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Rosebud, Dublin, Ireland – Year 7º. Breaking News

“Ecco Ina” di Daniela Manca

L’AFORISMA DEL GIORNO – DAILY QUOTE

Ciascuno di noi nasce con un compito solitario da svolgere e coloro che incontra lo aiutano a compierlo oppure glielo rendono ancora più difficile: sfortunato colui che non sa distinguere gli uni dagli altri.
(Christian Bobin)

I NOSTRI AFORISMI – OUR QUOTES

La solitudine dell'anima non si riempie con la compagnia. (Rina Brundu)

La vegetazione fitta, la strada tortuosa e stretta incassata nella parete rocciosa con scarpe ripidissime, lo strapiombo vertiginoso sul lato opposto, giù fino al fiume che scorreva costretto fra le alte rocce, segnato per tutto il percorso da una striscia continua di oleandri.

Quando ero piccolo come te mio nonno era solito farmi domande del tipo: “Quando inizia la primavera?”

Io tentavo: “Quando spunta l’erba nuova?”

“Prima. Molto prima, figlio mio. Se tu stai immobile e in perfetto silenzio nel gelo dell’inverno, puoi sentire come uno scricchiolio sommesso: è la primavera che comincia a stiracchiarsi. È così. È sempre così nelle cose della natura, ogni cosa comincia ben prima del momento in cui possiamo vederla o sentirla; è così anche per le parole che pronunciamo o per le malattie che patiamo.”

“È cominciata così: ero andata all’università per avere un colloquio col professore, nella speranza di avere finalmente assegnato un lavoro per la tesi. Nell’auletta dove eravamo stati convocati, trovai già una mezza dozzina di studenti, qualche altro arrivò in seguito. Venne il professore e propose un lavoro di ricerca sul campo, relativo all’impiego delle piante nelle varie attività tradizionali in Sardegna. Il lavoro poteva essere svolto ovunque ma era chiaro che un piccolo centro, non troppo corrotto dalle abitudini cittadine, sarebbe stato preferibile.

Io mi sono proposta, spiegando che ho dei parenti stretti in un piccolo paese in Ogliastra. Il professore si è mostrato entusiasta: -Benissimo, benissimo, signorina Floris, è quello che speravo; mi raggiunga nel mio ufficio e le chiarisco i dettagli- .”

Con queste parole Ina aveva cercato di spiegare alla madre e alla sorella come era arrivata ad accettare quell’incarico come lavoro per la tesi di laurea. La spiegazione era chiaramente insufficiente perché Ina, come gli altri suoi compagni, aveva fino a quel momento evitato di farsi carico di lavori del genere: gravosi e impegnativi, che rischiavano, a pochi esami dal traguardo, di rallentare la conclusione degli studi e il cui merito sarebbe andato quasi integralmente al professore.

C’era poi un altro aspetto: da tempo, dopo la morte del padre, la famiglia di Ina si era allontanata da quella paterna e in realtà da diversi anni non si era più tornati al paese, dove si trovavano la nonna paterna e un’anziana zia. Non si era verificato niente di clamoroso, che lei sapesse, i legami si erano logorati per incuria, per negligenza.

Mentre la sorella, con una serie di smorfie ed espressioni, aveva dimostrato chiaramente di disapprovare il progetto, la madre, che aveva ascoltato in silenzio, non si era mostrata contraria, anzi le aveva assicurato che a nonna Evelina e a zia Grazietta avrebbe fatto piacere ospitarla.

Si erano dunque messe in contatto con le parenti, cosa tutt’altro che agevole. A casa di nonna Evelina non c’era il telefono, che al paese era considerato un lusso dei pochi ricchi e una stravaganza di qualche povero. Fu necessario chiamare la sera una vicina di casa e affidarle l’ambasciata, richiamare la sera successiva per avere la risposta e poi ancora per mettere a punto i dettagli.

Finalmente, completati i preparativi, Ina si era messa in viaggio di lì a qualche giorno. Preparare i bagagli non era stato problematico, aveva portato pochi indumenti, qualche libro, del materiale per appunti e una quantità di carta da disegno, matite pastelli e colori di vario genere, dalle chine ai pennarelli, dagli acquarelli ai gessi.

