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Il nono cavaliere (Premio Speciale Città di Palermo 2011)

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Introduzione
di Giovanni Puglisi
Presidente della Fondazione Banco di Sicilia


Leggere il presente attraverso il passato è un compito arduo ma necessario, tanto più se l’oggetto della propria indagine è l’uomo, con le passioni, le paure e le domande che contraddistinguono da sempre il suo rapporto con il mondo. Pensieri, angosce, dubbi hanno accompagnato gli esseri umani nei millenni, ma spesso la necessità di dare spazio ai grandi avvenimenti ha messo questi fattori in secondo piano, e non di rado li ha totalmente oscurati, per lasciare il campo libero alla cronaca. Eppure anche le grandi gesta, avendo quali protagonisti uomini in carne e ossa, sono state immancabilmente accompagnate dalla riflessione e dalle emozioni dei singoli. È questo uno dei fattori più importanti che la letteratura ha tentato di raccontare nel corso dei secoli.
La storia, d’altronde, non è e non può essere considerata esclusivamente un susseguirsi di fatti dalle conseguenze socio-politiche. La storia e l’essere umano sono interconnessi: l’una è il prodotto dell’altro. E così, accade che un valente cavaliere possa sentirsi inadeguato al proprio ruolo, pervaso dalla paura di impugnare un’arma, preferendo ad essa un caldo rifugio, lontano dal campo di battaglia: è il dubbio dell’inadeguatezza che incontra le ancestrali paure dell’essere umano e rende attualissimo questo bel racconto di Gaetano Celestre, che può ben essere considerato come una fotografia dell’universale condizione umana, al di là di tanti stereotipi.
Sullo sfondo, la Sicilia dei primi Normanni, con il loro eroismo e l’eco di grandi conquiste, che non può, tuttavia, far passare in secondo piano il rapporto dell’essere umano con se stesso e con la propria materialità. È qui che le circostanze storiche incontrano l’individuo e il macrocosmo può essere ricondotto al microcosmo. La Sicilia, dunque, dall’universalità della storia incontra un’altra universalità, quella dell’uomo, che ne è la farina, l’acqua, il sale e il fuoco e senza il quale la prima sarebbe solamente ipocrisia.

