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Scrittura online (8): le briciole nel latte di Maurizio Barbarisi

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Prefazione di Rina Brundu: Ho sempre pensato che la Rete sia un poco come la vita: un ginepraio incredibile di strade che portano in milioni di luoghi che ognuno ricerca, visita, apprezza a seconda del suo sentire. Arrivare sul sito di Maurizio Barbarisi è come arrivare su un’isola creativa piena di colori, rumori, sapori, ritratti di “momenti diversi”, scritturalmente ed esteticamente validi. Per certi versi stupisce la cura certosina con cui Maurizio ha costruito il suo spazio virtuale, dal 2003 a questa parte, “arredandolo” con centinaia e centinaia di racconti che sono in fondo “briciole” (non a caso il suo blog si chiama Briciolanellatte) di generi diversi (dal romantico al gotico, dal classico al post-moderno), spesso in contrasto, discordanti, discrepanti, divergenti, antitetici, i quali però riescono ad incontrarsi dentro questo grande calderone giocoso in maniera armoniosa e a suo modo didattica. Se dovessi condensare la mia visione critica sul blog-writing di Maurizio direi semplicemente che “c’è del buono nella sua scrittura creativa”. Laddove “buono” sta a significare antico, onesto, pulito, serio, perbene, dabbene. Se pensate che tutto questo sia “condimento” scontato in questi arruffati tempi virtuali, be’, vi invito a… ulteriore riflessione.

Briciole nel latte di Maurizio Barbarisi:

a Rosebud selection

1) La scuola elementare.

Erano quasi le sedici e le grida dei bambini scivolavano giù dalle ampie scalinate della vecchia scuola. Si udivano anche le voci delle suore che richiamavano vanamente all’ordine e alla calma. Intanto, nell’androne inondato dai profumi del giardino centrale, complice un’attardata estate che non ne voleva sapere di farsi da parte, i genitori attendevano impazienti l’arrivo dei figli, alcuni parlottando in piccoli capannelli, altri, da soli, assorti nei propri pensieri. Tra quest’ultimi, si distingueva un uomo sui quarant’anni, in un elegante completo di tweed blu e un panino incartato in carta oleata tenuto sul palmo aperto della mano quasi fosse una torta.

«È il panino alla nutella per mia figlia» disse lui orgoglioso a una mamma che lo stava fissando con una certa curiosità. «Lei ne va matta e, a quest’ora, ha una fame che non le dico.»
Il vociare insistente si fece all’improvviso sempre più forte tanto che le due scalinate speculari ai lati dell’androne si riempirono in un attimo, come in un’attenta scenografia, di bambini festosi e colorati che correvano e urlavano da ogni parte, individuando ciscuno di essi in un colpo d’occhio, nella confusione da loro stessi creata, il proprio genitore. Con il trascorrere dei minuti, sciamarono lentamente uno dopo l’altro facendo ripiombare l’austero edificio nel silenzio religioso che gli confaceva. C’era rimasto solo l’uomo con il panino in mano e una signora di una certa età che parlava con la suora portinaia. Abbandonata l’espressione di attesa, l’uomo si sciolse in un sorriso dolce:
«Mi dimentico sempre che mia figlia, il venerdì, esce prima. Adesso sarà già a casa» disse a voce alta, come se dovesse dare quella spiegazione a qualcuno. Salutò educatamente con un cenno del capo passando la soglia consunta di pietra serena del vasto portone d’ingresso. La suora portinaia lo seguì con lo sguardo, finché non lo perse di vista.
«Poverino. Mi strazia sempre il cuore ogni volta che lo vedo» commentò la suora con la donna che le era accanto. «Ha perso la figlia in un incidente stradale, nemmeno un mese fa, e anziché darsi pace, continua a venire qua, tutti i giorni, nella speranza di rivederla scendere da quelle scale.»

2) Un netturbino particolare.

