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Sulayman, Yazbeck, Muhammad: eroine del mondo arabo in rivolta, oltre il fascino femminile e il glamour.

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

Elie Chalala

di Alexandra Stanisic. Nel mezzo della rivoluzione siriana, Fadwa Sulayman ha attirato l’attenzione dei media arabi e mondiali. Le sue foto, le sue azioni, le sue dichiarazioni si trovano ovunque su Facebook, sulle tv via satellite, su youtube e su tutte le altre stazioni dei nuovi media. Questa attenzione ce l’ha presentata come uno straordinario personaggio all’interno della rivolta siriana. Tuttavia, quelle caratteristiche e quelle azioni che i media suggeriscono come notiziabili nella Sulayman sono le stesse che troviamo nella scrittrice e giornalista Samar Yazbeck, così come nella coraggiosa poetessa e autrice Hala Muhammad: sono tutte donne Alawite (1) che hanno preso posizione contro il regime di Assad in Siria e i cui scritti rappresentano la coscienza di una nazione storicamente maschilista e dispoticamente governata.

La Sulayman, che era già una attrice nota, ha fatto teatro, film e serie televisive. Ma dal momento della sua partecipazione alla rivoluzione, ha sorpreso tutti con il suo attivismo civile. Alcuni commentatori hanno scritto che è stata capace di unire gli intellettuali e i cittadini comuni così come di unire persone provenienti da background diversi. Fadwa Sulayman ha fatto notizia quando ha partecipato ad una manifestazione di protesta nella città di Homs, la capitale della rivoluzione siriana, dividendo il podio con la stella calcistica Abdul-Basset Sarout. Quindi è stata ripresa da Al Jazeera quando ha annunciato che avrebbe fatto lo sciopero della fame fino al momento in cui il governo siriano non avrebbe rilasciato i prigionieri politici, ritirato le forze militari e di sicurezza dalle strade di Homs e fermato i bombardamenti su Baba Amr, località vicina a Homs.

Quando i media arabi e mondiali, inclusi quelli statunitensi, hanno messo in luce l’attivismo di Fadwa Sulayman, hanno comunque sbagliato nel contestualizzarne propriamente il ruolo. Alcune “coperture” (ndr giornalistiche), si sono concentrate sugli aspetti glamour della sua carriera a spese della sostanza e del contesto. Questo è stato particolarmente evidente nelle superficiali discussioni sulla religione. Inoltre, i media hanno significativamente trascurato l’importanza del fatto che una donna stesse assumendo una posizione prominente all’interno di un mondo politico prettamente dominato dai maschi. Non vi è dubbio che il settarismo sia un fattore importante nel caso-Sulayman così come lo è il suo sesso, ma maggiore attenzione si dovrebbe porre anche sugli aspetti familiari e di appartenenza familiare così come sulla relazione tra l’artista e lo stato siriano.

Da un lato è senz’altro doveroso notare come la Sulayman, una Alawita, abbia rotto un taboo decidendo di lavorare insieme alla comunità Sunnita e mettendo da parte i motivi di conflitto tra le due sette. Dall’altro, è pure importante ricordare che è stato proprio il regime di Assad a tentare di creare attrito tra la minoranza Alawita e la maggioranza Sunnita. Come non bastasse, il principale portavoce del regime, Buthayna Shabaan, che ha occupato diverse posizioni ufficiali sotto Assad, padre e figlio, ha sorpreso i molti deprecando la dimensione settarica della rivoluzione sin dai suoi inizi.

In Siria, la storia moderna mostra che l’ostilità tra le diverse sette genera grande profitto per il regime. Nell’attuale rivoluzione, Assad la sta usando come arma per radunare le minoranze siriane, alawite, cristiane, druze e ismaelite, attorno alla famiglia e per convincere questi gruppi che la fine del suo potere segnerebbe il destino delle minoranze nel Paese. Sfortunatamente molti hanno creduto a questa propaganda, soprattutto i libanesi e i cristiani siriani.