Montò sulla corriera il mattino presto ma nel tempo necessario a lasciare la città era giorno fatto. Era iniziata la primavera e lei se ne rese conto solo quando il mezzo s’inoltrò nelle campagne. Aveva fatto tante volte quel viaggio da bambina, sulla corriera perché non avevano mai posseduto la macchina, lei vicina alle due sorelle negli ultimi posti, i genitori qualche sedile più avanti.

Il paesaggio era immutato, quando lasciata la pianura la corriera aveva preso a inerpicarsi per le montagne, tutto intorno a Ina si ripresentava identico a quanto si era conservato nei suoi ricordi. La vegetazione fitta, la strada tortuosa e stretta incassata nella parete rocciosa con scarpe ripidissime, lo strapiombo vertiginoso sul lato opposto, giù fino al fiume che scorreva costretto fra le alte rocce, segnato per tutto il percorso da una striscia continua di oleandri. Quel paesaggio l’aveva sempre affascinata, a tratti la roccia era una parete compatta, continua, e sembrava colare dall’alto ininterrotta, come una spessa glassa su un dolce. Nello snodarsi del percorso, affrontando curva dopo curva tutte le innumerevoli pliche del massiccio granitico, Ina era incantata dall’alternarsi della vegetazione in base all’esposizione, a un susseguirsi di ombra e luce, corrispondeva il ripresentarsi di specifiche varietà di piante: lecci, rosmarini, alaterni; quindi, cisti, calicotome, euforbie…

Nonostante tutti i dubbi e le riserve si era detta da subito che il viaggio in sé meritava il tentativo, era vero, ne riceveva conferma a ogni svolta della strada.

A parte questo, era molto meno convinta della fattività del progetto di quanto non avesse osato ammettere, e poi c’era stata qualcosa nella dinamica dei fatti che aveva omesso di raccontare alla mamma. Non era qualcosa di molto importante, era solo il fatto che quando si era trovata nell’auletta con i compagni, mentre il professore parlava ed esponeva il progetto, lei era stata quasi assente con la mente, come distratta da chissà quali pensieri, e quando si era proposta per il lavoro, era stato come vedersi e sentirsi rispondere dall’esterno, come una scolaretta svagata che, sorpresa dal maestro, riceva uno scappellotto e butti fuori lì per lì la prima risposta che capiti.

Si era sentita alquanto frastornata anche in seguito, quando il professore le aveva spiegato, piuttosto vagamente, in realtà, in cosa doveva consistere il lavoro. A quanto aveva capito, si trattava di raccogliere informazioni sull’uso tradizionale delle piante sotto ogni possibile aspetto: alimentare, medicinale, nella costruzione, nell’utensileria; raccolte quante più informazioni le fosse riuscito, avrebbero poi valutato via via come procedere. L’unica cosa che aveva compreso chiaramente era che un gruppo di studiosi del centro e nord dell’Europa si era rivolto al professore chiedendogli di raccogliere quel tipo di informazioni da inserire in un più ampio progetto già avviato e lui non vedeva l’ora di scaricare a qualcuno la patata bollente, tanto più che lo chiamavano in continuazione per avere notizie.

Ina aveva avuto, perlomeno, il sangue freddo di chiarire che avrebbe fatto un semplice sopralluogo in seguito al quale si riservava di accettare o no l’incarico. Il professore, entusiasta, aveva accettato le sue condizioni, garantendo la massima collaborazione (ma senza chiarire in cosa potesse consistere) e l’aveva congedata, raccomandandole di fare molte, moltissime fotografie. ‘Certo’, aveva pensato Ina, ‘poi lo sviluppo e la stampa me li paga lui. E poi io neanche ce l’ho la macchina fotografica’.

Mentre la corriera procedeva e lei divagava, perdendosi in queste considerazioni, aveva preso distrattamente a disegnare nei margini del libro che teneva sulle ginocchia, come suo solito. La mano si muoveva autonomamente, tracciando segni e scarabocchi: disegnava qualche scorcio particolare, il profilo irrequieto dei monti, un ramo secco, il volto di qualche contadino stretto nei suoi abiti di fustagno scuro.

