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Scrittura online (6): la poesia romantico-modernista di Alfonso Cataldi. O dell’anti-digitalizzazione artistica

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Mano nella mano

E’ lecito persino perpetrare
il grande imbroglio della vita, mano
nella mano: distratte, abbandonate
ai languori della stretta; evidenti
arsure in superficie leniranno
i pianti di Sofia, ancora ignara
nell’utero che cresce a dismisura.

Se rischiara

Esplose l’eversione dei suoi ricci
veicolando scorie tra gli abbracci
delle notturne piaghe; le piastrine
implosero, ma lente, fino all’orgia
dei combattenti, ai rancori negati
da riflessi latenti. Se rischiara
programmo un sopralluogo nei dintorni:

le tornirò i fianchi con il ferro.

Collasso

Collasso negli angoli di casa,
con l’occhio dritto nelle fughe, sporche,
di affetto quotidiano trascurate.

A fari spenti e pioggia d’aghi fitta,
scolorando, l’impronta m’imprigiona.

In frantumi

Ricordo la navata ai tempi d’oro
la luce sugli affreschi originale
incontro agli occhi, compromessi,
ora e per sempre, da un boato umano
radente; dispersi dal sacro flusso
che orienta il centro e calma le derive,
in frantumi di tessere, a milioni:

tutte preghiere da ricostruire.

Ai posteri ardua sentenza

L’incuria sotto il letto m’indispone,
lo sai, ma preferisci articolare
i tuoi dolori di pancia lampanti.
Si certo, ai mali oscuri il mio dottore
non ci pensa seriamente e così
facendo ai pronipoti lasceremo
geroglifici in polvere d’amore.

Mi aspetta oggi… mi aspettava ieri.

Al cospetto dei binari non vedo
solo membra seccate accompagnarsi
a memoria sui tamburi straziati:
riconosco dietro i vetri offuscati
un saltimbanco privo di biglietto
sfidare al fischio il capotreno ad ogni
stazione: noncurante della sorte
sbeffeggia gl’intervalli di coscienza

svuotati, come sibilo di morte.

L’immoralità immortalata

Materialmente ammetto che concludo
poco in quei casi attratti da una fede
d’emergenza: trascino le ginocchia
incoerenti sulla scala santa
accanto a te; le mani disunite,
in equilibrio precario. La pena
aumenta gradino su gradino
e il bagliore di un flash, lassù, governa
l’immorale supplizio che conduco.

Postfazione di Rina Brundu: Mi ha colpito, quando Alfonso Cataldi ha inviato le sue poesie a Rosebud, che non avesse un sito dentro cui raccoglierle. “No, purtroppo non ho un sito personale” ha scritto in risposta alla mia domanda diretta. Mi ha colpito pure il mio momentaneo smarrimento quasi come mi fosse stato tolto da sotto i piedi il pavimento sul quale avevo poggiato tutti i miei teoremi sulla scrittura online fino a quel momento.

“In realtà, occorrerebbe premiarti solo per questo!” gli ho risposto poi. Successivamente, leggendo le sue poesie, ho capito che quell’elemento anti-digitalizzante era parte integrante pure della sua visione artistica. C’è infatti un tocco classico nel poetare di Alfonso che continua a generare smarrimento quando si manifesta compiutamente in uno stile compositivo quasi ossimorico. Da un lato abbiamo infatti echi della poesia modernista di Eliot, trame e motivi che in composizioni come “Collasso”,  “In frantumi”, “Ai posteri ardua sentenza” fanno emergere sfondi da “terra-desolata”; dall’altro è pure indubbio che un campo semantico romantico-keatsiano, supportato da aggettivi, nomi, metafore bellamente-demodé e costruzioni corpose (i.e. languori/rancori/notturne piaghe/orgia dei combattenti/navata ai tempi d’oro/sacro flusso etc ), racconti visioni elegantemente classiche e quasi dimenticate nell’era di Internet.

Da aggiungere c’è che questo stile ossimorico, anti-digitalizzante, si fa apprezzare per la sua qualità estetica, la quale permette alla poesia di Alfonso Cataldi di creare molto facilmente una sua sostanziale dimensione catartica dove noi lettori possiamo prontamente rifuggiarci per gustarla meglio.