Nello screditare quella che era diventata nota come “l’alleanza delle minoranze”, la Sulayman ha attentamente analizzato la tesi di Assad in un messaggio registrato e postato su youtube (http://www.youtube.com/watch?v=GcccULWeVf8) e poi ha spiegato come il regime usi la minaccia del massacro settarico per mantenere il controllo degli Alawiti. Ha anche ribadito come in una società così oppressa l’influenza del regime tocchi nel profondo il privato dell’individuo. Fadwa Sulayman ha affermato che quelli che hanno avuto successo nella communità Alawita lo hanno avuto non in virtù del loro duro lavoro ma grazie alla relazione con gli Assad. Ha quindi menzionato Rami Makhlouf, un cugino di Assad, che ha fatto una fortuna in milioni di dollari, l’equivalente del PIL di alcuni Paesi. Ma della ricchezza dei Makhloufs non hanno beneficiato il resto degli Alawiti che rimangono molto poveri. La Sulayman ha così spiegato che gli Alawiti poveri si arruolano nell’esercito e diventano assassini a causa della terribile condizione economica e sociale che vivono.

Nell’archiviare la faccenda del complotto settarico tanto cara ad Assad, la Sulayman sostiene che anche i Sunniti hanno beneficiato dallo stessa e lo fa citando Mustafa Tlass, un ex Ministro della Difesa, e Abd al-Halim Khaddan, un ex Vice-Presidente che litigò con Bashar al-Assad dopo l’assassinio dell’ex Primo Ministro libanese Rafik al-Hariri.

Fadwa Sulayman colloca “la questione Salafita” nel contesto della tesi-settarica. I Salafiti erano associati con gli “estremisti islamici”, il gruppo o i gruppi che il regime siriano accusa di “terrorizzare” il Paese e che non vedono di buon occhio le minoranze, particolarmente quelle Alawite. Secondo la Sulayman questa è una sporca bugia. In una intervista ad Al Jazeera, ha quindi ricordato il massacro di Hama del 1982 per convincere la sua gente che il regime di Hafez al-Assad ha usato le minoranze per consolidare il suo potere. A suo dire, le forze di Assad hanno attaccato gruppi minoritari dandone la colpa ai Fratelli Mussulmani allo scopo di giustificare così la distruzione della città e degli stessi Fratelli, mentre ad un tempo si proponevano come indispensabile elemento di protezione delle minoranze.

Fadwa Sulayman e molte altre donne siriane hanno anche abbattuto le barriere tra i sessi. In particolare, sia i media arabi che stranieri hanno indicato la Sulayman come fenomeno nuovo nella storia siriana; tuttavia, questo non sarebbe il caso almeno a leggere l’articolo, pubblicato sul quotidiano Al Hayat, dalla scrittrice siriana Samar Yazbeck. Lei stessa una Alawita, e scrivendo senza mai citare la Sulayman, Yazbeck sostiene che le donne siriane hanno giocato un ruolo più importante di quello per cui viene dato loro credito, e lo hanno fatto persino nei momenti più alti delle rivoluzioni tunisina ed egiziana, finanche prima dello scoppio di quella siriana. Le donne siriane, soprattutto le giovani, sono sempre state molto attive contro il regime di Assad, e hanno partecipato fin da subito agli incontri che preparavano le manifestazioni popolari. Yazbeck fa notare anche che la presenza femminile era eterogenea rispetto alla classi e alle sette di provenienza. Ha quindi elencato le diverse attività che queste donne hanno portato avanti, a cominciare dalla scrittura di slogan rivoluzionari, al girare video da mettere a disposizione dei media, al sostegno dato ai manifestanti, alla creazione di comitati di assistenza, alla raccolta fondi e al tanto lavoro educativo e formativo svolto per rinsaldare le relazioni tra le diverse comunità. Ha anche fatto notare come molte donne si siano messe pubblicamente alla testa delle manifestazioni e alcune siano state arrestate e torturate. Alcune di queste attiviste sono diventate icone delle diverse rivoluzioni. Al suo elenco già abbastanza lungo, possiamo aggiungere i nome di Muntaha Sultan al-Atrash, un’attivista drusa dei diritti umani nipote dell’eroe siriano Sultan Basha al-Atrash, un commandante della rivolta siriana contro i Francesi tra il 1925 e il 1927.

