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Giornalismo online: il “Servizio Pubblico” di Santoro, Castelli e l’operaio sardo “ritrovato” che si è rotto i c…

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

di Rina Brundu. Non mi è ancora chiaro se è Santoro che invita i suoi ospiti più “ciarlieri” per fare rumore e dunque avere certezza di visibilità sui media (a proposito, ma chi è l’amico sul Corriere che, piova, grandini o tiri il vento non gli fa mancare mai un occhiello promozionale?), o se sono i suoi ospiti più “ciarlieri” a spingere per farsi invitare. Certo è che cambiando l’ordine degli addendi il risultato non muta, anche perché, è ben noto, è la somma che fa il totale.

Ne deriva che se prendi un Santoro che dedica una puntata del suo programma online “Servizio Pubblico” alle liberalizzazioni, ci inviti un Roberto Castelli, ex Ministro della Giustizia del Governo Berlusconi, senatore leghista in vena di esternazioni della prima ora sui primati (o supposti tali) del modus-operandi-lombardo, spedisci un Ruotolo a Carbonia in mezzo agli operai cassintegrati-licenziati-attapirati, il rumore è assicurato. O meglio, il minimo che può capitarti è che uno di tali operai mandi il suddetto ex-ministro a quel paese. E’ infatti è capitato. Per la precisione l’operaio, dopo avere accusato la casta di avere rotto il “patto generazionale”, ha detto chiaro e tondo a Castelli di non rompergli anche i c…… Dal canto suo, l’ex ministro leghista, non abituato, per vocazione partitica, a tanto linguaggio scurrile, ha preso quaderni e quadernetti e ha lasciato lo studio. In segno di protesta, credo, ma non se sono sicura.

A sa santa gloria, dicono in Sardegna! Del resto, per un ministro “ciarliero” che se ne va ne arriva subito un altro e dunque sappiamo con certezza che la prossima puntata di “Servizio Pubblico” s’avrà da fare. Dio non voglia! Da dire vi è che sebbene non si possa essere totalmente d’accordo con questo modus urlato di fare notizia (di fatto, vi è dentro tale pratica mediatica una vena nazional-popolare, populista, demagogica che mal si concilia con le grandi ragioni ideali che vorrebbe incontrare, o servire e che, in qualche occasione, indubbiamente… serve), la straordinaria scenetta ha avuto il merito di riportare alla ribalta la figura dell’operaio-sardo pastore, impegnato, filosofo, gramsciano nella sua natura: e noi che l’avevamo data per estinta!

Per la precisione avevamo dato per estinta la categoria dell’operaio tout-court, sostituita, nell’evolversi degli evi socio-economici (quelli politici non cambiano mai e restano sempre medio-evi), dall’operatore call-center, quando non dal mero criceto aneuronico che gira la ruota: evidentemente ci si sbagliava! Forse!  Tuttavia, bisogna ammettere che rimane comunque difficile togliersi dalla mente il tocco di obsoleto che, ahinoi!, trasmetteva il discorso finanche compiuto di quel bellissimo lavoratore sardo: come a dire che anche il tempo della miglior coscienza operaia è definitivamente tramontato, inghiottito dalla crisi e dalla Sindrome Nessun-dorme-(a-Wall-Street), mentre tutto ciò che ne è rimasto sono scampoli di gloria elevati sugli altari mediatici per tornaconto o conto che non torna neppure questo mi è ancora ben chiaro.

Un modo come un altro per certificare che nell’era del giornalismo digitale, e della notizia digerita e mangiata ancor prima di essere “cucinata”, se tutto va bene l’operaio di Carbonia che ha irriso la casta sarà eroe-per-un-giorno e poi tutto tornerà come prima, cassa integrazione e figli disoccupati compresi. Fermo restando che, come diceva Peppino Marotto:

Tottus sos progressistas isolanos
Solidales, cun tanta simpattia
A Orgosolo toccheddana sas manos
E naran: custa sì ch’est balentìa (1).

Perché, almeno contro quella, la nostra balentìa di Sardi, intendo, non c’è crisi che tenga!

(1)    Da “Sa lotta de Pratobello” di Peppino Marotto.

Nell’immagine, bambini-operai presso una fabbrica di vetro in Indiana, USA, 1908, fonte Wikipedia.

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5 Comments on Giornalismo online: il “Servizio Pubblico” di Santoro, Castelli e l’operaio sardo “ritrovato” che si è rotto i c…

  1. Che ci faceva Castelli da Santoro (e Santoro con Castelli)? L’ho già scritto: rumore!

  2. A quasi ventiquattro ore dalla pubblicazione posso soltanto dire che sono rimasta stupita dal numero di visualizzazioni di questo articolo oggi., arrivato fino in quel di Carbonia….
    Di fatto questo ci dà molto da pensare. Ci fa pensare purtroppo che il rumore paga! E’ giusto? Ai posteri l’ardua sentenza…. per i contemporanei, nonché i cassintegrati, servirebbe di più la sostanza. Anche mediatica. Soprattutto mediatica. Ma questa è solo la mia idea e magari mi sbaglio.

