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Vita di un nugorese illustre. Un’analisi de “L’era fascista nella provincia italiana” di Massimo Pittau.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Un saggio breve di Rina Brundu. Sulla facciata della vecchia casa della mia nonna materna, facciata che guarda verso la zona centrale del paese di Villanova Strisaili in Ogliastra, proprio nel punto più alto, laddove il muro incontra il soffitto, vi è abbozzato, delineato, tratteggiato (forse con un qualche rudimentale arnese di metallo o di pietra) il viso largo del Duce. Ben sapendo che in casa di lei non si erano mai occupati di politica ho chiesto spesso chi è quando avesse voluto quel “lavoro”. Proprio in quel punto. Tuttavia, non mi è mai riuscito di raccogliere notizie certe: gli zii non ne sanno nulla, mentre alcuni anziani del villaggio mi hanno riferito che un bel giorno dell’Italia-fascista un gruppo di ignoti squadristi “imposero” tale esposizione artistica. Se questa storia risponda al vero non l’ho mai saputo. Di sicuro, quel “segno” sul muro, triste monito del disgraziato tempo che fu, mi ha fatto capire che il fascismo aveva “vissuto” finanche nella più remota Sardegna e altrettanto spavaldamente aveva imposto il suo codice d’onore all’insegna della sopraffazione e della prepotenza.

Forse molto ha potuto anche la memoria di questi “momenti d’Ogliastra” che mi riguardavano così da vicino, sta di fatto che è stato con piacere doppio che mi sono buttata nella lettura de “L’era fascista nella provincia italiana – Il Littorio a Nùgoro e in Sardegna”(1)” di Massimo Pittau. Finalmente – ho pensato – la mia occasione per saperne di più sul ventennio-mussoliniano nella vecchia provincia di Nùgoro (2) a cui Villanova è sempre appartenuta, almeno fino a pochi anni fa. Non mi sbagliavo! Non mi sbagliavo, fermo restando che questa specifica fatica letteraria di Massimo Pittau si risolve, secondo me, in un qualcosa che è molto di più del personalissimo ritratto del “ventennio” che l’autore aveva inteso tracciare, e in un qualcosa che è molto di più del “libretto di ricordi relativi alla fanciullezza, all’adolescenza e alla prima giovinezza di un individuo che è nato e vissuto in una piccola comunità urbana d’Italia, nel ventennio intercorso tra il dopoguerra della I guerra mondiale e quello della II guerra mondiale”(2).

Ma analizziamo meglio il dettaglio. Nella quarta di copertina, il Professor Pittau enfatizza “la mia decisione di scrivere questi ricordi dell’era fascista è venuta dal fatto che mi è sembrato opportuno, rispetto alla odierna generazione dei giovani, raccontare cosa sia stata la ventennale dittatura fascista nei confronti della popolazione di Nùgoro, cioè di una emarginatissima cittadina della emarginata Sardegna e, più in generale, nei confronti della intera generazione di noi giovani di quel periodo”. Ciononostante, è solo entrando dentro il testo che, a mio avviso, si comprende un altro intento, più personale, più privato. Dedicatorio nella sua essenza. “La ragione prima e principale della mia decisione (ndr di scrivere questo libro) è stata questa: io ritengo di essere debitore di un atto di giustizia e di omaggio nei confronti di mio fratello Francesco, il quale, da “anarchico” che era, è stato perseguitato dal fascismo, messo in carcere e privato del lavoro per quasi un ventennio…. (…)… in quanto nessuno ha mai scritto di lui e della sua vicenda….” (3).

Non è poco. Non è poco perché a mio avviso è proprio questa specifica e più intima dichiarazione di intenti che determina il tono leggero e a suo modo “rivelante” e commovente che caratterizza quest’opera. Del resto della questione ne è ben cosciente la stessa voce narrante: “Circa la modalità del mio raccontare, premetto che mi sono messo decisamente su un piano serio e faceto insieme, e questo ho fatto perché tale è la caratteristica di fondo della mia persona: io ritengo di essere un individuo serio, ma insieme un individuo scanzonato. Chi nel futuro vorrà sapere chi era Massimo Pittau, dovrà leggere questo mio libretto piuttosto che la quarantina di libri scientifici che pure ho scritto e pubblicato….” (4).