Yazbeck evidenzia una forte discrepanza tra la proporzione di donne attiviste dei gruppi minoritari e gli ordinari membri di quelle stesse minoranze che sono o zittiti dalla paura o sostenitori del regime. Secondo Yazbeck’s, questo elemento distrugge la tesi del complotto settarico che vorrebbe dimostrare come le minoranze dipendano totalmente dal regime. Yazbeck conclude scrivendo che da quando sono arrivate queste donne con un alto livello di coscienza civile, liberate in qualche modo dalle affiliazioni religiose, dai vincoli familiari e comunali, quelle stesse minoranze sono riuscite a farcela da sole senza l’assistenza del regime.

Il regime baathistico (2) ha affrontato i siriani con un multiforme quanto abile apparato repressivo per mezzo decennio, dunque non vi è da sorprendersi se lo Stato ha sfruttato la rete “familiare” per punire gli Alawiti dissidenti. Il regime usa le famiglie dei dissidenti come armi contro i loro figli e figlie, minacciando di colpire i consanguinei se continueranno a protestare contro la tirannia (una politica molto sfruttata anche dai baathisti iracheni questa!). Ad oggi, molti Alawiti hanno disconosciuto la Sulayman. Dopo le sue dichiarazioni pubbliche nella città di Homs, il fratello Mahmoud è comparso alla TV di Stato e ha annunciato che lui e la sua famiglia avevano ripudiato Fadwa. L’uomo ha speculato che le sue azioni erano probabilmente dettate dal desiderio di arricchirsi e si è detto shoccato quando l’ha vista su Al Jazeera in una protesta a gridare slogan anti-regime. Il comportamento di Mahmoud mostra come “le famiglie delle minoranze esercitino molta pressione sugli individui dissenzienti”, ha spiegato la stessa Sulayman in una intervista con Al Jazeera. “Molte fratture dentro le famiglie stanno avvenendo per questo motivo”. Ma forse non la si sta raccontando davvero tutta quando si scrive che Sulayman ha abbattuto la barriera-familiare. Di fatto, questa pressione non agisce solo sulle donne, ma riguarda anche gli uomini, anche quando ottimamente formati culturalmente. In una recente intervista al supplemento culturale del giornale Al Safir, Munzir Badr Halloum, romanziere e accademico, ha affermato che “mentre gridavo per rimuovere il bubbone dal mio Paese, la mia famiglia rilasciava dichiarazioni con cui mi ripudiava”.

E se le famiglie dei dissidenti subiscono abusi e vengono perseguitate in quasi tutte le dittature, nel Medio Oriente ci sono delle differenze. Di nuovo, lasciando da parte la cultura politica siriana, il livello di autoritarismo rimane il fattore primario. Quando i membri di una famiglia mancano di diritti civili e individuali che li fanno emergere come entità separate dai congiunti, e quando tutti fa equazione con uno, ciò che si para all’orizzonte non può essere che una forma di dittatura fascista. E questo è proprio ciò che sta accadendo con il regime siriano.

“Dovunque tu vada, in un un teatro o in una compagnia cinematografica, ti senti come stessi visitando un braccio della sicurezza nazionale” ha dichiarato a Reuters Sulayman in una intervista via Skype da Homs. “Alcuni autori scrivono copioni orrendi ma vengono scelti perché hanno connessioni con la Sicurezza”, nulla racconta la reale relazione tra l’artista e lo Stato meglio di questa affermazione di Fadwa Sulayman.

Un’ultima barriera che Fadwa Sulayman ha saputo abbattere è la dipendenza dallo Stato. Sarebbe azzardato dire, infatti, che la Siria abbia una società civile vibrante capace di garantire l’indipendenza degli artisti dallo Stato, capace di metterli in grado di esprimere la loro libertà politica e artistica. Tuttavia, Fadwa Sulayman ha scelto di unirsi alla rivoluzione, lasciandosi dietro lavori e sovvenzioni governatizie “fondi che permettono al governo di censurare qualsiasi lavoro creativo”, sia a teatro che al cinema.