Superato con un ultimo ponticello il massiccio dei Sette Fratelli e il Monte Acutzu, la corriera ora procedeva quasi in pianura sulla strada meno tormentata che introduce nel Sarrabus e Ina respirava via via più liberamente, contenta di riassaporare questa sensazione nota, che provava ogniqualvolta le si presentava l’occasione di allontanarsi dalla città. La sua avversione non era per Cagliari in particolare che, anzi, non le dispiaceva, ma per le città tutte, per il modo in cui ci si trova costretti a vivere, particolarmente chi, come lei, disponeva di scarsi mezzi. Del resto lei era nata e cresciuta in città e si rendeva perfettamente conto di come fosse difficile allontanarsene, tagliare quel tenace cordone ombelicale col quale ogni città trattiene le sue creature. Molto più semplice, pensava Ina, per un paesano recarsi in città, ha mille pretesti per farlo, spesso c’è costretto, per ragioni di lavoro, di studio o di incombenze burocratiche. Un cittadino invece quante occasioni ha di recarsi nei paesi o anche solo in campagna? Per villeggiatura? Grazie tante! Chi può permettersi di andare regolarmente in villeggiatura ha, con ogni probabilità, anche i mezzi per scegliere di non abitare in città. Era un suo vecchio chiodo fisso, non aveva mai accettato che i genitori avessero deciso di lasciare il paese per trasferirsi in città dove avevano condotto una vita modesta “ma dignitosa e onesta!” soleva dire suo padre. Era una sua frase tipica che la faceva regolarmente imbufalire, e alla quale lei aveva sempre replicato: “e in paese saremmo stati indecorosi e delinquenti?” La madre di Ina era stata portinaia di un elegante palazzo del quale aveva occupato l’apposito appartamentino adiacente alla portineria. Il padre si era arrabattato facendo cento mestieri finché la salute glielo aveva permesso. Ina aveva sofferto di quella condizione; lei, per le altre bambine del palazzo, era la figlia della portinaia. Le sfilavano davanti, tutte eleganti, per recarsi a scuola, per andare in piscina o in palestra; le aiutava a caricare i bagagli quando andavano in villeggiatura o a sciare. Non avrebbe saputo dire se la sua era semplice invidia, perché non ambiva a vivere come loro, l’avrebbe definita piuttosto una diversa forma di insofferenza, ma non sapeva attribuirle un nome. Per lei c’erano stati quei rari viaggi al paese, con la corriera, dei quali non parlava mai alle altre bambine ma che stimava preziosi perché in quelle occasioni si sentiva bene, come ora, convita com’era, fin da allora, che i cittadini siano come piccole schegge di ferro, e la città, una grossa calamita. Solo allontanandosene abbastanza si poteva allentare quel legame costrittore.

Pescò dallo zaino dei fogli bianchi e si propose di stilare uno schema per il lavoro che l’attendeva, ma non sapeva da che parte prenderlo e alla fine riempì i fogli di schizzi e disegni.

Si avvicinava al paese, mangiò la merenda che si era portata da casa e si concentrò sul paesaggio. Le piaceva tanto. Nella parte bassa, e fino alle pendici delle colline, erano le vigne a imporre la loro simmetria; più in alto, qualche oliveto o mandorleto, poi regnava la macchia mediterranea o il bosco misto. L’effetto era un incanto, la natura si sfogava con un’esagerazione di colori, intere plaghe di giallo, versanti opposti viola o rosa; il verde stesso era ostentato in un’enfasi di sfumature. Sulla vegetazione dominavano massi e guglie dalle forme ardite e dai colori diversi, tipiche di quella regione geologicamente tormentata.

Erano ormai in prossimità del paese quando la corriera fece una sosta per caricare alcuni contadini e Ina si trovò a guardare incantata il paesaggio: una serie di ondulazioni accompagnava lo sguardo a Ovest, poi le colline si levavano più decise e fra gli scisti grigi si ergeva un’audace cresta di porfido rosso, che spaccava lo sfondo. Da lì sembrava giungere il ruscello, che scorreva impaziente fra i ciottoli e si tuffava nel ponticello sotto la strada. Memorizzò la fermata e prese nota di qualche elemento del paesaggio, decisa a tornare per dare un’occhiata da vicino.