Aveva bussato un paio di volte. Il Capo Dipartimento stava evidentemente facendo finta di non averlo sentito. Quando al terzo tentativo le sue nocche si limitarono a sfiorare il vetro, si udì un imperioso ‘avanti!’ che non prometteva nulla di buono.
«Che c’è Malzetti?» gli domandò il Dirigente appena lo vide: il cognome fu pronunciato quasi fosse stato un insulto.
«Mi perdoni dottore, ma è per Canepari…»
«Ancora? Quante volte glielo devo dire? Canepari è il nipote dell’onorevole. Lo lasci in pace.»
«Sì, certo, lo so di chi è il nipote,» gorgogliò Malzetti rimasto in piedi a tormentare con la mano il bordo già stazzonato della giacca. «Tuttavia il problema è che, mentre svolge la sua mansione di operatore ecologico…»
«Continui, Malzetti, continui, non mi faccia perdere tempo!»
«Sì, mi scusi… è che il Canepari, mentre svolge la sua mansione… ecco… declama ad alta voce la Bibbia.»
«La Bibbia?» ripeté incredulo l’altro, lasciando a mezz’aria la mano che impugnava la preziosa stilografica.
«Sì, dottore, precisamente. Antico e Nuovo Testamento.»
«Ah!» si limitò a dire. Poi, riprendendosi: «almeno spazza?»
«Certo, certo, se è per quello il Canepari spazza, eccome se spazza; anzi, a dirla tutta, è molto bravo. Nella sua zona di competenza, non c’è più una cartina per terra.»
«Vede Malzetti? Di cosa si preoccupa, allora? In fondo fa solo del folklore, i turisti ne andranno matti… Si ricordi, Malzetti:» e qui l’intonazione si fece di nuovo offensiva. «È stato il Canepari che ha scelto di voler fare il netturbino. La sua ‘più viva aspirazione’, ha tenuto lui stesso a precisare. Non ce l’abbiamo messo noi a fare quel che fa! Se fa bene il suo lavoro, oltretutto, non ci possiamo fare nulla. NULLA! Ha capito?»
«Ha ragione dottore, come sempre del resto» precisò il capo servizio con atteggiamento genuflesso. «La questione, ad essere precisi, è però che quando declama, per calarsi meglio nella parte, indossa anche il relativo costume. Voglio dire che quando si è messo a parlare di Mosè si è presentato con barba, tunica e tavole dei dieci comandamenti al seguito e quando ha narrato dell’Annunciazione si è vestito da arcangelo Gabriele con tanto di aureola e ali da serafino…»
«E allora?» chiese seccato il capo«È che ora sta affrontando la Genesi… e si è vestito da Adamo…»

3) Pilato.

Più il tempo passava e più pensava che non fosse affatto giusto. A lui non toccava mai di andare in vacanza: aveva il suo animale da accudire! E ora che era in pensione gli pesava ancor di più essere costretto a restarsene a casa. Aveva chiesto ai suo vicini che se occupassero, anche solo per poco tempo, ma non avevano sentito ragione anche perché lui non aveva mai avuto un buon rapporto con nessuno.
Una notte, nel cuore della notte, si alzò di soprassalto. Aveva fatto un sogno orribile. Che era morto in quel letto, da solo, dopo una lunga malattia, senza essere mai uscito da quella valle. Allora decise. Si alzò, preparò lo zaino, ci mise dentro quello che aveva trovato nell’armadio e prelevò da dietro il mattone nel muro tutti i suoi risparmi. Sì, sarebbe partito: ma che fare di Pilato? Si risedette di nuovo sul letto a rimuginare, vinto dallo sconforto e dal senso di colpa. Poi guardandosi attorno, vedendosi circondato dalle sue misere cose, capì ciò che era diventata la sua vita: andò nella stalla, prese la cavezza e la slacciò dall’anello attaccato al muro. Si chinò e liberò la zampa dalla catena. Il toro, 850 chili di carne massiccia di razza charolais, lo scrutava incredulo; dopo qualche sforzo da parte del contadino di spostarlo, l’animale lo seguì docilmente caracollando fuori sul prato antistante. L’uomo pensò che, dopotutto, all’interno del recinto il toro avrebbe potuto trovare l’erba necessaria per sopravvivere e due settimane sarebbero passate velocemente. Per maggior sicurezza gli scaricò nella stalla otto balle di fieno ben stagionato e aprì la sistola prendendo a far scorrere l’acqua lungo lo scolo a riempire la vasca pluviale. Diede un pacca sul dorso gibboso del toro e, afferrato lo zaino, cominciò a scendere a valle. Pilato lo guardò per un po’ allontanarsi quindi si voltò indietro a controllare chi mai fosse rimasto a fargli da guardia, ma non c’era nessuno: per la prima volta nella sua vita aveva la possibilità di girare libero nel recinto senza funi o catene. Non riusciva a capacitarsi di ciò che gli stava capitando davvero. Gironzolò per un po’, entrando e uscendo lentamente dalla stalla un paio di volte. Nel suo occhio si rispecchiava un mondo intero e l’aria fresca del mattino saturava le sue froge. Camminò docilmente lungo il perimetro, sporgendo più volte il muso curioso verso i prati più bassi. Poi bastò che con il suo peso si appoggiasse alla staccionata perché si spaccasse in due: per non voler salire, prese anche lui la strada della valle. Vagò per un paio di giorni fermandosi a mangiare l’erba nei prati e a bere l’acqua dai ruscelli. Il quarto giorno scese ancora, puntando verso una brezza carica di profumi e sentori. Il sesto giorno, girata una collina, avvertì quello stesso odore che seguiva da qualche ora e che ben conosceva. Fece un sentiero stretto, a chiocciola, fino a quando si trovò davanti a una recinzione. Una ventina di metri oltre quel punto c’erano alcune mucche anche loro al pascolo. Il fiuto non lo aveva ingannato. Butto giù senza sforzo la recinzione che gli rimase impigliata in un corno. Non ci badò e proseguì il cammino: la sua attenzione era rivolta a ben altro. Il terreno in quel posto era strano, duro, caldo, gli zoccoli risuonavano come non aveva mai sentito. Si fermò dubbioso per un attimo, per pensare il modo migliore per proseguire. In quel mentre una moto a tutta velocità, appena uscita dal tunnel, se lo trovò maestoso davanti a sé a sbarrargli, come una montagna nera, quel tratto di autostrada.