Il Nono Cavaliere

di Gaetano Celestre

Quando arrivarono i primi dieci cavalieri non sembrava si trattasse di un’invasione.
Anche i reggenti Arabi la pensavano così e credevano fosse solo una visita di cortesia.
Alti, biondi e con gli occhi azzurri, così diversi da tutti gli altri uomini che vivevano lì.
Le donne del luogo non poterono che innamorarsene subito, dando avvio ad almeno due luoghi comuni: che i cavalieri, come i principi del resto, se buoni (e nordici) sono sempre belli, alti, biondi e con gli occhi azzurri e che le ragazze locali, anche le più schizzinose coi loro compaesani di sesso maschile, subiscono sempre il fascino del primo venuto straniero.
Luminosi di virtù, sui loro imponenti cavalli bianchi, si avvicinavano al sagrato della chiesa madre.
I bambini guardavano a bocca aperta le loro splendenti corazze, abbagliati dai colori e dagli strani stemmi. Sembravano davvero i paladini di Francia!
Finalmente, dopo qualche esitazione, le autorità cittadine si fecero incontro. Dietro i seguaci di Maometto, i monaci cristiani, mai perseguitati contrariamente a quanto qualcuno voglia lasciar credere, stavano con mano insicura tra il benedicente e l’orante.
«Bene arrivati, o nobili cavalieri, come sta il Gran Conte?».
«Non c’è male, grazie, porge il Suo saluto dall’Apulia, ove al momento risiede insieme a Suo fratello. Vi chiediamo ospitalità in Suo nome, in quanto abbiamo da offrirvi un affare vantaggioso».
«Nessun dubbio si interpone alla fratellanza tra i nostri popoli; farò subito predisporre il tutto».
Queste discussioni avvenivano tra i notabili musulmani e i nuovi venuti, mentre Ascabergo, il nono dei cavalieri, ripensava ai suoi ultimi combattimenti.
Quello in terra di Toscana ad esempio: un orco spaventoso gli si era posto di fronte e con le fauci spalancate, fumanti di aglio, aveva provato ad assaggiarlo. Come aveva risposto?
Da vero asino, scartando sul lato sinistro e spronando il suo destriero a una folle corsa.
Vicino Roma, poi, una torma di lupi famelici lo aveva assalito, poco prima di congiungersi con gli altri “fratelli” cavalieri. Era stato qualcosa in più di una semplice allegoria sull’alto clero medievale, e lui non era riuscito a far altro che fuggire come una scimmia impaurita.
Ma l’impresa della quale soffriva maggiormente la mancata occasione, era avvenuta qualche giorno prima, proprio davanti al suo Signore e gli altri cavalieri: un nutrito gruppo di briganti bizantini, armato fino ai denti, li aveva costretti a sguainare le spade.
E lui, Ascabergo, per uscirla, dal fodero riccamente lavorato, l’aveva uscita, salvo poi impegnarsi duramente nell’evitare ogni scontro di questa con le lame di chiunque altro.
I suoi amici normanni non gli avevano ancora detto nulla: che non se ne fossero accorti?!? O più probabilmente tacevano per non metterlo in imbarazzo.
Doveva essere sicuramente così, Ascabergo ne ebbe prova quando, qualche ora dopo il loro arrivo in quel paese della Sicilia (ancora per poco in mano ai musulmani), una vedetta venne di gran corsa dal lato nord della rupe ove sedeva la stessa imprendibile cittade.
«Arrivunu, arrivunu!!!» – gridava il siculo soldato.
C’erano due fani, uno guardava il mare, l’altro scrutava i monti Iblei. Ma dal mare non giungeva pericolo ormai da tempo per ovvi motivi (dal mare solo fratelli musulmani potevano arrivare. E ciò non appariva un pericolo, anche se avrebbe dovuto), e gli Arabi avevano dunque rinforzato solo la torre nord da dove, magari poco previdentemente, poteva provenire ancora qualche minaccia, magari bizantina.
«Chi ci attacca? Parla, per la barba del profeta!».
Tutti si chiedevano, nel frattempo, come mai dalle città vicine non ne era giunta notizia.
«Come puoi perdere tempo ad ansimare e tenermi così sulle spine? Parla, scimunito! Sono Greci?».
«No…».
«E allora chi? Il Papa in persona? Sono gli Aglabiti forse? – ecco appunto la minaccia dei fratelli mori d’Africa – Me lo aspettavo, maledetti, che non avrebbero mai accettato la nostra indipendenza!».
«No, no, voscienza spittassi, sono uommini giganteschi!»
«I giganti?».
«Si, sunu na quattrina e stanno mmazzannu a tutti chiddi ca ncontrunu nne campagni!».
Sicuramente qualche stregone locale aveva generato quei mostri facendoli uscire da qualche grosso libro.
«Non c’è tempo per chiedere aiuto alle città vicine: svegliate i nordmenni!».
Non persero tempo i cavalieri e, sprezzanti del pericolo, della loro vita e di ogni ragionevole considerazione, si gettarono a capo chino, giù, verso le campagne a cercare la battaglia.
Tutti tranne uno.
«Ascabergo, tu resterai qui a guardarci le spalle e nel contempo organizzerai la difesa, se noi non dovessimo farcela!».
Così gli avevano detto i fratelli, poco prima di sciogliere le briglie ai loro veloci cavalli.
«Si, non c’è dubbio – diceva tra sé ma a voce alta il tremulo cavaliere – hanno scoperto che l’ho perso».
Si rendeva conto che tutti in città lo guardavano stranamente, chi con dispetto, altri compassionevolmente. Ma poi, d’altronde, il suo era compito importante: organizzare la difesa, no?
Comunque non ce ne fu bisogno, i biondi paladini tornarono vittoriosi senza neanche un graffio.
Ci fu un grande festeggiamento, tutti si fidanzarono con donne locali, persino Ascabergo.
E per il lieto zitaggio generale furono ulteriori festeggiamenti.
Il giorno dopo, guarda caso, era la fine del Ramadan e si festeggiò ancora.
Poi ci fu la festa del santo locale e, neanche a dirlo, si proclamarono quindici giorni di mercato e di festa.
Intanto, gli uomini del nord divenivano sempre più popolari e ben voluti.
Salvavano pulzelle dai draghi, uccidevano mostri di ogni tipo e fermavano irlandesi che venivano a rapire le donne per soddisfare Proteo. Insomma assolvevano tutti i loro compiti di cavalieri pieni di virtù. Tutti tranne uno.
«Ascabergo, razza di imbecille, lo vedi in che fogna mi fai vivere mentre i tuoi amici si godono tutti gli agi? Lo sai che l’imam ha regalato l’intera borgata di Ain Lucat a Conradino?».
«Ma lui ha salvato suo nipote da un lupo mannaro».
«E tu? Tu non fai niente, smidollato che non sei altro».
«Ma io non rischio la vita però, e possiamo vivere felici e sereni, no?».
«Esci subito di casa e non ritornare se non hai ucciso almeno un essere soprannaturale».
Questi erano i problemi quotidiani del povero Ascabergo. Ne abbiamo anche noi di simili, dunque possiamo capirlo.
Assillato e derelitto si recò da Giusef, un mago, uno che si divertiva coi libri.
«Dimmi cchi mm’ha ddiri, uomo del nord, e nun mi fari perdiri tiempu ca haiu n’appuntamento cu Morgana».
«Sentite, ve la farò breve, ho perso il mio coraggio e non so più come ritrovarlo».
«Avasta stu elisir, rammi tri sordi r’oru e gghiè u tò!».
«E cosa ci sarebbe in questo elisir, buon uomo?».
«Sangue di coccodrillo e viscere triturate di cinghiale».
«Ah, e non si potrebbe diversamente, magari con qualcosa di più leggero?».
«Chistu è vinu, cretinu!».
Qualche ora dopo, Ascabergo, seduto su di uno scoglio piantato nel cielo, era indeciso sul da fare.
Bere o no quell’intruglio? Gli era costato parecchio, ma era veramente vino o cos’altro?
Ci voleva del coraggio a bere quella roba.
«Ascabergo, quello è vino. Ma non lo bere!».
Era una pellicano che gli stava parlando.
«Ma sei proprio tu, pellicano, a parlarmi?».
«Sì, sì!».
«Perché non devo bere, è avvelenato come sospettavo?».
«No, è solo inacidito, non è stata fatta a sulfariata a tiempu opportuno. Non è così, comunque, col vino che ritroverai il tuo coraggio».
«Dovrò forse andare sulla luna?».
«Non credo ce ne sarà bisogno, vattene a mare, magari ti porterà consiglio!».
Un piccolo golfo coronato da una bassa scogliera, dorata come la sabbia. Le onde leggere bagnavano le alghe depositate nella nottata e una dolce collinetta fitta di vitigni lo guardava bonariamente.
«Bel posto, questo. Vorrei tanto restare qui per tutta la vita».
Neanche il tempo di finire la frase che un’orca gigantesca uscì dai flutti e si avvicinò rapacemente su dei mocassini scuri.
Gli occhi fiammeggiavano cattive nuove e dalla bocca fuoriuscivano azioni e titoli obbligazionari.
Poi comparve un secondo Ascabergo e fuggì verso l’uva.
Un terzo Ascabergo era inciampato sulle alghe e il pellicano era volato via ridendo.
Chi era Ascabergo ora, tra i tanti, e che cosa avrebbe dovuto fare? O cosa avrebbero dovuto fare tutti?
La paura vinse tutto il resto e il cavaliere sguainando la spada andò incontro al poco simpatico essere marino.
Un urlo di incitamento dello stesso Ascabergo anticipò di poco il ritrovato coraggio. Ma era più spavento che altro, e la spada in alto solo riflesso condizionato. Intanto gli arrivò una telefonata al cellulare, era Pavlov, o forse uno dei suoi cani.

