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PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 9. Breaking News

Rosebud libri: recensioni e interviste (Carlo Verdone, Edizioni ANORDEST, Elisa Davoglio) – Marzo 2012

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

di autori vari.

di Gordiano Lupi

Nuova collana latinoamericana lanciata da EDIZIONI ANORDEST….

Tante novità in arrivo per le edizioni Anordest. La casa editrice di Villorba (Treviso), di recente sottoposta a regime di sorveglianza da parte della polizia a seguito del ritrovamento di un volantino a firma di un ayatollah iraniano che propone la condanna di Attar Farid al-Shahid e del suo libro ”I fiori del giardino di Allah’‘, sta per lanciare la nuova collana Célebres Inéditos, diretta da Gordiano Lupi (talent scuot, animatore de Il Foglio Letterario, appassionato di letteratura cubana e cinema horror, oltre che traduttore del blog di Yoani Sánchez), che porterà in Italia autori noti all’estero ma ancora mai pubblicati da noi. Ad aprire sarà in libreria “La moglie del colonnello” di Carlos Alberto Montaner, scrittore cubano che vive in esilio tra Madrid e Miami dal 1970. Montaner è autore di 25 libri, molti dei quali tradotti in inglese, portoghese e russo. È stato definito il giornalista latinoamericano più letto al mondo. “La moglie del colonnello” è la storia di un adulterio e delle sue conseguenze. Montaner approfitta di un tema universale per analizzare la repressione della sessualità a Cuba. Le altre uscite saranno “La meticcia di Pizarro” del “figlio d’arte” Alvaro Llosa, “Le porte della notte” di Amir Valle (primo titolo di una serie di noir dallo stesso protagonista), e “Quei tempi con Gabo – conversazione con Gabriel García Màrquez” di Plinio Apuleyo Mendoza.
Ma le novità non finiscono qui: edizioni Anordest proporrà infatti un’altra nuova collana, NoirPensiero, che sarà aperta dall’esordio di Sergio Schiavone, a capo dei Ris di Messina. Sarà poi la volta di Roberto Mistretta, che ha già pubblicato in Italia per Cairo e che come autore è noto soprattutto all’estero. E sarà ospitato da NoirPensiero anche “A secret place” di Peter Straub, “delfino” di Stephen King.
Inoltre, Anordest continuerà a puntare sulle sue collane “storiche”: Minilibri, Casi ControCorrente, Pensieri d’autore, Saggistica e Biografie ControCorrente.
In questi giorni si parla inoltre di un piccolo caso editoriale, “Gli occhi di mia figlia” di Vittoria Coppola. La scrittrice pugliese, il cui esordio è stato pubblicato da Lupo e ora è stato rilanciato con successo da edizioni Anordest dopo esser stato premiato, a sorpresa, dai lettori del sito di Billy, la rubrica letteraria del Tg1 (160mila voti circa ottenuti nel sondaggio online).
Sul versante della saggistica, ad aprile usci“Primo Levi. Il cerchio stupido” di Aldo Scibona, saggio biografico che tratta in maniera specifica l’opera omnia di Levi, a 25 anni dalla morte.
 
 
di Gordiano Lupi 

I “Posti in piedi in Paradiso” di Carlo Verdone (2012)

Regia: Carlo Verdone. Soggetto e Sceneggiatura: Carlo Verdone, Pasquale Plastino, Maruska Albertazzi. Montaggio: Antonio Siciliano. Fotografia: Danilo Desideri. Musiche: Gaetano Curreri, Fabio Liberatori. Produzione: Aurelio e Luigi de Laurentiis. Distribuzione: Filmauro. Interpreti: Carlo Verdone, Pierfrancesco Favino, Marco Giallini, Micaela Ramazzotti, Diane Fleri, Nicoletta Romanoff, Nadir Caselli, Valentina D’Agostino, Maria Luisa De Crescenzo, Giulia Greco, Gabriella Germani, Roberta Mengozzi.