4) Il risveglio.

 Il risveglio era ogni giorno più penoso. Il sonno era diventato da qualche anno intermittente e scarsamente riposante. Colpa delle apnee notturne che lo svegliavano di continuo lasciandolo in preda al panico per la sensazione di soffocare. Ora Pigi era davanti allo specchio del bagno a chiedersi chi fosse mai quella persona che vedeva riflessa. La sua pelle non era più tesa come una volta e la barba si mostrava biancastra con qualche disillusione di troppo a segnargli gli angoli della bocca. Chiuse gli occhi e il sonno gli si irradiò dalle palpebre come una ragnatela appiccicosa che lo stordì. Cercò lo spazzolino brancicando nella penombra: riuscì solo a far cadere il bicchiere di plastica con dentro il dentifricio, il pettine e chissà cos’altro. Gli oggetti rimbalzarono sulle piastrelle con un rumore insopportabile come se non si fossero persi in quella stanza, ma in un mondo sommerso e irraggiungibile. Si risolse ad accendere a malincuore la luce per recuperare tutti gli oggetti caduti: li ritrovò a fatica tranne il tubetto del dentifricio, mezzo spremuto, rotolato fin dietro al water. A carponi, con le ginocchia a contatto del pavimento gelido, realizzò che, a dar retta ai segnali che il suo corpo gli mandava, sarebbe dovuto tornare a letto. Invece prese a lavarsi, come un automa, accorgendosi di lì a poco che l’acqua non scendeva nello scarico. Qualcosa era scivolato dal bicchiere nel lavabo otturandolo. Aspettò con pazienza che si svuotasse, imprecando tra sé e sé su come fosse iniziata male quella giornata; poi vide che dal buco stava facendo capolino quello che gli pareva essere un grosso verme grigio che si contorceva su se stesso. Guardò meglio. No, era un dito. Un indice affilato, ossuto, che saggiava la consistenza del fondo del lavandino attorno all’apertura. L’unghia era lunga, violacea, in parte rialzata e tastava con insistenza e proditoria sicurezza. La reazione di Pigi fu immediata quanto irrazionale: impugnando lo spazzolino come un coltello picchiò duramente su quel dito fino a farlo rientrare da dove era venuto. Dopo pochi secondi, inaspettatamente, fuoriuscirono però un indice e un medio che subito afferrarono il manico dello spazzolino ingaggiando con l’uomo un tira e molla furioso. Nonostante gli sforzi prolungati Pigi perse la presa e lo spazzolino sparì all’interno dello scarico. L’uomo rimase senza fiato, con la paura che gli irrigidiva braccia e gambe. Si sporse pian piano verso il centro del lavandino per vedere dove lo spazzolino fosse andato a finire, ma vide distintamente un occhio che dal fondo del tubo lo guardava esterrefatto. Sostenne lo sguardo quasi si aspettasse di avere una spiegazione. Quindi, svelto, andò nello sgabuzzino da dove tornò con un flacone da cinque litri ancora chiuso di candeggina che subito riversò pura, sino all’ultima goccia, sull’occhio spalancato. Il lavandino prese a tremare e a scuotersi violentemente tanto che, pensando sarebbe caduto a terra, decise di abbracciarlo con tutto il corpo per sorreggerlo. Si sentirono ribollimenti e indefinibili mugolii. Poi tutto tacque. Pigi si sporse con cautela per controllare cosa fosse accaduto. L’occhio non c’era più.