Giunsero in paese, lei scaricò lo zaino e si trovò sola al centro della piazzetta assolata. Più tardi, con la frescura serale, si sarebbe riempita di vecchi e delle loro chiacchiere, del vociare dei bambini e delle fogge multicolori dei giovani a passeggio, ma ora era deserta a parte un gruppetto di ragazzi che sedevano scomposti ai tavolini di un bar, sul marciapiede in ombra. Ina si mosse ignorando i commenti, non proprio sommessi, che le dedicavano i giovani, e l’esame radiografico cui la sottoposero i loro sguardi.

Fu bello ritrovare la vecchia casa della nonna, con i suoi modesti arredi e i ninnoli da pochi soldi, così come ricordava; e che piacere incontrare nonna Evelina e zia Grazietta. La nonna era diventata una bella vecchia, dopo essere stata una donna non molto avvenente; ‘potrebbe capitare anche a me’ si disse Ina, conscia di aver ereditato le sembianze della nonna, oltre al suo nome, invero poco gradito. Aveva portato dei doni: per la nonna un suo ritratto col marito, ricavato da una vecchia fotografia che li riprendeva insieme, in posa, almeno cinquant’anni prima. Per la zia un servizio da caffè dalla linea moderna e inusuale, bello, che riuscì molto gradito. Le sembrò tutto identico a come lo ricordava e si meravigliò di qualche cosuccia che aveva dimenticato: c’era la botticella con i minuscoli bicchierini appesi e che, a memoria sua, non aveva mai contenuto nulla; alcuni quadretti che rappresentavano delle dame settecentesche a passeggio, con ombrellini e cagnetti; un policromo carretto siciliano; un soprammobile segnatempo nel quale si alternavano uno gnomo con l’ombrello e uno che coglieva spighe, a seconda del tempo previsto.

 “E quindi sei tornata qui in paese” le diceva la nonna tenendole le mani, “non si trovano dei bei ragazzi in città?”

“Sono venuta per una ricerca di studio.”

“Ah! Si certo! Come ti sei fatta grande! Sei anche carina¼ mi sembra incredibile che sia dovuta venire fin qui per trovare un fidanzato, i ragazzi di città sono proprio degli allocchi!”

“Lasciamola tranquilla.” Interveniva bonariamente zia Grazietta, Ina sorrideva senza risentirsi delle canzonature della nonna. La ricordava da sempre chiusa nel nero del lutto, del marito dapprima, poi del figlio, il padre di Ina, del quale era esposta una fotografia che lo ritraeva con la divisa militare. Trascorsero il pomeriggio a parlare un po’ di tutto, Ina espose nel modo più chiaro possibile quali fossero le finalità di quel soggiorno; contava molto sul loro aiuto, per la sua ricerca.

Le due donne si erano mostrate conquistate dalle parole della ragazza, ma si dichiaravano assolutamente non idonee ad aiutarla e si schermivano, ritenendo di essere ignoranti e analfabete.

 Qualcosa otteneva per via indiretta, per esempio se domandava: “Come si faceva, nonna, quando eri giovane, per tingere i tessuti?” Allora la nonna si lasciava andare ai ricordi. “Erano tempi difficili, figlia mia, eravamo poveri in terra, non possedevamo nulla, pensa che la tale… siamo lontani parenti (e lì inseriva un dettagliato albero genealogico che dimostrava la parentela)… ebbene, proprio lei, doveva sposare e non aveva corredo, allora… Così nelle arabesche descrizioni inseriva, qui e lì, qualche informazione utile, qualche descrizione interessante ai suoi fini di cui lei prendeva diligentemente nota.

 Funzionava meglio se faceva domande precise, per esempio: “Nonna, come si ottiene questo bel giallo nella lana o questo marrone così cupo?” Allora la nonna o la zia elencavano le piante adatte allo scopo, ma qui sorgeva un’altra difficoltà: loro fornivano i nomi sardi delle piante e conoscevano solo quelli. Talvolta riusciva a intuire di che pianta si trattava perché i nomi sardi suonavano straordinariamente affini a quelli scientifici latini, per esempio per il grano il cui nome latino è Triticum e il nome sardo è trigu, o per il sedano: nome scientifico Appium, nome sardo appiu. Negli altri casi non le rimaneva che scrivere nei suoi appunti il nome sardo, così come lo sentiva pronunciare.

Nel complesso il frutto di questi primi sforzi era un’accozzaglia di annotazioni piuttosto disordinate e slegate fra loro, che non la soddisfacevano affatto.