Vi domandate perché il cinema italiano è in crisi? Basta andare a vedere Posti in piedi in Paradiso, ultima fatica di Carlo Verdone, per avere la risposta e rimpiangere il passato. In perfetta sintonia con il personaggio interpretato dal regista, un ex produttore discografico che gestisce un negozio di vintage, si resta insoddisfatti di fronte al nuovo corso della commedia, mentre con la mente ripercorriamo opere fondamentali come Borotalco, Io e mia sorella, Compagni di scuola

Posti in piedi in Paradiso parte come una commedia amara, sulle orme dei grandi registi del passato, vira bruscamente in farsa e termina come una scontata soap opera televisiva, priva di colpi di scena e senza la minima suspense. L’idea di partenza si prestava a realizzare un prodotto migliore, perché il dramma dei padri separati che rischiano il fallimento economico e morale per mantenere moglie e figli è di stringente attualità. Verdone lo affronta con poca ispirazione e lascia a desiderare a livello di sceneggiatura e caratterizzazione dei personaggi. Manca la mano di autori come Benvenuti e De Bernardi  capaci di tratteggiare con garbo e ironia i problemi della società italiana. I personaggi sono vere e proprie macchiette monodimensionali, roba che al confronto i fumetti e le telenovelas brasiliane diventano romanzi di Proust. Verdone è un produttore discografico in disgrazia che fatica a sbarcare il lunario vendendo dischi in vinile, Favino è un critico cinematografico decaduto e relegato al gossip, Giallini è un agente immobiliare che guadagna qualche euro facendo il gigolò al servizio di vecchie signore, Ramazzotti è una cardiologa fragile di nervi che recita molto sopra le righe. Gli attori principali sono bravi, almeno questo conforta, ma i comprimari sono dei veri cani, attori da televisione, abituati a recitare nelle fiction, senza cambiare mai espressione. Alcune situazioni che possiamo definire farsesche strappano il sorriso: il maldestro e mancato furto in casa di due vecchietti, la visita della Ramazzotti a Giallini che soffre di cuore per aver preso troppo viagra, la convivenza difficile dei tre padri in una casa dove passa la metropolitana e il cellulare prende il segnale solo fuori dalla finestra, il marito pazzo della Ramazzotti che sfascia il negozio di Verdone… Il fatto che a volte si rida non è sufficiente per esprimere un giudizio positivo su un film ambizioso che tradisce tutte le attese. Verdone vorrebbe fare commedia alta, affrontare un problema e far sorridere parlando di situazioni amare, ma non riesce neppure a girare una farsa, perché il finale è in preda al sentimentalismo e a un lieto fine di stampo televisivo. Girato con buon budget, finanziato dalla Banca Popolare di Vicenza e da molti sponsor, il film è ambientato tra Roma e Parigi. Deludente,  persino imbarazzante, nonostante le molte critiche positive.

di Enrico Pietrangeli

“Donne in Poesia” a Roma il 16 marzo

Il 16 marzo a Roma, presso la Libreria e Caffetteria Frane Letterarie in via San Martino ai Monti 7/A – ore 18:30, verranno presentate due plaquette poetiche numerate che, per l’occasione, avranno una distribuzione in omaggio. Si tratta di C’è qualcosa nel dolore degli altri di Maria Leonardi e Come sono messe le lampade di Maria Biuso, due “chicche” della collana “Donne in Poesia” diretta da Elisa Davoglio che riportano la dicitura “edizione unica” e pubblicate dalla Libraria Padovana Editrice in cooperazione con la Chelsea Editions di New York. Oltre alla direttrice della collana, che introdurrà l’evento, sarà presente Giampietro Tonon di Lierary.it e interverrà Antonella Zagaroli.