5) La voce della montagna.

Le casupole imbiancate sembravano briciole di pane dimenticate sulla tovaglia. Un insediamento antico che non era mai meno venuto alla promessa di sorvegliare da vicino la montagna grigia. Imprigionava un gigante maligno, dicevano i vecchi, che in alcune notti borbottava tra le profonde fessure di dolomio maledicendo gli uomini che lo avevano sepolto. Lo si sentiva sospirare per il cielo blu che non poteva vedere e per il calore del sole che non riusciva a penetrare la spessa roccia. E così in quel villaggio viveva solo gente pia, devota al Signore, nata e vissuta lassù per contrastare quel male assoluto o sognare, nelle lunghe sere di inverno, che in realtà non esistesse. Si pregava, perché quei sospiri nessuno li udisse, si cantavano inni perché i lamenti fossero confusi con il rumore del vento. Fino quando un giorno Mariannina bella soffocò nel letto i suoi tre bambini. Un impeto inspiegabile di follia che terrorizzò parenti e amici rendendoli gelidi come la roccia stessa che vigilavano. Si decise di non far sapere nulla alla gente della valle. Non avrebbe capito e si sarebbe messa a giudicare e biasimare e minacciare il loro costante impegno accanto al gigante addormentato. Passarono i giorni e la nebbia attorniò la cima suggellando la rinnovata pace della montagna. Così pensarono. E sarebbe stato così se non fosse stato per un piccolo foro apertosi nella roccia. Il buco era profondo, si disse subito, e qualunque cosa fosse stata messa per chiuderlo scivolava inesorabilmente al suo interno. Provarono con la paglia, il muschio, la terra, i sassi. L’apertura sembrava insaziabile, e più ingurgitava e più si allargava. Dapprima la voce del gigante si sentiva appena, poi iniziò a fuoriuscire potente come lava incontenibile. Si cercò di correre ai ripari costruendo una botola di legno per coprire il fianco della montagna; parve lì per lì un rimedio efficace perché i curiosi che si erano spinti alla radice della montagna attirati da quella voce suadente e terribile se ne erano andati. Ma una notte la botola si mosse tremando di una febbre irrefrenabile. Le assi si spaccarono ad una ad una venendo risucchiate dalla voragine oramai triplicata d’ampiezza. Sparirono ben presto là dentro galline, capre e conigli e poi pian piano i larici imponenti, gli abitanti increduli e persino le case color del pane. Fino a quando non rimase che il vento a soffiare sul nulla e sulle braccia nude del gigante che ritrovava la via del mondo.

Nota redazionale: tantissime altre micro-favole, micro-racconti, micro-momenti sono a disposizione direttamente su Briciolanellatte, fermo restando che qualche altro vorrei pubblicarlo, autore permettendo, su Rosebud nel tempo a venire.

Nell’immagine, Siena, Il miracolo del bambino caduto dal balcone (1382), Simone Martini (1285–1344).

2 Comments on Scrittura online (8): le briciole nel latte di Maurizio Barbarisi

  1. Bellissima scrittura e racconti davvero coinvolgenti! Da prendere come esempio, soprattutto da me! Vero Rina? Hai scelto un buon autore!

  2. Massimo Mori // 14 February 2012 at 14:11 //

    Maurizio Barbarisi si conferma un autore di notevole spessore. Una scrittura coinvolgente che si risolve sempre nell’induzione ad una riflessione costruttiva.

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