Nel quadro Johann Heinrich Füssli, Incubo (1781), Detroit, Institute of Fine Arts, un’opera romantica che a mio avviso ha il carattere ossimorico di cui discutevo nell’articolo.

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12 Comments on Scrittura online (6): la poesia romantico-modernista di Alfonso Cataldi. O dell’anti-digitalizzazione artistica

  1. Be’ visto che la ricchezza dei contenuti della poesia di Alfonso lo permette profittiamone per conoscere meglio alcuni autori citati nella mia postfazione. A mio avviso la poesia non andrebbe mai tradotta ma a volte serve farlo, quindi citiamo qualcosa in originale e in versione tradotta sia per keats che per Eliot

    ______________

    Keats! Chi non potrebbe amare Keats. Ricordiamo tramite Wikipedia qualcosa della vita di questo… ragazzino attualmente sepolto a Roma se non vado errata. Comunque in Italia.

    John Keats (Londra, 31 ottobre 1795 – Roma, 23 febbraio 1821) è stato un poeta inglese, uno dei principali esponenti del romanticismo.

    Nel corso della sua breve vita, le sue opere furono bersaglio di una costante critica politica. Fu solo successivamente, con l’importanza del mutamento culturale promosso anche dalla sua opera, che il suo lavoro fu pienamente riconosciuto. La poesia di Keats è caratterizzata da un esuberante amore per la lingua e per l’immaginazione, mitigato dalla malinconia. Spesso credette di comporre all’ombra dei grandi poeti del passato e solo verso la fine della sua vita fu in grado di produrre le sue poesie più originali.

    Le lodi alla poesia di Keats vennero in primo luogo da Oscar Wilde che giunto a Roma, dopo esser stato ricevuto dal papa si distese davanti alla tomba di Keats e lì per lungo tempo venerò il grande poeta. Egli doveva molto a Keats come pure a Walter Pater, primo decadentista.

    Il romanticismo etico di Keats, a differenza di quello dei suoi contemporanei, in particolare quelli della prima generazione (Wordsworth e Coleridge) è basato più sul valore della bellezza in genere che su un misticismo naturalistico. Keats è affascinato dai capolavori architettonici della Grecia antica, che ha la possibilità di ammirare per la prima volta davanti ai Marmi di Elgin. Si trattava di una serie di cimeli sottratti al Partenone e all’Acropoli nel 1801-1803. Lord Elgin, ambasciatore presso la Sublime Porta (l’Impero Ottomano, di cui la Grecia faceva allora parte) li aveva poi rivenduti al British Museum dove Keats li poté ammirare.

    Il suo entusiasmo fu acceso anche dal dizionario classico del Lemprière, attraverso il quale apprese molte nozioni sulla civiltà greca. La potente immaginazione lo rende capace di astrarsi dal mondo presente in quella che Praz ha chiamato narcosi rievocando momenti della sensuale civiltà ellenistica, mista a tratti “gotici e orientaleggianti”. La poesia che forse meglio di tutte rappresenta questi ideali è Ode on a Grecian Urn (Ode a un’urna greca), in cui Keats descrive un momento di estasi evocato dalla vista di un gruppo di ragazzi che rincorrono delle fanciulle: una corsa immortalata nel tempo, giovinezza e desiderio che non finiranno mai perché mai quei giovani raggiungeranno quelle fanciulle, e mai invecchieranno. Fotogramma di un film senza inizio e senza fine. L’estetica di Keats risente di “un esotismo classicheggiante, che contiene talora in embrione, talora in pieno sviluppo, tutti gli elementi del tardo romanticismo e del decadentismo della fine dell’Ottocento […] Padre dell’estetismo, il Keats non è un esteta: il succo della sua poesia è a base etica” (Praz). Lo è perché la bellezza è per lui capace di trarre il meglio di noi stessi. In Pater e Wilde, la bellezza è invece un valore che prescinde da qualsiasi considerazione morale (l’arte per l’arte, o art for art’s sake)