(1)  Nota rb. Gli Alawiti sono I fedelissimi di Assad. La setta alawita costituisce circa il dieci per cento della popolazione siriana. I Sunniti costituiscono il 65 per cento, mentre curdi sunniti e cristiani costituiscono il dieci per cento ciascuno. Ismailiti Drusi, Sciiti, e altri gruppi minori formano il resto.

(2)   Nota rb. Il Partito Baʿth Arabo Socialista arabo: حزب البعث العربي الاشتراكي‎), o semplicemente Baʿth (بعث, ossia “Resurrezione”), o più giornalisticamente Baath, è stato costituito nel secondo dopoguerra dal siriano Michel ʿAflaq e dal suo conterraneo Ṣalāḥ al-Dīn al-Bīṭār. Le parole d’ordine del Baʿth furono essenzialmente tre, riflesse fedelmente nel motto: “unità araba, libertà e socialismo”, dove l’espressione “unità araba” indicava il collegamento “inevitabile”, al di là delle contingenti contrapposizioni, fra le varie realtà presenti nei vari Paesi arabi mentre il termine “libertà” era da intendersi tanto in senso generale, per la nazione araba, quanto per l’individuo, come affrancamento dal bisogno e dallo sfruttamento.

La redazione di Al Jadid ha contribuito alla realizzazione di questo articolo sia per quanto riguarda la ricerca sia per quanto riguarda la traduzione dall’Arabo.

Liberamente tradotto in italiano da Rina Brundu per Rosebud – Giornalismo online, 20 Gennaio 2012.

Questo saggio è apparso in Al Jadid, Vol. 17, nr. 64

© Copyright 2012 AL JADID MAGAZINE

__________

Postfazione di Rina Brundu. Solo due parole per ringraziare la signora Alexandra Stanisic e il caro amico Elie Chalala di Al Jadid per avermi dato la grande opportunità di fare una piccola cosa per l’attivismo civile siriano, come è quella di tradurre questo straordinario pezzo. Una piccola cosa che è goccia inesistente quando comparata con ciò che fanno queste piccole grandi eroine di cui abbiamo letto e al cui confronto non esistiamo quasi. Però, è certo, benché nani sulle spalle dei giganti, da loro possiamo imparare. Molto. Moltissimo. Grazie ancora.

Just a quick note to thank you Elie and to thank Mrs Stanisic for allowing the reprinting of this most extraordinary article as well as its translation into Italian. My hope is that somehow (even if I do not know how!), somewhere, this will make a difference like a drop of water in a huge wide ocean of civil and intellectual freedom made most beautiful by the brilliant spirits of Mrs Sulayman and the many many women of the world just like her. Many thanks again and here we go with the original work in English….

Fadwa Sulayman: Syrian Heroine Beyond Glamour and Gender

By Alexandra Stanisic

Fadwa Sulayman

In the midst of the Syrian uprising, Fadwa Sulayman has captured popular attention in both Arab and world media. Her pictures together with her actions and remarks are all over facebook, sattellite TV, youtube and other new media outlets. This attention has shown her to be a remarkable individual within the Syrian revolt. However, what the media highlights as newsworthy in Sulayman are in fact the same attributes and actions found in novelist and journalist Samar Yazbeck, as well as the courageous poet and author, Hala Muhammad: they are all Alawites and women who have spoken against the Assad regime, and whose writings represent the conscience of an otherwise male dominated and despotically ruled nation.

Sulayman, who was already a well-known actress, has appeared in theatrical productions, films and television series. But since her participation in the uprising, she surprised all with her civic activism. Some have written that Sulayman has been responsible for uniting the intellectual with the ordinary people as well as uniting people from different backgrounds. She captured attention when she participated in a rally in the city of Homs, the capital of the Syrian revolution, sharing the podium with soccer star Abdul-Basset Sarout. Also she captured the cameras of Al Jazeera when she announced that she would go on a hunger strike until the Syrian government releases political prisoners, withdraws the security and military forces from the streets of Homs, and stops the bombardment of Baba Amr, a Homs neighborhood.

