appena arrivato, lo prenderà in adozione, come figlio o Le farà l’atto di vendita di tutti i suoi possessi.

Io, don Cocco, aggiungo che potrebbe benissimo vivere con i possessi di zia Braa e Le garantisco dei buoni propositi della sua zia.

Risponda al più presto all’indirizzo di sua zia in Via Municipio, n. 8, Curcuris, Cagliari, Sardegna, Italia, oppure direttamente a Rev.mo: Sig. Parroco di Curcuris, prov. di Cagliari, Italia.

Riceva i saluti dalla sua zia e la mia santa Benedizione,

+ Don Orazio Cocco(2)

Nonostante le premesse, l’avventura dello “straniero” Generoso Cancedda, raccontata da Franco Pilloni nel suo Ogus Citìus: Storia vera di uno straniero che cercò fortuna nel mio paese (Grafica del Parteolla, 1999), non iniziò nel migliore dei modi. Arrivò dall’Argentina alla stazione di Curcuris, in Marmilla, l’8 Ottobre 1948. Per allora, l’eredità di Zia Braa Spiga, trovata morta ammazzata tredici mesi prima, pochi giorni dopo avere imbucato la lettera scritta da don Cocco, era stata venduta. La casa affittata.

Nonostante le premesse, l’avventura dello “straniero” Generoso Cancedda, che cercò fortuna in Sardegna, non continuò neppure nel migliore dei modi. Del resto non avrebbe potuto essere altrimenti. Finita la Seconda Guerra Mondiale, le storie che si raccontavano fra la Giara di Gesturi e il Monte Arci non erano favole a lieto fine, piuttosto memorie di reduci, di figli mai tornati, racconti di emigrati. Storie faticose vissute nelle miniere del Belgio, della Francia e della Germania, prima che muovessero ad abbracciare gli sfondi altrettanto cupi dei cantieri dell’Italia del Nord.

L’arrivo di Ogus Citìus (3) nel minuscolo borgo sardo è però notizia in sé, tòpos letterario per eccellenza che permette allo scrittore Franco Pilloni di iniziare il personalissimo viaggio di esplorazione. Un viaggio evidentemente caro al cuore e all’anima, ma un viaggio che diventa via via più complesso quando le “ragioni della trama” si incontrano e si scontrano, si perdono nella pletora di domande mute, di interrogazioni senza risposta che ancora assillano l’essenza-che-scrive.

Franco Pilloni-Ogus Citìus è narratore onnisciente. Descrittivo. Romantico quasi quando presenta luoghi, tipi (personaggi), situazioni, oggetti da cui è difficile sganciare una umanissima carica affettiva. In queste situazioni, il campo semantico si restringe e sa di strada, stradone, pietrisco, di polvere dimenticata, atmosfera rarefatta. Le frasi si fanno semplici, private di qualsiasi colorazione retorica. La scrittura scarna diventa rappresentazione letteraria della faticosa tensione del vivere che affligge finanche i molti figli della Marmilla “rimasti”.

Davanti “all’immutabilità apparente” del quotidiano, la tecnica del “flashback” è spesso tutto ciò che rimane per mandare avanti l’azione, per spiegare le motivazioni di Zia Braa, per raccontare i dubbi di Brannau Satta che ospita e si prende a cuore il destino di Generoso, per investigare i comportamenti di un Ogus Citìus-nuovo-venuto che oltre a non conoscere bene la lingua, sembra taciturno di suo.

Franco Pilloni-Ogus Citìus è anche narratore preciso, attento, soprattutto quando, dopo l’ennesimo volo dell’anima, occorre tirare le fila del racconto. Il deus-ex-machina non si risparmia quando si tratta di confessare o spiegare azioni, pensieri, quando vi è da ricordare la Storia di Sardegna, o i piccoli, grandi avvenimenti “locali”, quando si tratta di tradurre in Italiano le molte espressioni dialettali, le tante esclamazioni in Sardo che, puntellando l’intero percorso narrativo, danno certezza delle possibilità del cammino.

Ripeto, fino all’ennesimo volo dell’anima! Ovvero, fino al momento in cui il poeta-Franco Pilloni-Ogus Citìus, liberandosi di ogni “costrizione narrativa”, prende infine il sopravvento.

A volte zia Braa era convinta che la morte fosse una grande risorsa, un’opportunità unica, altrettanto importante come quella di nascere, di venire alla luce nel grembo materno, dentro il quale forse si odono, si percepiscono rumori ed echi confusi, nella realtà delle cose, ma non si vedono, non si comprendono, non si godono le vere bellezze della vita, i colori della luce del sole, i visi dei parenti, i fiori della campagna, le nuvole del cielo.

Ah! Se avesse saputo cosa fosse, zia Braa avrebbe saputo di avere l’indole del poeta!

Ma i poeti, nell’accezione comune, erano quelli che appiccivano le rime, is crosadoris, quelli che “mettevano le canzoni”.(4)

Le canzoni! Non mancano neppure quelle! Così come non mancano i ricordi di poeti improvvisatori. Per loro destino poeti e cantonieri, ma non per questo meno curiosi di parlare con Dio, di incontrare San Pietro e magari intrattenerlo con “due mottetti… o anche una currentina” (5).

Il poeta Franco Pilloni-Ogus Citìus scava nel passato, schernisce il presente e, raccogliendo tristi echi della guerra, i temi dell’emigrazione, della lontananza e del ritorno, della morte, da infine ragione della malinconia latente che pervade ogni istante del suo mondo al tramonto.

La sferzante ironia, che è caratteristica prima della produzione dello scrittore marmillese, riconcilia i dubbi e le inquietudini del poeta con le necessità del racconta-storie. La morale in chiusura, così come il significato di ogni altro accadimento minimo successivo all’arrivo di Generoso in paese, non può che restare aperta ad ogni possibile interpretazione, ma non è importante.