    La poesia di Keats è caratterizzata per la maggior parte dall’ispirazione ai grandi poeti del passato e spesso si riduce ad un manierismo imitativo. Numerosi sono i casi di “ispirazione artificiosa” o di “lessico preso a prestito” copiato ed incollato con stucchevole banalità. Solo raramente in gioventù, o nelle grandi odi della maturità, Keats riuscì a liberarsi da tale manierismo, riuscendo a raggiungere alte vette poetiche ispirate ad una Weltanschauung davvero personale. Proprio per questo motivo, produce dispiacere la morte precoce, a soli 25 anni. Morte sopraggiunta proprio nel pieno della maturità artistica.

    La mia opera favorita è naturalmente: Ode on a Grecian Urn

    Thou still unravish’d bride of quietness,
    Thou foster-child of silence and slow time,
    Sylvan historian, who canst thus express
    A flowery tale more sweetly than our rhyme:
    What leaf-fring’d legend haunt about thy shape
    Of deities or mortals, or of both,
    In Tempe or the dales of Arcady?
    What men or gods are these? What maidens loth?
    What mad pursuit? What struggle to escape?
    What pipes and timbrels? What wild ecstasy?
    Heard melodies are sweet, but those unheard
    Are sweeter: therefore, ye soft pipes, play on;
    Not to the sensual ear, but, more endear’d,
    Pipe to the spirit ditties of no tone:
    Fair youth, beneath the trees, thou canst not leave
    Thy song, nor ever can those trees be bare;
    Bold lover, never, never canst thou kiss,
    Though winning near the goal – yet, do not grieve;
    She cannot fade, though thou hast not thy bliss,
    For ever wilt thou love, and she be fair!

    Ah, happy, happy boughs! that cannot shed
    Your leaves, nor ever bid the spring adieu;
    And, happy melodist, unwearied,
    For ever piping songs for ever new;
    More happy love! more happy, happy love!
    For ever warm and still to be enjoy’d,
    For ever panting, and for ever young;
    All breathing human passion far above,
    That leaves a heart high-sorrowful and cloy’d,
    A burning forehead, and a parching tongue.

    Who are these coming to the sacrifice?
    To what green altar, O mysterious priest,
    Lead’st thou that heifer lowing at the skies,
    And all her silken flanks with garlands drest?
    What little town by river or sea shore,
    Or mountain-built with peaceful citadel,
    Is emptied of this folk, this pious morn?
    And, little town, thy streets for evermore
    Will silent be; and not a soul to tell
    Why thou art desolate, can e’er return.

    O Attic shape! Fair attitude! with brede
    Of marble men and maidens overwrought,
    With forest branches and the trodden weed;
    Thou, silent form, dost tease us out of thought
    As doth eternity: Cold Pastoral!
    When old age shall this generation waste,
    Thou shalt remain, in midst of other woe
    Than ours, a friend to man, to whom thou say’st,
    “Beauty is truth, truth beauty,” – that is all
    Ye know on earth, and all ye need to know.

    ____________

    Per chi non mastica la lingua di Shakespeare, ecco una sua traduzione, ripresa dalla Rete.

    Ode su un’Urna Greca

    1

    Tu, ancora inviolata sposa della quiete,

    Figlia adottiva del tempo lento e del silenzio,

    Narratrice silvana, tu che una favola fiorita

    Racconti, più dolce dei miei versi,

    Quale intarsiata leggenda di foglie pervade

    La tua forma, sono dei o mortali,

    O entrambi, insieme, a Tempo o in Arcadia?

    E che uomini sono? Che dei? E le fanciulle ritrose?

    Qual è la folle ricerca? E la fuga tentata?

    E i flauti, e i cembali? Quale estasi selvaggia?

    2

    Sì, le melodie ascoltate sono dolci; ma più dolci

    Ancora sono quelle inascoltate. Su, flauti lievi,

    Continuate, ma non per l’udito; preziosamente

    Suonate per lo spirito arie senza suono.