Quella di Maria Leonardi è una poetica determinate negli esiti. Quindici pagine percorrono un iter d’indagine e considerazioni su un dolore che trova i suoi risvolti a partire dal titolo, quale specchio di ricerca volto agli altri non tanto nella stretta di esperienze correlate quanto nella coesione circostanziale del “qualcosa” che permane, perentorio nonostante la sua vaghezza e altrettanto attinente al tutto che ci circonda, a partire dalla quotidianità e i ritmi di una natura che l’assecondano. Ritmi che tornano fulgidi, mai in secondo piano in quella che è la stessa valenza del dolore attraversato dalla consapevolezza dell’amore. C’è una sorta di soffusa e scandita immersione filosofica che scava e si stratifica nei frammenti poetici dell’autrice, frammenti senza titolo e volutamente velati di un distrattamente lasciarsi andare alla pulsione poetica, che di fatto e assai bene dà dimensione del tutto. Un tutto che è ciò che accade in una precisa identità oggetto d’esplorazione al di fuori della pertinenza del momento e, nondimeno, in sintonia con l’istante stesso, che è connessione mai forzata e ancor meglio evidenziata dall’opportuna assenza di titoli demandata a quel solo “qualcosa”, perno e al contempo frutto dell’intera ricerca nella sintesi di questa breve ed altrettanto efficace silloge poetica. Un “qualcosa nel dolore degli altri” che va oltre il dolore vissuto in prima persona e senza del quale appare, sin dall’incipit, impossibile intraprendere ulteriori strade, perché è da lì che si sradica quel “ciuffo d’erba” che è anche “mio giardino”. E da lì pure si svela, senza sotterfugi, quella chiave di lettura di una taciturna, autentica compassione, sommessa e mai omessa, concretamente efficace nel suo fluire tra l’anima e il mondo esterno attraverso lo sguardo dell’interiore. La “polaroid” ne diviene simbolo e anima, prima ancora che sinonimo d’istantanea, quel “qualcosa” che è il di più oltre ogni clonante digitale, che resta per elevarsi alla diversità dell’unità partendo dalla “forma tradizionale” guénoniana. Un istante, dunque, che perdura dosato in versi colloquiali su decise pennellate, che si determina laddove il cielo è “un po’ nuvole e un po’ blu”, un cielo che “ha visto te e hai visto tu” rendendo perfetta simmetria di un medesimo attimo, unico e irripetibile. Il “qualcosa” che ci “accompagna nelle camere / a spalancare appena le pareti”, capace di produrre quelle indispensabili discrepanze tra le mura, le sole in grado di fornire un punto di luce focale, essenza stessa della proiezione di un asse spazio-tempo impresso su pellicola che poi, in questo caso, è quella stessa stampa che fuoriesce da una portatile camera oscura, quella della polaroid, con tutti i limiti di una definizione sulla saturazione della luce capace di rendere l’aura al di là dell’artifizio dei giochi di luce. Qui prende dimensione una quotidianità strozzata dal lutto, “partitura” della “tua morte, con i suoi per sempre”, di quanto gettato a mare senza un perché e una coscienza del peso delle parole. “Mare” che, nel “marasma”, “tutto sbatacchia”. Resta allora “il battito della coda d’un pesce”, lo “stupore nuovo” del mondo oltre le acque della placenta garante di un legame al “sempre”. Allora si diviene “formica”, “che misura le cose / con il metro più corto” ma, “quando l’aquila compie il suo volo / il tempo resta fermo a bocca aperta”. Allora il tempo, un tempo di darwiniana memoria ma che sa trascendere, renderà il pesce prima anfibio e infine volatile, potrà far sì che la coscienza trovi ancora dimora nelle altitudini dell’amore, un cielo da condividere solo ed esclusivamente con un proprio simile da poter finalmente scegliere e non subire, un “qualcosa” da riconoscere e attendere da “sempre”. È tempo che tutto ricostituisce ed evolve rendendo “sfondo opaco / del ricordo”, “tranne trovarti pungente briciola / in qualche angolo della mia pelle”. E quest’ultimo residuo, oltre a incontrare una delle immagini più belle della poetica dell’autrice, devolve anche il fine ultimo dell’amore, mai dimentico non dell’oggetto stesso dell’amore bensì del dettaglio, di quel pungolo a ritrovarsi, sia pure in altre forme e dimensioni, dove il passato possa assumere quel suo perché da erogare al presente, all’attesa mai dimentica del qui ed ora per un altrove, che è passato e futuro da incarnare in un disanimato verbo. E, se “tutto passa”, anche “il passare è infinito”. Ed allora ecco che, il “non mi reggo più in piedi”, il sentirsi “disossata” diviene benedizione per un mondo che ci consegna in ulteriori, più grandi disegni. L’amore, che è il sublime, si santifica e riemerge di più impersonale forma, dove il “te” affonda oltre ogni tempo di un’identità che diviene sostanza in attesa di forma: “senza te al mondo / il mondo è insostenibile / neanche una vertebra / che regga tale insensatezza”. L’amore che è “tutto vibrante / ai suoni del pensiero”, “oltre ogni limite bello”. E il “bello”, oltre ogni “insensatezza”, sa attendere e tornare concludendo questa tanto semplice quanto profonda poetica riflessione dell’autrice.