Straordinaria questa indicazione, straordinaria e quanto mai degna di ogni spirito brillante che sa bene quanto sia fragile il confine tra tragedia e farsa. Perché, dirimendo dopo la lettura, tragedia e farsa ad un tempo sembrerebbe essere stata la costante dell’avventura-fascista anche in quel di Nùgoro, ovvero nell’ “Atene della Sardegna”(5), esattamente come lo è stata nel contesto nazionale ed internazionale. Ma il fatto che questa particolare storia si svolga a Nùgoro è pure elemento non secondario. Di sicuro, questo concetto-chiave l’autore tiene a ribadirlo in molti modi o, per meglio dire, la semantica per Massimo Pittau non è opzione trendy: “Premetto e preciso che in questo mio libretto io scrivo sempre il nome della nostra città Nùgoro con la consonante /g/ e con l’accento sdrucciolo, perché intendo difendere la forma originaria e genuina del toponimo (ndr Nùgoro significa “i noci”) e soprattutto la sua pronunzia esatta e oppormi invece a quella che purtroppo sta ormai per prevalere: Nuòro con l’accento piano, pronunziato in questo modo errato anche dalla radiotelevisione regionale RAI. Ed è, questa, una pronunzia errata e persino ridicola, dato che sembra suggerire all’ascoltatore che Nuòro sia il fratello della nuòra…” (6).

Affermato con determinazione l’intento artistico, collocato il suo racconto nel preciso contesto spazio-temporale, inizia infine il viaggio del giovane-noventenne Massimo Pittau nei percorsi della sua memoria. Eccolo quindi presentarci un padre, Giuseppe Giulio Pittau Coradduzza, “vicebrigadiere dei Carabinieri e” che “quindi aveva una professione sicura e dignitosa (7)” a cui rinuncia per amore; rinuncia per sposare una donna che “siccome costei non aveva alcuna dote e il regolamento dei Carabinieri escludeva il matrimonio in tale situazione, egli preferì lasciare il servizio…” (8). Ed eccolo presentarci, con un dato orgoglio, una madre, Antonica Balistreri Corbu, che era stata “una delle ragazze più belle di Nùgoro…” corteggiata persino dal “fratello di Grazia Deledda”, il quale “si era invaghito di lei” ma che “non era alcunché di buono”(9). E che era stata una donna che “leggeva molto, tutto ciò che le capitava tra le mani…. aveva un grande gusto per la poesia in lingua sarda….. seguiva con passione la cronaca nera…. Ed era sempre “colpevolista”(10). Una madre che quando “pubblicai il mio primo libro Questioni di Linguistica Sarda (1956), lo dedicai proprio a lei ed essa mi ricambiò con una poesiola in dialetto nugorese, nella quale mi augurava di farmi onore come Grazia Deledda e come Sebastiano Satta. Aveva così messo su una triade di “Nugoresi illustri”, nella quale aveva inserito anche suo figlio. Però qualche decennio dopo il terzo posto della triade mi è stato soffiato da un un altro Satta, Salvatore Satta,  l’autore de Il giorno del giudizio…. Peccato!”(11).

Man mano che la storia si dipana, come in un perfetto quadro bucolico, memore di atmosfere a loro modo campestri e deleddiane, prendono quindi a sfilare, davanti ai nostri occhi divertiti, i momenti di vita – i personalissimi vizi e le virtù – rimasti impressi nella mente del bambino Massimo Pittau. Un bambino Massimo che a quel suo nobile nome ci teneva davvero tanto “Sono del tutto convinto che il mio nome personale Massimo abbia condizionato in maniera radicale la mia personalità e l’intera mia vita.. Fin da ragazzo ho appreso che mio nome Massimo significa “il maggiore, il più grande”. Ebbene questa consapevolezza mi ha sempre spinto a voler primeggiare in tutti i momenti e in tutti i campi in cui mi sono cimentato, nei giochi, negli sport, negli studi e in tutte le più svaritate attività, ad esempio nel gioco della dama, in quello degli scacchi, nel tennis da tavola, ecc….. Da ragazzo e da adolescente sono andato sempre orgoglioso di essere l’unico Massimo esistente a Nùgoro e, quando arrivò dall’esterno un altro Massimo, ne rimasi alquanto male in quanto sentii che ero stato defraudato di un primato (12).