    E tu, giovane, bello, non potrai mai finire

    Il tuo canto sotto quegli alberi che mai saranno spogli;

    E tu, amante audace, non potrai mai baciare

    Lei che ti è così vicino; ma non lamentarti

    Se la gioia ti sfugge: lei non potrà mai fuggire,

    E tu l’amerai per sempre, per sempre così bella.

    3

    Ah, rami felici! Non saranno mai sparse

    Le vostre foglie, e mai diranno addio alla primavera;

    E felice anche te, musico mai stanco,

    Che sempre e sempre nuovi canti avrai;

    Ma più felice te, amore più felice,

    Per sempre caldo e ancora da godere,

    Per sempre ansimante, giovane in eterno,

    Superiori siete a ogni vivente passione umana

    Che il cuore addolorato lascia e sazio,

    La fronte in fiamme, secca la lingua.

    4

    E chi siete voi, che andate al sacrificio?

    Verso quale verde altare, sacerdote misterioso,

    Conduci la giovenca muggente, i fianchi

    Morbidi coperti da ghirlande?

    E quale paese sul mare, o sul fiume,

    O inerpicato tra la pace dei monti

    Hai mai lasciato questa gente in questo sacro mattino?

    Silenziose, o paese, le tue strade saranno per sempre,

    E mai nessuno tornerà a dire

    Perché sei stato abbandonato.

    5

    Oh, forma attica! Posa leggiadra! Con un ricamo

    D’uomini e fanciulle nel marmo,

    Coi rami della foresta e le erbe calpestate.

    Tu, forma silenziosa, come l’eternità

    Tormenti e spezzi la nostra ragione. Fredda pastorale!

    Quando l’età avrà devastato questa generazione,

    Ancora tu ci sarai, eterna, tra nuovi dolori

    Non più nostri, amica all’uomo, cui dirai

    “Bellezza è verità, verità bellezza”, questo solo

    Sulla terra sapete, ed è quanto basta.

    Fonti: ‘Poeti Romantici Inglesi’, a cura di Franco Buffoni, con
    testo originale a fronte, 2 Volumi, pagine 822, Mondadori 2005, Euro 14
    http://www.romanticismoinglese.it

  2. Bella pure questa del romantico e solitario Keats.
    Sempre in traduzione. Ringrazio l’autore della traduzione chiunque sia.

    Senza di te
    Non posso esistere senza di te.
    Mi dimentico di tutto tranne che di rivederti:
    la mia vita sembra che si arresti lì,
    non vedo più avanti.
    Mi hai assorbito.
    In questo momento ho la sensazione
    come di dissolvermi:
    sarei estremamente triste
    senza la speranza di rivederti presto.
    Avrei paura a staccarmi da te.
    Mi hai rapito via l’anima con un potere
    cui non posso resistere;
    eppure potei resistere finché non ti vidi;
    e anche dopo averti veduta
    mi sforzai spesso di ragionare
    contro le ragioni del mio amore.
    Ora non ne sono più capace.
    Sarebbe una pena troppo grande.
    Il mio amore è egoista.
    Non posso respirare senza di te.

  3. Eliot? Semplicemente un mostro sacro!

    Thomas Stearns Eliot (Saint Louis, 26 settembre 1888 – Londra, 4 gennaio 1965) è stato un poeta, saggista, critico letterario e drammaturgo statunitense naturalizzato britannico.

    Premiato nel 1948 con il Nobel per la letteratura, è stato autore di diversi poemi, alcuni dei quali destinati al teatro: Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock, La terra desolata, Gli uomini vuoti, Ash Wednesday, Quattro quartetti, Murder in the Cathedral (Assassinio nella cattedrale) e The Cocktail Party. È stato autore inoltre del saggio Tradition and the Individual Talent.

    Eliot si trasferì dagli Stati Uniti d’America nel Regno Unito nel 1914 e nel 1927 divenne suddito britannico.

    L’incipit de La Terra Desolata secondo me è una delle robe più belle e profonde mai scritte et…. non si può e non si dovrebbe tradurlo.