While Arab and world media, including U.S. media, highlighted the activism of Fadwa Sulayman, they fell short of properly contextualizing her role. Some of the coverage focused on the glamorous aspects of her career at the expense of substance and context. This was evident in the superficial discussions of religion. Also, the media has significantly overlooked the significance of a woman taking a prominent position in an otherwise male-dominated political activity. Unquestionably, sectarianism is a factor in Sulayman’s case and so is her gender, but attention should also be given to family and kinship as well as the relationship between the artist and the state in Syria.

On one hand, it is important to notice that Sulayman, an Alawite, has broken one barrier by working closely with the Sunni community putting aside the conflicts between these two sects. On the other hand, it is important to notice that it is the Assad regime that has been attempting to create a rift between the Alawite minority and the Sunni majority. Even more, the main mouthpiece of the regime, Buthayna Shabaan, who has occupied many official positions under the Assads, father and son, surprised many people by decrying the sectarian dimensions of the uprising from its beginnings.

In Syria, modern history shows that the hostility between the different sects is very profitable for the regimes. In today’s uprising, Assad’s regime is using it as a weapon to rally Syrian minorities — Alawites, Christians, Druzes and Ismailis — around the Assad family rule and convince these groups that the end of this family’s grip on power would spell the end of all minorities in Syria. Unfortunately, many have bought into this propaganda, namely Lebanese and Syrian Christians.

In debunking what became known as the “alliance of the minorities” Sulayman went to great length in dissecting the Assad thesis in a recorded message posted on Youtube (http://www.youtube.com/watch?v=GcccULWeVf8) and explained how the regime uses the threat of sectarian bloodshed to keep the Alawites in line. Also she stressed how in such a repressed society the influence of the regime goes deep in the individual’s life. Sulayman said that those in the Alawite community who have done well have not done so because of their own hard work, but because of their connection with the Assads. She mentioned Rami Makhlouf, an Assad cousin, who made billions of dollars, the equivalent of some countries’ budgets. But the wealth of the Makhloufs has had no spillover among the rest of the Alawites, who remain impoverished. Sulayman said that the impoverished Alawites join the army and become killers due to their terrible economic and social conditions.

In dismissing the sectarian argument of the Assad’s regime, she says that Sunnis benefited as well, naming Mustafa Tlass, a former Defense Minister, and Abd al-Halim Khaddam, a former Vice president who had a fallout with Bashar al-Assad following the assassination of Lebanese former prime Minister Rafik al-Hariri.

Sulayman places the “Salafi argument” in the context of the sectarian thesis. Salafis are associated with “Islamic extremists,” the group or groups that the Syrian regime accuses of “terrorizing” the country and who harbor ill will toward minorities, particularly Alawites. Sulayman claims this to be an outright lie. In an interview with Al Jazeera, She invoked the 1982 massacre of Hama in order to convince her community that Hafez al-Assad’s regime used minorities to consolidate his grip on power. According to her, Assad’s forces attacked minority groups and blamed the attacks on the Muslim Brotherhood, thus justifying his destruction of the city and the Brotherhood while portraying himself as indispensable and protector of minorities.

Sulayman and many other Syrian women have broken the gender barrier. Arab and foreign media focused on Sulayman as a new phenomenon in Syrian history; however, this is not the case according to Syrian novelist Samar Yazbeck’s article in Al Hayat newspaper. Herself an Alawite, and writing without reference to Sulayman, Yazbek claims that Syrian women have been playing a much larger role than they have been given credit for, even at the heights of the Tunisian and Egyptian revolutions and prior to the outbreak of the Syrian uprising. Syrian women, especially the youth, were active against the Assad regime, and started participating in the early opposition meetings that were preparing for popular demonstrations. Yazbeck also notes that the presence of women was diverse in terms of class and sectarian makeup. She listed different types of activities they performed, including writing revolutionary statements, shooting films and making them available to media, providing relief to protesters, forming support committees, collecting financial contributions and working on strengthening relations between the different communities through education. She also notes that many women were publicly leading the demonstrations, with some arrested and tortured. Some of these activists have become icons of the revolutions. To this already considerable list, we can add the name of Muntaha Sultan al-Atrash, a Druze human rights activist and grand-daughter of the Syrian hero Sultan Basha al-Atrash, a commander of the Syrian revolt against the French between 1925 and 1927.