Contestualmente, sullo sfondo, prende a muoversi, a delinearsi con maggior chiarezza, a “crescere”, la figura della grande Nùgoro di Grazia Deledda, la sua ricchezza socio-culturale e la sua miseria, la ricchezza e la miseria del territorio intorno e dei villaggi satelliti. Piccole e grandi gemme esistenziali colorano quei giorni lontani e vengono riportati nel discorso letterario con una leggerezza e una goliardia degna dei più accorti raccontastorie. Ed è sempre con quel certo tono bonario, familiare – tipico del racconto orale – che veniamo informati dell’annuale visita in città del Circo Equestre Zanfretta, con tutta l’agitazione che un tal meraviglioso avvenimento può generare in una gioventù scarsamente abituata – per possibilità e per destino – al divertimento fine a se stesso. Ecco poi un ricordo del carnevale cittadino, delle maschere e dei “rari” coriandoli. Ecco menzione dell’arrivo del primo cinematografo, del tempo dedicato allo sport in generale e al calcio in particolare. Ecco sentiti momenti vissuti con gli amici, i vicini di casa e con i compagni di scuola.

Ed ecco puntuale pure la folle parabola fascista insinuarsi come edenico serpente, come una sorta di sick-rose di blakeana memoria, dentro il quadretto familiare e bucolico e, a suo modo, sporcarlo per sempre. In questo senso, sono diversi gli episodi raccontati da Massimo Pittau per connotare la sua Nùgoro fascista. Nella presente occasione – e sempre a proposito del discorso farsa-tragedia a cui accennavo poco fa – valga per tutti l’episodio di Valverde del 31 maggio del 1931 “I fascisti avevano saputo che la Gioventù Cattolica Femminile aveva organizzato un pellegrinaggio a piedi al santuario della Madonna di Valverde (Balubirde); fu immediatamente fatta l’adunata e una ventina di fascisti, armati del classico “manganello”, si recò in quella località e nel piazzale del santuario, con fare minaccioso e prepotente, impose a una quarantina di ragazze e fanciulle di togliersi il distintivo dell’Azione Cattolica…. (…)…. Poi seguirono le pellegrine nel ritorno a Nùgoro cantando canzonacce da caserma” (13).

Di fatto, lentamente ma inesorabilmente, anche in quella Nùgoro dove “il padre di Indro Montanelli e, qualche anno dopo, il futuro grande critico letterario Attilio Momigliano furono mandati a insegnare”(14), le storie di fascismo diventano, loro malgrado, sempre più vere. Sentite sulla pelle. E si incastrano nel tessuto umano della città andando a toccare finanche il ragazzo Massimo molto da vicino. Questo accade con la parabola umana (in opposizione a quella dominante e fascista già citata) del di lui carissimo fratello, Francesco. Francesco, in quel di Nùgoro,  si era impiegato come “apprendista per imparare il mestiere di fabbro” (15), ma mancando nella sua terra natale un qualsiasi sbocco occupazionale emigra in quella Italia del nord – in Piemonte per la precisione – madre e matrigna dove “entrò in contatto con il gruppo di anarchici di Torino e in breve tempo diventò pure lui anarchico”(16). A causa di questa “macchia”  fu licenziato dalla tipografia dove era stato impiegato e infine arrestato mentre tentava di raggiungere la Francia. Dopo la liberazione, rifiutandosi di fare il “confidente”, il sovversivo Francesco Pittau fu rispedito – per certi versi a titolo punitivo – proprio nella sua Sardegna a fare il disoccupato permanente (17).

Nùgoro – ci ricorda infatti Massimo Pittau – fu fatta capoluogo di provincia, proprio durante il fascismo, nel 1927, e fu fatta tale con uno scopo ben preciso “diventare il centro per la lotta e la sconfitta definitiva del banditismo barbaricino”(18). Come a dire che gli endemici problemi della Sardegna interna non erano spariti di colpo soltanto perché il Duce pontificava dal suo balcone preferito. Consci di questo i fascisti organizzarono la loro lotta alla mala vita sarda a loro modo: infiltrando la città come piovra mafiosa. Detto altrimenti, la città diventa il fascio e il fascio diventa la città. Ogni suo momento, ogni suo istante, che sia ludico, impegnato, sportivo, sociale, culturale, di interazione personale, finanche sentimentale diventa… fascio. Tutto è fascio.

In un simile contesto la politica non può non “incunearsi” anche in famiglia e la famiglia Pittau non fa eccezione. A dire il vero – racconta Massimo – il di lui padre non era tanto interessato a tali aspetti dell’esistere, la mamma invece era dichiaratamente fascista così come il fratello Tonino. Di converso, il fratello Piero era sardista e lo sarebbe rimasto per tutta la vita. Di Francesco abbiamo già detto. Egli era a suo modo un anarchico, un idealista; ma lui, Massimo, che simpatie politiche aveva? “Ritornando indietro, dico che anche mia sorella Maria ed io eravamo “fascisti”. Nulla di strano in ciò, per il motivo che il fascismo ci era stato insegnato in tutte le scuole e classi che avevamo frequentato; e d’altra parte anche noi due fummo subito coinvolti nelle numero manifestazioni ginniche, sportive e culturali della gioventù fascista. Io personalmente ho avuto tra le mani il moschetto, il “moschetto Balilla”, a iniziare dai 12 anni…”(19).