    . The Burial of the Dead
    April is the cruelest month, breeding
    Lilacs out of the dead land, mixing
    Memory and desire, stirring
    Dull roots with spring rain.
    Winter kept us warm, covering
    Earth in forgetful snow, feeding
    A little life with dried tubers.
    Summer surprised us, coming over the Starnbergersee
    With a shower of rain; we stopped in the colonnade,
    And went on in sunlight, into the Hofgarten,
    And drank coffee, and talked for an hour.
    Bin gar keine Russin, stamm’ aus Litauen, echt deutsch. 12
    And when we were children, staying at the arch-duke’s,
    My cousin’s, he took me out on a sled,
    And I was frightened. He said, Marie,
    Marie, hold on tight. And down we went.
    In the mountains, there you feel free.
    I read, much of the night, and go south in the winter. 18
    What are the roots that clutch, what branches grow
    Out of this stony rubbish?Son of man, 20
    You cannot say, or guess, for you know only
    A heap of broken images, where the sun beats,
    And the dead tree gives no shelter, the cricket no relief, 23
    And the dry stone no sound of water. Only
    There is shadow under this red rock,
    (Come in under the shadow of this red rock),
    And I will show you something different from either
    Your shadow at morning striding behind you
    Or your shadow at evening rising to meet you;
    I will show you fear in a handful of dust. 30
    Frisch weht der Wind 31
    Der Heimat zu
    Mein Irisch Kind
    Wo weilest du?
    ‘You gave me hyacinths first a year ago;
    ‘They called me the hyacinth girl.’
    -Yet when we came back, late, from the hyacinth garden,
    Your arms full, and your hair wet, I could not
    Speak, and my eyes failed, I was neither
    Living nor dead, and I knew nothing,
    Looking into the heart of light, the silence.
    Oed’ und leer das Meer. 42
    Madame Sosostris, famous clairvoyante,43
    Had a bad cold, nevertheless
    Is known to be the wisest woman in Europe,
    With a wicked pack of cards. Here, said she, 46
    Is your card, the drowned Phoenician Sailor,
    (Those are pearls that were his eyes. Look!)
    Here is Belladonna, The Lady of the Rocks, The lady of situations.
    Here is the man with three staves, and here the Wheel,
    And here is the one-eyed merchant, and this card,
    Which is blank, is something he carries on his back,
    Which I am forbidden to see. I do not find
    The Hanged Man. Fear death by water. 55
    I see crowds of people, walking round in a ring.
    Thank you. If you see dear Mrs. Equitone,
    Tell her I bring the horoscope myself:
    One must be so careful these days.
    Unreal City, 60
    Under the brown fog of a winter dawn,
    A crowd flowed over London Bridge, so many,
    I had not thought death had undone so many. 63
    Sighs, short and infrequent, were exhaled, 64
    And each man fixed his eyes before his feet.
    Flowed up the hill and down King William Street,
    To where Saint Mary Woolnoth kept the hours
    With a dead sound on the final stroke of nine. 68
    There I saw one I knew, and stopped him, crying: ‘Stetson! 69
    ‘You who were with me in the ships at Mylae!
    ‘That corpse you planted last year in your garden,
    ‘Has it begun to sprout? Will it bloom this year?
    ‘Or has the sudden frost disturbed its bed?
    ‘O keep the Dog far hence, that’s friend to men, 74
    ‘Or with his nails he’ll dig it up again!
    ‘You! Hypocrite lecteur! – mon semblable, – mon frère!’

  4. Torno ad Alfonso Cataldi: le sue poesie mi hanno preso l’anima. Una, in particolare:questa!
    In frantumi

    Ricordo la navata ai tempi d’oro
    la luce sugli affreschi originale
    incontro agli occhi, compromessi,
    ora e per sempre, da un boato umano
    radente; dispersi dal sacro flusso
    che orienta il centro e calma le derive,
    in frantumi di tessere, a milioni:

    tutte preghiere da ricostruire.