Nell’immagine, Cavaliere di Francia con l’elmetto, illustrazione di Paul Mercuri in Costumes Historiques (Parigi, 1860-1861).

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4 Comments on Il nono cavaliere (Premio Speciale Città di Palermo 2011)

  1. Ottimo Gaetano, domani lo commentiamo al meglio. Grazie anche a Giuseppe Nativo e a Salvo F.

  2. Una delle cose che non dimenticherò di quella premiazione è la conoscenza fatta con il professor Giovanni Puglisi, Magnifico Rettore della Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM. Persona dall’eccezionale capacità dialettica e di raffinato intelletto. Mi ricordo ancora parte del suo discorso inaugurale, pur non avendo connessioni dirette con la mia premiazione: una ironica dissertazione sul male burocratico (ma più in generale “politico”) di una Sicilia che spesso tende ad essere autolesionista, nel particolare prendendo ad esempio il restauro di un luogo d’interesse culturale ed archeologico in Palermo e i dubbi sulla presenza o meno di un “qualcosa” nei locali sotterranei la stessa area interessata dai lavori. Tale dubbio bloccava per l’appunto le operazioni di restauro ed è su questo che il Puglisi si divertiva nel presentarci il problema dal punto di vista parmenideo “dell’essere” e del “non essere”, ovviamente correlandolo alla questione “vuoto, non vuoto” del locale sotterraneo di cui prima.

    Il professor Puglisi mi ha reso un servizio unico, con la sua introduzione. E io so bene quanto il valore di quest’ultima sopravanza di tanto lo stesso racconto che le fa da orpello ed ornamento quasi superfluo.
    Me ne sono convinto sin dall’inizio, la Sicilia ha bisogno di persone del genere.

    Grazie a tutti per l’interessamento e per avermi ospitato su Rosebud, in particolare a Rina Brundu e Giuseppe Nativo che ci ha messo in contatto.

  3. Una storia surrealista, e nel contempo molto reale! Complimenti a Gaetano..se non fosse stata così interessante, non avrebbe meritato quel premio, che invece risulta meritatissimo E grazie a Rina per averla pubblicata!

  4. Grazie Danila, gentilissima!

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