Se non fosse per tutto ciò che questo bellissimo saggio storico sui generis ci insegna su noi stessi, sulla nostra Storia di genti di Sardegna, occorrerebbe premiarlo soltanto per quest’ultima affermazione del professore. Finalmente un valido autore – che non è proprio l’ultimo arrivato – che ha il coraggio di raccontare quell’altra verità con grande onestà di metodo e grande onestà intellettuale. Come a dire che quel “viso del Duce” scolpito sulla facciata della vecchia casa della nonna qualcuno deve averlo pur scolpito, come a dire che qualche ragione, oltre al suo noto senso dell’umorismo, Winston Churchill doveva pure averla quando commentò: “Bizzarro popolo gli italiani. Un giorno 45 milioni di fascisti. Il giorno successivo 45 milioni tra antifascisti e partigiani. Eppure questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimenti…”.

Io mi fermo qui. Il resto è storia sarà infatti dono per quel lettore accorto che vorrà leggere L’era fascista nella provincia italiana – Il Littorio a Nùgoro e in Sardegna di Massimo Pittau. Per quel lettore che vorrà interessarsi all’ascesa e alla caduta del fascismo per guardarle dalla prospettiva scettica e goliardica della profonda provincia italiana, per quel lettore che vorrà saperne di più degli indiscutibili “complessi” anche intellettuali che l’ideologia mussoliniana, per quanto facesse, non riusciva a nascondersi (i.e. “le migliori intelligenze della città erano antifasciste”(20)), e soprattutto per quel lettore che vorrà conoscere ogni momento di quello che, nella mia visione delle cose, è soprattutto (ecco il qulcosa che è molto di più di cui scrivevo nell’incipit!) un viaggio sentimentale – nonché molto privato – di Massimo Pittau. Un viaggio tutto teso a riscoprire le motivazioni profonde che – nonostante la divergenze di idee – lo legavano a suo fratello Francesco.

Personalmente è proprio la storia di Francesco che mi ha toccato maggiormente, forse perché anni luce lontana dalla vanagloria del mondo, forse perché emblema chiaro e lampante del destino di tutte le altre formiche sarde che come lui sono vissute all’ombra matrigna della Grande Montagna (i.e. il Gennargentu) e che, proprio come lui, nessuno ricorda più.

Dublino, 17 Marzo 2012, giorno di San Patrizio.

Riproduzione vietata senza il consenso.

Ringraziamento

Un grazie de-coro al professore per avermi prima sorpreso con il dono di questo testo prezioso, e per la sua dedica, e poi per avermi fatto il regalo ancor più grande della storia di suo fratello Francesco Pittau. A Francesco, soprattutto a Francesco, va infatti il mio pensiero e il mio abbraccio ideale. 

Note:

(1)    L’era fascista nella provincia italiana – Il Littorio a Nùgoro e in Sardegna di Massimo Pittau, Editrice Democratica Sarda, 2011.

(2)    Ibidem, pag. 9.

(3)    Ibidem, pag. 9.

(4)    Ibidem, pag. 10.

(5)    Ibidem, pag. 9.

(6)    Ibidem, pag. 10.

(7)    Ibidem, pag. 11.

(8)    Ibidem, pag. 11.

(9)    Ibidem, pag. 13.

(10) Ibidem, pag. 14.

(11) Ibidem, pag. 15.

(12) Ibidem, pag. 45.

(13) Ibidem, pag. 51.

(14) Ibidem, pag. 55.

(15) Ibidem, pag. 59.

(16) Ibidem, pag. 60.

(17) Ibidem, pag. 62.

(18) Ibidem, pag. 63.

(19) Ibidem, pag. 122.

(20) Ibidem, pag. 80.

Featured image, 1938: “Donne rurali italiane”, in costume tipico regionale, offrono spighe di grano e una forma di pane a Mussolini durante una manifestazione propagandistica del regime in un’area rurale.

Foto a colori, Il Fascio Littorio, emblema del fascismo, nel simbolo del Partito Nazionale Fascista.

Terza fotografia, Mussolini e altri dirigenti fascisti nel 1923.

Fonte per tutte le fotografie, Wikipedia.

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