Non andò meglio quando domandò quali fossero le piante spontanee di cui si cibavano nel passato, la risposta, data per scontata, fu: “Tutte! E’ come chiedere quali erbe bruca una capra: tutte quelle che può. E’ chiaro, se ne ha modo sceglie anche lei, ma se non ha da scegliere mangia tutto. Così facevamo noi, in competizione con le capre: quando le conducevamo al pascolo, cercavamo di anticiparle per trovare i cespi migliori di cicoria o di tarassaco, o le more o gli asparagi. Mangiavamo tutto quello che non era velenoso e, talvolta, anche quello, con precauzione; così mangiavamo le mandorle tenere, in primavera, prima che il guscio interno diventasse legnoso, le masticavamo come fossero confetti, tutte intere, non tante però perché gli adulti ci ammonivano a non esagerare poiché avrebbero potuto intossicarci gravemente.”

“E’ vero” commentava Ina, “contengono del cianuro!”

 “A seconda delle specie” continuava la vecchia, “mangiavamo i frutti o le foglie, le radici o i semi. Talvolta si mangiava il picciolo carnoso, scartando la foglia coriacea, altre volte la foglia liberata del picciolo; di certe piante succhiavamo il calice dolce del fiore, di altre scartavamo la scorza fibrosa e mangiavamo il culmo interno. In alcune specie avevamo imparato a estrarre delle galle polpose, conseguenza della puntura di certi parassiti, e le masticavamo con gusto, prima che il verme all’interno si fosse sviluppato”.

Ina era affascinata dai racconti della nonna e della zia, non ne era mai sazia, ma si rendeva conto che non servivano allo scopo, cominciava a dubitare seriamente di essere in grado di svolgere il compito che le era stato assegnato.

Senza troppa convinzione tentò un’altra via: “Nonna, quali erano le erbe medicinali di cui facevate uso?” Qui la nonna rispose che lei non era una guaritrice per conoscere i principi curativi delle erbe, quando si stava male, ci si affidava a una persona esperta. Ina si sentì un po’ ridicola, era come aver chiesto a una qualunque mamma: “Che medicine dai a tuo figlio quando si ammala?” per sentirsi dire “Lo porto dal medico e lui prescrive quelle adatte!” Tuttavia volle domandare ancora qualcosa sulla guaritrice e su come operava, ma non ne ricavò granché. Infine la zia, forse intuendo la frustrazione di Ina, le propose di parlare direttamente con una vecchia che ancora praticava l’antica arte della medicina tradizionale. Si offrì di accompagnarla ma la prevenne: sul risultato non c’era da contare troppo, secondo lei, in quanto la guaritrice non era tenuta a svelare le sue conoscenze e se avesse ritenuto di non farlo, nulla l’avrebbe smossa dal proposito.

Quello stesso giorno, verso sera, zia e nipote si avviarono verso la casa della guaritrice, sul lato opposto del paese. Zia Grazietta bussò alla porta di una piccola casa in pietra e quando una vecchia venne all’uscio, dopo averla salutata con le frasi di rito, le affidò la ragazza e si allontanò. Ina seguì la vecchia nel cuore scuro e fresco della casa, dove occupò una seggiolina della cucina, al lato del camino spento. La donna riprese il suo posto lì accanto e continuò a sbucciare un cestino di piselli.

Ina si guardò attorno, certo non si era aspettata di trovare un laboratorio farmaceutico con ampolle e provette, ma nella piccola cucina tutto era poco, e lindo, e sobrio. A giudicare dall’aspetto poteva essere una casa disabitata da tempo o sottoposta a un incantesimo; la vecchia non mostrava alcun disagio per la presenza silenziosa di Ina, la quale sorrise all’idea che la donna si fosse addirittura dimenticata di lei.

“Sono venuta” disse alla fine la giovane “per una ricerca di studio”.

“Perché sei venuta?” domandò la donna come se lei non avesse ancora pronunciato una parola.

“Sono venuta solo per una ricerca di studio” ripeté Ina, ma quel “solo” che le era scappato in aggiunta la lasciò perplessa”.

“Sei venuta solo per questo, allora.” Riprese, come se avesse colto quell’unica parola.