    Ma, essendo ermetica, vorrei capire cosa intendesse rappresentare. Quell’idea delle tessere come da mosaico, disperse, frantumate, da rimettere insieme mi piace. Tutta la nostra esistenza è composta da milioni di tessere, non tutte valide, alcune proprio da scartare, per non rischiare di costruire un mosaico imperfetto, inguardabile! Per quanto riguarda le poesie di Keats e di Eliot,non c’è commento da aggiungere ma piuttosto è doveroso ringraziare Rina per averle condivise con noi, insieme ai suoi insegnamenti in materia. Non ho percorso questo tipo di studi, avendo scelto una scuola basata piuttosto sulla contabilità-bilanci-corrispondenza commerciale (segretaria d’Azienda) dove la letteratura era solo sfiorata. Da autodidatta, ho letto di tutto e di più, perché mi hanno insegnato che solo leggendo, si impara e si conosce. Non è proprio così semplicistico, ma già un primo passo!!
    Grazie a Cataldi e a Rina!!!

  5. Be’ rispetto al messaggio intrinseco, poetico, della poesia indicata da Danila, magari lo stesso Alfonso che sono sicura ci legge potrebbe intervenire…. Attendiamo Alfonso!

    X Gavino. Conosco bene la Dickinson. Senz’altro una brava poetessa e una poetessa su cui l’America “conta” molto. Però se debbo essere onesta non potrei mettere mai Eliot a paragone con la Dickinson, e per certi versi non ci posso mettere neppure lo stesso Keats.
    Tra i poeti americani preferisco Whitman e anche la stessa Marianne Moore.

    Però mi hai fatto venire una curiosità. Mi piace l’idea di andare ad investigare il concetto romantico keatsiano e metterlo a confronto con quello Dickinsoniano. Qualcosa la ricordo, qualcosa la sento, ma qualcosa debbo rivedermela. Poi magari posto in calce. Cheers.

  6. Angela, un commento non basta per spiegare cosa volessi dire con la faccenda delle tessere. Ci riprovo ora, ma tieni presente che a volte per me spiegare qualcosa che sento dentro, che ho chiara davanti agli occhi dell’anima, spesso scrivendola mi sfugge e non riesco a rendere l’idea. Dunque,mettiamo caso che la nostra vita fosse fatta di tantissime tessere (e intendo quelle delle nostre esperienze, negative e positive, non del nostro carattere come tu hai inteso, in questo non sono stata chiara) alcune bellissime, dorate, altre nere e imperfette, difficili da incastrare nel mosaico, altre anonime dai colori sbiaditi, altre dai colori troppo accesi che stonerebbero nell’insieme. Così, nella nostra vita, cerchiamo di buttar via quelle tessere inguardabili, cancellandole dai ricordi, altre le accantoniamo in un cassetto – magari un giorno o l’altro potrebbero servire – altre le incorniciamo, anche se sono ricordi non belli, dolorosi ma comunque che ci hanno fatto crescere, che hanno in qualche modo modificato le nostre idee, le nostre azioni. Il puzzle, o mosaico della vita, si compone in continuazione, ma sta a noi infilarci le tessere giuste, quelle che ci hanno fatto crescere in cultura, in umanità, in amore
    Sono riuscita a spiegarmi meglio? Noi non siamo computer, e meno male!! Per antitesi, ci sono persone che della loro vita nascondono molto, anche a sé stesse, perché pensano che certi giorni della loro esistenza sono da buttare, perché tristi, oppure inutili. Invece quei giorni sono i più importanti, mentre sono da buttar via quelle parti di vita – i giorni – in cui ci siamo lasciati vivere, dove non abbiamo messo dentro nulla di nostro, giorni sprecati, inutili. Quelli sono buchi, non tessere, ed il mosaico così risulta, più che imperfetto, incompiuto! dubito comunque di essere riuscita ad esprimere il concetto che ho in testa! Ci dovrei lavorare sopra, ma in linea di massima, corrisponde in parte a quanto ho scritto! Ciao!