Yazbeck acknowledges an important discrepancy between the proportion of minority women among the activists and ordinary minority members who are either silent out fear or supportive of the regime. In Yazbeck’s opinion, this fact demolishes the sectarian thesis of the regime which aims to show that minorities are totally dependent on the regime. Yazbeck concludes that since the emergence of many minority women with such a high level of consciousness, liberation from religious affiliation, family and communal dependence shows that they were able to make it on their own without the assistance of the regime.

The Baathist regime has been confronting the Syrian people with a protean, skillful repressive apparatus for half a decade, so it is no surprise that the state have been exploiting the family network in order to punish Alawite dissenters. The regime uses the families of the dissenters as weapons against their sons and daughters, threatening harm to family members if they continue protesting the regime’s tyranny (a policy much-used by the Iraqi Baath as well). So far, many Alawites have disavowed Sulayman. Following her public statements in the city of Homs, her brother Mahmoud appeared on state TV and said he and his family had disowned Fadwa. He said that her actions were probably motivated by money and expressed shock at watching her on Al Jazeera shouting anti-regime slogans in a protest. Mahmoud’s actions show how “families from minority groups exert a lot of pressure on the individuals who dissent,” as Sulayman explained in an interview with Al Jazeera. “Many splits within families are happening because of this.” Perhaps it is understatement to say that Sulayman has broken the family barrier. This pressure is not confined to women, but includes men as well, even if they are well-accomplished culturally. In a recent interview with Al Safir newspaper Cultural Supplement, Munzir Badr Halloum, a novelist and academic, said that “when I called for removing the plague from my country, I had my family issuing a statement disavowing me.”

While families of dissenters are abused and prosecuted under most dictatorships, in the Middle East there are differences of degree. Once again, leaving aside Syria’s political culture, the level of authoritarianism remains the primary explanatory factor. When family members lack civil and individual rights that set them apart from their relatives, and when the whole is considered one, we face nothing short of fascist dictatorship. Clearly this is what the Syrian regime is about.

“Everywhere you go, even a theater or a film company, you feel you have entered a security branch,” Sulayman told Reuters in a Skype interview from Homs. “Authors write the worst scripts but they are chosen because they have links to security.” Nothing sums up the relationship between the artist and the state better than this statement by Fadwa Sulayman.

A final barrier Fadwa Sulayman has broken is the dependence on the state. It can hardly be said that Syria has a vibrant civil society that can provide artists independence from the state, enabling them to assert their freedom of political and artistic expression. Yet, Fadwa Sulayman chose to join the uprising and leaving behind government jobs and grants, “monetary funds that allows the government to censor any type of creative work” whether in theater or film.

Al Jadid staff contributed research and translation from Arabic for this article.

This essay appears in Al Jadid, Vol. 17, no. 64

© Copyright 2012 AL JADID MAGAZINE

Featured image: a rally in Damasco, Douma Damascus 08-04-2011, author shamsnn, source Wikipedia.

Other pictures in the article, source www.aljadid.com

 

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9 Comments on Sulayman, Yazbeck, Muhammad: eroine del mondo arabo in rivolta, oltre il fascino femminile e il glamour.

