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Servizio Pubblico Mistico – Luigi Lusi: “Non sono un santo: ho fatto il tesoriere!”.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

di Rina Brundu. Tutto si può dire di Maurizio Belpietro tranne che non sia simpatico! Straordinaria la sua uscita subito dopo la prima parte dell’intervista a Carlo De Benedetti trasmessa da Santoro all’inizio della puntata di Servizio Pubblico titolata “Un ordine nuovo”. Straordinaria, soprattutto perché seguiva un momento di rara estasi eterica procurato dalla fatimica fascinazione con cui la pastor… pardon, l’inviata del programma intervistava il patron del Gruppo Editoriale l’Espresso e, ad un tempo, procurata dalla posa ascetica di colui (per intenderci, De Benedetti si trovava molto più a suo agio di Khomeini quando finì tra le “grinfie” giornalistiche dell’Oriana Fallaci senza-chador durante la celebre intervista del ’79), che disquisiva in estrema libertà sull’operato del governo Monti, faceva le pulci a Draghi e rifletteva con assennata rassegnazione sugli effetti presenti e futuri della crisi….

“Ma è lo stesso De Benedetti che ha patteggiato una condanna per insider-trading? Lo stesso De Benedetti che fu accusato di aver speculato sul crac della Olivetti? Lo stesso De Benedetti che aveva la residenza in Svizzera?” ha sbottato Belpietro di ritorno nello studio, incurante delle occhiate gelide del padrone di casa. Neppure il tempo di gustare l’umor-nero del direttore di Libero che la luminosa presenza imprenditorial-rampante veniva opportunamente scalzata dalla più imgombrante apparizione del fantasma del già tesoriere de La Margherita Luigi Lusi. Il quale Lusi, quasi seguendo la linea mistica idealmente tracciata dal Carletto nazionale, si è presentato con il cuore in mano. Del resto, dato che i soldi del fu partito di Rutelli sembrerebbero essere già finiti nelle sue tasche è pure logico che le mani se le ritrovi libere (almeno nel momento storico in cui scriviamo!).

“Non sono un santo: ho fatto il tesoriere!” ha infatti filosoficamente chiosato a sua volta l’ex margheritino in chiusura dell’intervista di Luca che lo invitava a… spiegarsi. E per spiegarsi Lusi si è pure spiegato molto bene. Per lo più ha dato ad intendere che se per una decade è stato apprezzato cassiere di un partito così importante un qualche motivo ci sarà stato: che la dirigenza avesse estrema fiducia in lui? Una possibilità come un’altra e, fiducia per fiducia… da uomo… fidato, appunto, non ha neppure esitato a ricambiarla bruciando le carte che andavano bruciate. Logica inattaccabile la sua, soprattutto molto italica e sicuramente degna del Paese del Vangelo-secondo-Matteo-adattato-alle-circostanze: che la destra non sappia mai cosa fa la sinistra. E viceversa. Il soggetto sottinteso è, naturalmente, “la mano”.

Ma se a sinistra si piange a destra non si ride (qui il soggetto sottinteso è invece una visione politica schierata, ideale e sfortunatamente defunta sui diversi fronti con Berlinguer e con De Gasperi). Ecco quindi che a difendere l’onore leso della Lega e dei suoi dirigenti coinvolti nelle nuove inchieste sulle tangenti in Lombardia è sceso in campo nientepocodimenoche il milanese doc Matteo Salvini che col Matteo del Vangelo c’entra poco ma che per cautelarsi ci ha tenuto a precisare: “Non siamo in paradiso, intendiamoci…”. Soggetto sottinteso, noi-della-Lega. Come a dire, giù le mani da Boni (i.e. Davide Boni, il dirigente del partito padano che sarebbe attualmente indagato per le tangenti di cui sopra), perché se è vero che qualche pecorella “smarrita”, in passato, ha fatto parte pure del nostro gregge è altrettanto vero che quando l’abbiamo scoperta non abbiamo esitato a cacciarla a calci nel sedere. Questo di Boni non è naturalmente il caso! A quel punto l’intervento telefonico di Matteo Renzi, sindaco di Firenze, determinato a difendere le proprie ragioni (era stato citato da Lusi nel fatale coming-out mediatico e ci ha tenuto a specificare che lui, Renzi il rottamatore, i soldi li aveva chiesti ma non glieli hanno mai dati!), è stata mera consequentia rerum: non ci sono due Matteo senza tre…

Da quel momento in poi è stata tutta una messa cantata inneggiante ad una chimerica-politica-pulita (ma dove l’ho già sentita?), che da una ennesima taumaturgica visione debenedettiana ha portato gli astanti e i computer-incollati fin nelle profondità infernali dove diavoletti armati di “forconi siciliani” hanno quasi linciato un imperturbabile Belpietro. Imperturbabile ma determinatissimo (se solo il conduttore gliel’avesse permesso!) a leggere la lettera pasoliniana che, a suo dire, l’avrebbe detta tutta sui giornalisti leccafondelli, Santoro in primis. Fortuna che almeno in questa puntata il sermone travaglico non è stato uno dei più pungenti: si è semplicemente limitato a prendersela contro la casta banchierica e le sue connivenze politiche per poi eclissarsi raccontando una barzelletta sui politici che avrebbero la faccia come il c**o. Niente di nuovo sotto il sole, insomma!

Nello screenshot, Maurizio Belpietro durante Servizio Pubblico.

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