  7. X Gavino. Bello quello che dici. In realtà hai toccato il punto più importante sulla figura della Dickinson: o meglio quel suo mondo piccolo e sofferto dove ha scelto di rifugiarsi ritenendo che la fantasia potesse supplire a tutto il resto. Questo è a mio avviso un tema-romantico moderno e in questo la Dickinson è romantica. Il suo stesso personaggio è romantico. Però a mio avviso per poter scrivere poesia con la P maiuscola serve altro. Per certi versi la Dickinson mi ricorda le sorelle Bronte (scusa, manca la umlaut sulla o) che sul piano narrativo hanno vissuto quelle atmosfere romantiche che la Dickinson invece auto-creava. Però in tutto ciò c’è molto di mitizzante: in Eliot c’è tanto di sostanza! Solo la mia idea.

  8. Permettimi di dissentire. Quella della Dickinson era pure sofferenza-indotta anche a livello fictional o se vuoi di dimensione poetica.
    La terra desolata di Eliot invece era la terra dei combattenti della Grande Guerra che tornavano a casa. E trovavano, appunto, terra desolata fuori e dentro di se.
    Senza considerare che la privata sofferenza di Eliot a mio avviso era molto maggiore di quella di Dickinson. Elaboro fra un pò sto correndo ora.

  9. Alfonso Cataldi // 23 January 2012 at 22:42 //

    Voglio ringraziare innanzitutto Rina, che mi ha accolto in questo posto con molto calore.
    Difficilmente avrei immaginato che partendo dalle mie poesie si potesse arrivare a discutere della poetica di Eliot, Keats e Dickinson, ma in questi giorni in cui “ho studiato” Rosebud, ho notato immediatamente una volontà di approfondimento
    che è un po’ in controtendenza rispetto all’era internettiana, in cui si tende ad una conoscenza veloce e superficiale delle cose. Ho apprezzato l’interpretazione
    di Danila sul mosaico della propria vita (per me sei stata chiara)
    cosi come quello di Gavino sul santimbanco; in genere però mi è difficile dire: si quella è l’interpretazione giusta, oppure no, semplicemente perchè credo in una poesia che “non abbia un significato” ma che invece attraverso la commistione di “immagini e suoni” sia capace di evocare in ciascun lettore uno stato d’animo. Generalmente le mie poesie nascono da un’immagine iniziale che per qualche strano motivo piombano nella mia testa,
    e da lì prendono delle strade che in quel particolare momento io mi limito a seguire.
    Nella poesia “mano nella mano”, ad esempio, Sofia è mia figlia (questo lo svelo) che ora ha 19 mesi ma all’epoca in cui la scrissi era ancora nell’utero della mamma,
    e qualcuno mi disse: se Sofia fosse la conoscenza, questa poesia sarebbe ancora più bella, ed io risposi: beh Sofia è quello che tu immagini.

    Alfonso

  10. Grazie a te Alfonso. Be’ credo la miglior cosa sia che proprio tu risponda alle domande poste, sono certa che altre ne verranno…. Baci alla piccola Sofia.

  11. Alfonso, avevo da subito intuito che in quella poesia “mano nella mano” tu parlassi di un bambino in grembo e di certo si sarebbe trattato di un figlio, o meglio, di Sofia! Solo in futuro padre avrebbe potuto “sentire” quella presenza! A rigor di logica, chi ti ha suggerito che Sofia fosse la conoscenza: meglio ancora, la “filo-Sofia” non avrebbe sbagliato: portiamo in gestazione – unico caso in cui anche l’uomo partorisce – le nostre teorie, le nostre filosofie, e poi le mettiamo al mondo sotto forma di prose, di poesie, di pensieri vagabondi, di concetti concreti o astratti. Non sono così erudita da poter fare un raffronto tra le poesie di Eliot, Keats o Dickinson, questa operazione la lascio a chi ne può parlare con cognizione di causa, ma posso confermarti che le tue poesie mi hanno toccato nel profondo, e di una, come sai, ne ho tratto una disquisizione sul “mosaico”!
    Bravo!

  12. Cara Danila io di “poesia” come ho ripetuto spesso non mi intendo. Però un’analisi tecnica di una poesia, della sua struttura, del suo linguaggio, del suo campo semantico so portarla avanti. Tu dirai: ad ulteriore dimostrazione che i governi-tecnici a poco servono!:)

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