Con Marta Biuso quel che di più colpisce è la notevole capacità di devolvere uno spaccato di un mondo al femminile spoglio di orpelli e che, nella sintesi stessa del verso, fuoriesce nitido, fintanto da coinvolgere adeguata attenzione e riflessione in un percorso che ci dona per intero e senza riserve squarci di amorosi sensi che poco hanno di sdolcinato e molto di vissuto in contenuti che, purtroppo, spesso neppure sfiorano nella media un corrispondente al maschile. Corrispettivo che qui, più che condannato, emerge infine in un pacificato essere messo a nudo. “Che fare di questi dieci anni” è la domanda indiretta di apertura che la Biuso colloca in un ottimo incipit, capace di un ponderato e razionale speculare tra vive emozioni sin dalle prima battute date in risposta. Anni che, dalla “cantina”, richiameranno comunque l’attenzione di un qualche “feticista”, di quelli che comprano purché “incellophanato”. Un’ironia composta scorre e trabocca dal personale per attraversare un’intera società irrisolta, orba di futuro. Una cultura per cui è meglio lasciare “riposare in frigo” ciò che verrà pur di non assumere dirette responsabilità col presente. Tra un tempo senza tempo si lasciano fluttuare “tacchi” che ne scandiscono cadenze su “vetrine” allestite per ricoprire le nudità di fondo. Un tempo dove, secco e tagliente, implode un ossimoro dialettico e assai intenso del verso illuminando una consueta glacialità che filma il tutto: “Tu mi manchi. Non sei una persona sei un mostro. Sei un mostro e sei divino”. Un tempo condiviso in anonimi luoghi senza più un’anima, che vengono ben messi a fuoco a partire dallo stesso stile intessuto dall’autrice oltre agli inequivocabili simboli introdotti. Il “supermercato” diviene così quel punto evocativo del nulla, “dove potrei vederlo tra chi spinge carrelli di scatole / tra chi scompare nei magazzini”, un luogo senza cielo e senza luna per cui l’origine non sarà mai riscatto di un eterno sotteso e anelato. Con “Il tuo medico” prende forma anche la parodia più intelligente, quella di essere specchio di malattie verso un mittente maschile: “Il tuo medico può aiutarti a smettere / di stare a un passo dietro / di dare un controtempo inutile al rumore delle foglie”, perché il suono della natura delle cose non necessita alcun alibi e, tantomeno, un contrappunto. Una natura che ritorna, catartica, per chi ancora ne ha coscienza. Proporzioni e ritmi, pertanto, giungono come una cascola programmata: “ti lascerò andare a primavera / quando i fori non ce la faranno più”. Natura che, nondimeno, appare dissestata da contaminazioni e bizzarrie nella rottura dei cicli che tutt’intorno imperversa: “neanche l’amore tra un uomo e una donna segue più il ciclo delle cose” è l’amara constatazione a cui si perviene. Un ciclo che, tuttavia, svolge sempre la sua nemesi per cui “un giorno” “dovrai gettare la tua altezza in basso”, “sbatterai sul letto come se qualcuno ti sparasse” fino a “bestemmiare il tuo io” e il suo egoismo “immenso nel peccato”. Ma tutto questo non sarà rancore, bensì misericordia, perché solo così “dentro il mio corpo trasparente / vedrai le parole che cerchi”. Natura che non è duplicante ma generante, dove “la copia non è concessa”. “Come sono messe le lampade” è il dettaglio da cui non si sfugge, “Vita o tormento”. Per concludere l’autrice riprende quel lungo verso colloquiale, che deborda incidendo, un cesello testimonianza di pensiero e ricerca: “perché anche se l’amore è sparso perché proprio perché l’amore è sparso / continua a defluire come aver trovato il giacimento / e quindi c’è”. Resta quindi la ricchezza per quanto scoperto e introiettato, la catarsi di una chiusa degna della dimensione più alta dell’amore: “profondamente prego che tu sia / profondamente libero e felice”.

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