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Giappone: un anno di tsunami

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

di Danila Oppio.  Se ne parla ancora? Forse, ma molto poco. Questo conferma la mia teoria, che l’umanità rimane folgorata dalla notizia di un disastro di proporzioni immani, legge la notizia, si dispera, si chiede come si possa aiutare…e poi dimentica. Perché la notizia, dopo tre giorni, è già obsoleta, vecchia, c’è altro di cui parlare, da commentare, da criticare.

Ad un anno dallo tsunami che ha sconvolto il Giappone, cosa succede? Infarti, radiazioni, depressione, gente e alimenti contaminati, nella città resa famosa dalla perdita radioattiva della centrale nucleare: Fukushima.

I giapponesi prendono di tutto, radiazioni ed infarti, depressione… da quel 11 marzo 2011, Fukushima è stata investita da una gigantesca onda, che ha devastato la centrale nucleare. La radioattività ha colpito un’aerea che è stata calcolata in circa 50 chilometri di circonferenza, e sono le autorità nipponiche a confermarlo.

Se da un lato appaiono foto relative alla ricostruzione di autostrade e d’altro, che dimostrano l’efficiente sistema giapponese, d’altro canto i dati ufficiali del disastro sono in continua ascesa: 13.000 morti accertati e 14,500 dispersi a causa del terremoto. Ma non sono ancora accertate le persone contaminate dalle radiazioni nucleari. Si tenta di far passare sotto silenzio a verità su Fukushima. Da un’intervista rilasciata da Nobuaki, direttore dell’Agenzia per la sicurezza nucleare, pare che le persone contaminate siano 4.956 di cui 4.766 lavoratori entrati nella centrale colpita dallo tsunami, mentre gli altri sono stati contaminati da perdite radioattive di altre centrali. Da allora, solo il 10% dei lavoratori sono stati messi sotto controllo per accertamenti medici a causa di ingestione o inalazione di sostanze radioattive, le altre sono in allarme in quanto ancora non testate. Cala un silenzio di tomba, ma è confermato che nella zona il bestiame è contaminato. E non può essere diversamente. Il disastro giapponese è pari a quello di Chernobyl del 1986, con l’unica differenza che la nube radioattiva di allora andò in giro per l’Europa, mentre questa nipponica si è concentrata sopra la zona dove si è formata. Chi abita nei paraggi, un centinaio di chilometri intorno, per essere precisi, sta già pagando l’effetto della radiazione.

Ansia, depressione e quant’altro, stanno devastando la popolazione che è al corrente della durata delle radiazioni nucleari: vent’anni. e colpirà 340.000 tra bambini e ragazzi. Le autorità giapponesi tendono a minimizzare, trasmettendo notizie sulla situazione, dichiarandola abbastanza stabile. Che significa?  Che non c’è nulla di sicuro, in quanto i rischi restano altissimi.

Greenpeace International, in un rapporto che accusa il governo nipponico, mette ben in chiaro che  lo stesso ha fallito sia riguardo alla prevenzione che al dopo-terremoto. Il disastro causato dall’uomo potrebbe ripetersi su tutti gli impianti del pianeta, mettendo a rischio milioni di esseri umani.  Secondo Jan Van de Putte, esperto di sicurezza nucleare,  il nucleare è insicuro e i governi autorizzano la costruzione di centrali senza saper come fronteggiare i pericoli che possono derivarne.Inoltre, centinaia di migliaia di persone hanno sofferto le conseguenze dell’evacuazione forzata per evitare l’esposizione radioattiva.

Il Giappone considera responsabile l’operatore dell’impianto, ovvero la Tepco, ma si può constatare che ad un anno dal disastro, le persone colpite sono sostanzialmente abbandonate a sé stesse e alla fine saranno i contribuenti della Nazione, e non la Tepco, a pagare la maggior parte dei danni.

Dobbiamo sentir suonare tutti i campanelli d’allarme, non facciamoci accecare da false informazioni! Perfino in Svizzera si è svolta una manifestazione a Muehleberg, contro le centrali elvetiche, considerate pericolose e obsolete da molti cittadini. E ricordiamoci, la Svizzera è vicina.

Tornando per un attimo in Giappone, per assicurare possibili infarti da miocardio, ci pensa Asahiko Taira, direttore dell’Agenzia governativa della scienza e la tecnologia del mare e della terra: “dobbiamo prepararci al terremoto che verrà”. L’Università di Tokyo ritiene che ci sia il 50% di possibilità che entro 4 anni si verifichi un nuovo terremoto di magnitudo anche superiore a 7.

La flemma giapponese si inchina davanti a quanto appreso, e prosegue a vivere, forse abituata ai sismi. Ma noi dobbiamo pensare ai pericoli delle centrali nucleari, non solo per eventuali perdite dovute alla vetustà degli impianti, ma tener conto anche delle eventuali calamità naturali cui il nostro Pianeta è soggetto.

Chiediamoci: tra il rischio di rimanere senza elettricità, e quello di generazioni intere sotto la spada di Damocle di una eventuale contaminazione, quale dobbiamo scegliere?

Nell’immagine, tsunami in Thailandia, autore David Rydevik, fonte Wikipedia.

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