  3. No… scusami Gavino forse mi sono espressa male…. il commento era naturalmente ironico…. A mio avviso infatti la sostanza non paga ma paga il rumore! E da quanto dici tu paga pure il ballo. Tranne il lavoro. Che non c’é!

  4. francu pilloni // 29 January 2012 at 18:21 //

    Non paga soprattutto la poesia, l’amore per il prossimo, per la sua terra: ti ricordi come finì Marotto?
    Anche questa è Sardegna.

  5. Si lo ricordo come finì. A quel tempo mi occupavo di TPW…..
    Perché purtroppo di fatti simili ne ricordo parecchi. Ne ho seguiti parecchi. E l’altra parte della nostra “balentia”. Perché noi sardi riusciamo a creare i Gramsci, gli operai coscienti ed incazzati, i pastori determinati e poi i “balentes” che uccidono a freddo dopo averci riflettuto a lungo su. Abbiamo un modo tutto nostro. Ho sempre pensato che in Sardegna la mafia non avrebbe mai potuto essere perché appena il ras locale si fosse presentato a chiedere il pizzo lo avrebbero fatto fuori e a “sa-santa-gloria”. Non ho mai visto da nessuna parte un popolo così bello e ad un tempo così dannato. Manco gli irlandesi, che pur di testa-dura se ne intendono, possono metterci dietro. Di fatto più che una notizia l’aver mandato affa un ex-ministro della Repubblica è una notiziola. Una inizia nel grande schema delle cose. Anche delle cose che, di noi, occorrerebbe cambiare. Bravo Franco, sempre poche parole, ma ben dette! E che fanno riflettere.

    ______________________

    Ucciso nel nuorese il poeta Peppino Marotto, colpito un simbolo del dialogo e della pace

    E’ una mattina come tante ad Orgosolo, paese dell’entroterra nuorese quando Peppino si alza, fa colazione e si dirige intorno alle 10.30verso l’edicola in cui è solito recarsi per acquistare i giornali; Da cinquant’anni Peppino Marotto, classe ‘26, lotta per la sua terra, racconta le storie del mondo pastorale sardo, attraverso poesia e canti. Lo fa con un’energia speciale per chiedere i diritti che mancano, progresso e pace ma sempre attraverso il dialogo e il rispetto. Il 29 dicembre 2007 Peppino Marotto viene ferito a morte con 4 colpi di pistola alle spalle e due colpi alla testa mentre sta per entrare nell’ edicola. Un’esecuzione avvenuta in pieno giorno ma di cui nessuno sembra aver visto, sembra ricordare nulla. Spari che hanno squarciato un silenzio delle armi che ad Orgosolo, il paese dei murales, durava da 5 anni. Le indagini sul delitto sono ferme, l’unica pista seguita dagli inquirenti in questi primi giorni, lega l’omicidio di Marotto a quello di Salvatore ed Edigio Mattana, due fratelli, allevatori, i cui corpi sono stati trovati sfregiati e lacerati da 15 colpi di fucile a Lutturrè, (zona di pascolo e ovili sopra Orgosolo) proprio 48 ore dopo l’assurda morte del poeta. In paese si vocifera sin dai primi momenti che l’omicidio di Peppino sia stata opera del vicino di casa, Raffaello Mattana, fratello dei due allevatori morti. A raccontarci cosa c’è dietro queste morti e soprattutto cosa sta accadendo nella Sardegna interna e sconosciuta, Ottavio Olita, caporedattore Rai regionale e collaboratore de L’unità:
    Chi era Peppino Marotto e cosa può averne firmato la condanna a morte dopo una vita di lotte e impegno?
    Peppino era un uomo che per cinquant’anni ha fatto conoscere, tramite poesia e canto, paesi dell’interno della Sardegna che sino ad allora erano conosciuti solo per fatti di cronaca nera. Lui era l’uomo del dialogo, della mediazione, dell’ascolto. Ha contrapposto la cultura alla violenza e per anni ha difeso, incoraggiato e raccontato il mondo pastorale restituendogli la sua vera identità. Era ed è un simbolo e la sua morte segna il punto più alto di una situazione di tensione che negli ultimi anni si vive sul territorio.
    La morte di un simbolo della convivenza civile per lanciare un messaggio?

    Il resto dell’articolo qui….
    http://www.liberainformazione.org/news.php?newsid=597

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