Non è importante quanto lo è invece la certezza, per l’autore ed il lettore, di avere compiuto percorso che ha appagato la sete dello spirito. Percorso dovuto alla memoria dei troppi figli che sono stati, nuovi arrivati, emigrati, emarginati, bistrattati, dimenticati sul suolo di Sardegna. Nella certezza che siano, in fondo, solo gli “occhi che tacciono” a “vedere” ogni crimine inconfessato intuendo per invero le molte miserie del mondo.

(1)  FRANCESCO PILLONI, Ogus Citìus, Storia vera di uno straniero che cercò fortuna nel mio paese, Grafica del Parteolla, 1999.

(2)  Ibid., pag. 24
(3)  “Occhi che tacciono”, nomignolo con cui fu ribattezzato Generoso Cancedda a Curcuris.
(4)  Ibid., pag. 43

(5)  Ibid., pag. 51

Rina Brundu

Dublin, 04/02/2009

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 ____________________________ Breve Bio____________________________________

Francesco Pilloni, figlio di minatore, è nato nella miniera di Ingurtosu (Arbus) durante la seconda guerra mondiale, ma è cresciuto a Curcuris (OR), il paese agropastorale dei genitori. Ha studiato ad Ales presso le scuole vescovili sino a diventare maestro elementare, insegnando poi per alcuni anni nei corsi popolari dei paesi vicini. Ufficiale dei Bersaglieri a vent’anni, alla vita militare preferì il rientro al paese e la disoccupazione. Sportivo, appassionato di letture di ogni genere e della cultura locale, aprì uno studio di consulenza del lavoro ed entrò in ruolo come insegnante. Matrimonio a trent’anni e trasferimento residenza a Selargius (CA), dove abita, ora in pensione.

Ha esordito come scrittore nel 1996 col romanzo Se una sera a maggio, presentato contemporaneamente anche in sardo campidanese col titolo A unus a unus appillant is steddus. Nel 1998 è uscito Ogus citius, ancora per la Grafica del Parteolla e ancora in due volumi distinti per il sardo e per l’italiano, seguiti da L’isola dei cani – S’isula de is canis, due anni dopo.
Nel 1999 fonda, come presidente dell’associazione culturale Sel & Sar e insieme ad altri amici, la rivista di economia, storia, lingua e cultura sarda Paraulas, giunta al VII anno, edita da A.P.E. Sardinia che curerà l’edizione delle altre sue opere: Le ragioni del ragno (2001) e Labirinti & Soluzioni (2002), in italiano; Contus de fundamentu (2003) in sardo; Linguas furadas (2004), in sardo (campidanese e logudorese), in italiano ed in inglese; Su profeta (2004), commedia in sardo e Bera de Zori (2005), dramma in sardo e in italiano.

E’ autore di centinaia di articoli su riviste e quotidiani sulla storia, la lingua e la cultura sarda.

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Postfazione 2012: Caro Francu, debbo chiudere Terza Pagina World, il sito che c’era prima…molto prima di Rosebud. Allora mi sono chiesta cosa avrei voluto salvare degli oltre 1000 pezzi che vi furono pubblicati in 7 anni di attività, dal 2004 al 2011. Cosa sarebbe valso la pena salvare. Ho scoperto che vorrò salvare poche cose. Pochissime. E per tutte quelle che salverò ci sarà una ragione. Precisa. Vera.

Questo articolo che ti riguardava, e che scrissi nel 2009, è uno di quei pezzi. Ricordo ancora il giorno che mi desti tutti i tuoi libri. Fu lo stesso giorno in cui, a Curcuris, tu, tua figlia, tuo genero, ci invitaste un luculliano pasto a base di pesce, cucinato, credo, da te stesso. E poi ci portaste a vedere la vigna. Senti, Franco, non te l’ho mai detto ma ne profitto ora per farlo perché sono a distanza di sicurezza: quei vitigni erano troppo piccoli! E pure quei pomodorini!.

Avresti dovuto vedere la vigna del nonno quando la coltivava. Filari e filari verdi a perdita d’occhio. E canti bellissimi il giorno che si vendemmiava. Un giorno debbo scriverne. Chissà, magari anche la tua vigna è diventata, nel tempo, come quella del nonno. Dipenderà tutto dalla fatica che ci hai speso. Ma questo non è importante. Importante è che dal 2003, dall’anno in cui leggesti Tana di Volpe, e iniziò la nostra amicizia, sei una delle rare persone che ho imparato a stimare davvero.

Cristo se noi due abbiamo litigato! Mica le mandi a dire tu! E manco io! Ne converrai però che una ragione migliore di questa per coltivare una amicizia io non avrei mai potuto trovarla! Ma soprattutto ciò che ho sempre ammirato in te è la delicatezza che hai quando non chiedi mai. Per te. Per i tuoi libri. Per i tuoi scritti. Insomma, per il tuo-io-impegnato. In questo hai la mia stessa timidezza-dell’anima. Un male non troppo diffuso, purtroppo. Per questo, e per mille altri infiniti motivi, io dovevo “salvare” questo pezzo. Spero non abbia fatto cosa sgradita. Nel caso così non fosse e volessi farmela pagare, mandami pure una bottiglia del tuo vino

Featured image, collage “Franco Pilloni, libri” con stemma del paese di Curcuris, Marmilla (OR).
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2 Comments on L’arte di Franco Pilloni, tra ironia e poesia nella scrittura

  1. francu pilloni // 21 March 2012 at 08:46 //

    Mi è venuto da piangere.

  2. speriamo non sia la scrittura:)

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