Ina, dopo una pausa: “Vorrei sapere quali piante erano utilizzate per la cura delle più comuni malattie”.

La vecchia tendeva a ripetere le domande di Ina o a fingere di non sentirle o a divagare e dare risposte generiche. Diceva: “Non saprei, dipende, bisognerebbe considerare in che stagione ci si trova, va valutato lo stato generale del malato.”

Ina provò con le domande dirette, ma con la guaritrice non funzionava, e se tentava di metterla alle strette, lei aveva una raccolta di perle di saggezza che con prodigalità elargiva, la preferita sembrava essere: “Acqua zuccherata” e la suggeriva con tono sommesso e un po’ complice, tanto da farlo sembrare davvero un prezioso segreto.

 Ina si sentiva frustrata e umiliata, era chiaro che la donna si stava prendendo gioco di lei. Sostenne un lungo silenzio e già pensava a come congedarsi, quando la vecchia riprese inopinatamente a parlare: “E’ curioso che tu creda di sapere perché sei venuta fin qua. Ho visto che sei in cerca di qualcosa, lo vedo da come i tuoi occhi frugano, dalla mobilità delle mani, dall’impazienza delle dita. Quando uno cambia sentiero, nella vita, non lo fa mai senza un motivo, qualcosa lo spinge, di buono o di cattivo, ma spesso non lo sa.” Parlava lentamente, a bassa voce e intanto continuava a sbucciare i piselli con fare assorto, come se officiasse un rito magico. Per sentirla bene Ina si era avvicinata con la seggiola e poi, quasi senza accorgersi, aveva preso a sbucciare anche lei i baccelli.

Continuò a dire: “Io credo che tu potresti riuscire nella tua ricerca, ma devi essere determinata e sincera con te stessa, non lasciarti distrarre da cose di poco conto o sviare dall’avidità, sia essa di oggetti o di potere o di sapere.”

Ina avrebbe voluto dire qualcosa ma le si colmarono gli occhi di lacrime. Non si spiegava il motivo. Il pianto le saliva dal petto, irrefrenabile; era un pianto muto, desolato, che affiorava da qualche sua ignota profondità e la spaventava, non sembrava legato alle parole della vecchia ma Ina sentiva che, in qualche modo, era stata lei a evocarlo, a strapparglielo fuori.

Continuava a parlare con lo stesso tono pacato. “La prima volta che andai dalla guaritrice, per chiederle di insegnarmi l’arte della medicina, lei mi cacciò via in malo modo, minacciandomi con un bastone; ma io sapevo quello che volevo fare e tornai dopo tempo. Di nuovo mi mandò via ma con minor veemenza, mi disse che dovevo essere matta e che sarebbe stato come affidare un fucile a un bimbo di tre anni. Io tornai ancora; poco per volta mi consentì di stare un po’ con lei, purché non interferissi con la sua attività, anche se fingeva di ignorare la mia presenza. Non lo sapevo ancora ma stava temprando la mia forza di volontà e la pazienza.”

La donna fece seguire a queste parole un lungo silenzio, ‘per darmi modo di assimilarne il senso’ pensò Ina, che però si sentiva stranamente confusa. Quando si sentì un po’ rasserenata, si alzò per andare via.

La vecchia guaritrice, nel benedirla, le raccomandò di affrontare le difficoltà con fiducia e buona volontà, e di camminare sempre sulla strada buona. “Vai in buonora” la salutò sull’uscio.

Ina si ritrovò sulla viuzza lastricata, con i suoi inutili fogli di appunti in mano, si sentiva un po’ strana e stabilì che doveva essere a causa della stanchezza, quindi si avviò verso casa della nonna.

Nell’attraversare la piazza superò l’immancabile gruppo di ragazzi seduti ai tavolini del bar e il relativo coro di commenti. Di solito Ina indossava magliette che lei stessa aveva decorato con i colori per stoffa, quel giorno ne portava una di cotone bianco, e dietro, in basso, vi aveva colorato un rettangolo arancione: il cartello che indica, nei mezzi di trasporto, la presenza di carichi pericolosi o esplosivi.

“Attenzione!” urlò con voce sguaiata un giovanotto, al suo passaggio, “questa è infiammabile! Per fortuna, qui in mezzo, ho un estintore bello grosso!”

Ina si voltò e vide il ragazzo, mingherlino, dal volto spigoloso, portava una maglietta con stampata una grande foglia di marijuana con sotto la scritta: CANNABIS. Tutt’intorno era un coro di risate e commenti. Avrebbe voluto dire qualcosa ma si sentiva spossata. Si voltò e riprese a camminare. Udì un’altra voce che con tono poco scherzoso rispondeva al primo ragazzo: “Ce l’hai talmente bello e grosso che lo usi anche per pensare!”

“Buona questa!” Pensò Ina con gratitudine verso il ragazzo che era intervenuto a suo favore; ma non fece caso al fatto che si fosse ristabilita un po’ di calma fra gli avventori e continuò fino a casa.

La nonna e la zia non le fecero domande. La coccolarono col consueto brodo serale, ottenuto con le zampe e la testa della gallina, che aveva sempre lo stesso buon sapore, quello di quando era bambina. Quella sera lo gustò con un piacere particolarmente intenso, centellinando le ultime cucchiaiate, per farlo durare più a lungo. Mentre mangiava in silenzio prese la decisione: la mattina seguente avrebbe telefonato al professore per dirgli che rinunciava al lavoro.

Estratto da Ecco Ina di Daniela Manca (2011), Editore L’Autore Libri Firenze.

Postfazione di Rina Brundu. Daniela Manca è nata a Lanusei, in provincia d’Ogliastra, ha studiato a Tortolì e poi a Sassari dove si è laureata in Scienze Agrarie. Attualmente vive a Lanusei, è sposata e ha quattro figli, inclusa, dice, una “micronipotina”, Emma, che vive nella mia Villanova Strisaili. Ho incontrato Daniela una sola volta, credo fosse nel 2005, il giorno della festa di San Basilio che coincideva con il giorno di presentazione della mia antologia “ISOLE – scritture letterarie, momenti d’Ogliastra”. Da quel tempo in poi ci siamo sentite raramente, per lo più via e-mail. Tuttavia, io non ho mai dimenticato Daniela. Di fatto, Daniela Manca mi ha colpito per essere una delle poche voci scritturali d’Ogliastra (se non forse l’unica, nel dato momento storico), capace di raccontare la sua (la nostra) terra in un suo definito ruolo di racconta-storie, appunto. Di voce narrante (in senso lato) che non si contenta di fare il verso a improbabili ritmi o atmosfere obsolete e post-deleddiane, che non cade nella scadente trappola pseudo-intellettualeggiante della sardità-condita-con-l’arrosto-da-sagra-paesana-a-tutti-i-costi, ma che si sforza, con molta umiltà, di raccontarsi nel suo presente, nella sua modernità, nel suo tentativo di “comprendersi” e di “capirsi”. Nel suo tentativo di crescere e di migliorarsi. Nel suo tentativo di “comprendere” e di “capire” la sua terra. Nel suo tentativo di “crescerla” e di “migliorarla”. Considerando lo status-quo dell’Ogliastra di questi tempi, sarebbe sufficiente soltanto questo per dirle grazie. E grazie lo diciamo pure all’editore che, bontà sua, ha consentito alla pubblicazione di questo estratto da “Ecco Ina”, l’ultimo libro di Daniela, su Rosebud.

Per ordinare il testo cliccare qui.

Nell’immagine, Lanusei (OG), autore Hans Peter Schaefer, opera propria, fonte Wikipedia.
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Lo disse… Nietzsche

Bisogna avere in sé il caos per partorire una stella che danzi. -- (---) -- Il mio tempo non è ancora venuto; alcuni nascono postumi.

Lo disse… OSHO

Non voglio seguaci, persone ubbidienti. Voglio amici intelligenti, compagni di viaggio.

Lo disse… NEWTON

Platone è il mio amico, Aristotele è il mio amico, ma il mio migliore amico è la verità.

Lo disse… Diogene il Cinico

(ad Alessandro che gli chiedeva cosa potesse fare per lui) “Sì, stai un po’ fuori dal mio sole”

Lo disse… Joseph Pulitzer

Presentalo brevemente così che possano leggerlo, chiaramente così che possano apprezzarlo, in maniera pittoresca che lo ricordino e soprattutto accuratamente, così che possano essere guidati dalla sua luce.

Attività editoriali per scrittori e autori

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