  1. Sono felice quando vengo a conoscenza che ci sono donne coraggiose, che si battono per la libertà e rifiutano la sopraffazione di un Presidente non democratico, direi anzi, molto despota.
    Sono stata in Syria – noi italiani pronunciamo Siria, ma andrebbe detto Surìa, con la “u” e con l’accento sulla “i”. Dicevo, sono stata in Syria, passando da Haleb (Aleppo), fermandomi a Homs, nelle cui vicinanze c’è il Crack de Chevalier, un castello medievale massiccio e ancora in ottimo stato. Ho transitato ad Hama, dove ci sono delle splendide Norie (water’s wheels). Sono stata a Palmyra, nel deserto e quindi a Damasco. Era il 2006 e già in quella città qualcosa non funzionava: dal pullman privato che abbiamo noleggiato ad Aleppo, una sera, mentre ci stavano conducendo in un ristorante tipico damasceno, accompagnati da danzatori dervisci, ci hanno fatto scendere di corsa, e di corsa correre verso il ristorante. Si sentivano spari in lontananza, e la nostra guida, Mazin, ci spiegò che c’erano problemi con alcuni rivoltosi.
    Era l’inizio della lotta tra le due fazioni, ma ancora si trattava di casi sporadici. Ho visto però con i miei occhi il lusso degli alberghi a 5 stelle, dove abbiamo sempre alloggiato,e le case fatiscenti del popolo. Per noi occidentali, era necessario alloggiare in questi alberghi, per le norme igieniche, il vitto curato, altrimenti si poteva rischiare di venire colpiti da qualche virus – cosa peraltro successa comunque, a causa di una bibita presa da un venditore ambulante. I beduini che ci seguivano – vu cumprà del luogo – si meravigliavano che fossimo ospiti di alberghi tanto lussuosi, ma per noi italiani molto meno cari di tanti hotel europei. Lusso e povertà: queste sono le cause di molte sommosse, ingiustizie sociali enormi! Se penso a quanto erano tranquilli quei luoghi, come era felice la gente del posto, quando mi rivolgevo loro con un saluto in arabo, chiedendo come stavano, dicendo che i loro bambini erano jamil (belli), che erano latif (gentili) ad offrirci l’ombra fresca dei loro cortiletti. As-salam alaikum Syria, hua bi -heir, al hamdù li-llà- Ti saluto Siria, stai bene, se Allah vorrà! Non posso far altro che ammirare il coraggio di queste donne, e hanno ragione da vendere: il loro Paese è bellissimo, io ne sono rimasta incantata, I regimi dittatoriali in passato sono tutti caduti, ed ora ci sono persone che lottano affinché cadano anche quelli ancora reggenti. Si sa però che la dittatura tende a schiacciare ogni ribelle, proprio con la minaccia di vendicarsi sulle famiglie dei dissidenti,così che queste coraggiose persone, perdono anche l’appoggio dei propri cari. Ma per quanto Bashar al-Asad pensa di poter continuare a tiranneggiare il suo popolo? Fadwa Sulayman e chi come lei,non lo permetterà certamente! Che donne!!!

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  2. Rina, sul mio blog, home -a destra, c’è da sempre un slide-show con alcune foto che ho scattato in Siria!! Se le vorrai vedere, sai dove andare!! Mi hai trovata proprio lì! Bellissimo articolo, davvero ben fatto e molto esauriente.

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  3. Grazie per questa bellissima testimonianza Danila. No, io non sono mai stata in Siria ma tradurre questo pezzo mi è servito ad aprire gli occhi oltre i titoli dei giornali che leggo di corsa sull’Arab Spring, sulla Primavera Araba. Come racconta l’autrice del saggio la figura della Sulayman diventa tanto più importante in quanto dobbiamo contestualizzare il tutto dentro l’universo storicamente maschilista nel background. Fare attivismo politico in Siria dunque, così come farlo in molti altri Paesi dell’area meditarranea, non è un vizietto-glamour ma vuole dire rischiare. Tanto. La propria vita. Quella dei propri cari. Eppure la storia di queste donne straordinarie dimostra ancora una volta che lo spirito umano è molto forte. Bisogna infatti sempre lottare per la nostra libertà. In tutti i modi. Bisogna lottare contro il mobbing, contro la sopraffazione, contro il dispotismo, contro la cancellazione dell’individuo come tale, contro la viltà, contro la goliardia, contro il leccaculismo per partito preso, contro tutto ciò che uno spirito onesto e pulito rifiuta come merda che ti deve girare intorno ma non ti deve sfiorare mai. Chi sacrifica la sua libertà in nome della sua sicurezza non merità né la libertà né la sicurezza!

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  4. Danila inserisci un link qua sotto a quelle foto.. così che le possano vedere tutti. Ciao:)

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  5. http://www.ilparadisononpuoattendere.blogspot.com/
    Questo è il link del mio blog: sulla prima pagina, a destra, si trova uno slideshow di foto. Sono in formato piccolo, ma se vi cliccate sopra, si aprirà una pagina di Picasa, un fotoweb, così si possono vedere ingrandite e molto più chiare. La Siria è stata dominata dagli Ittiti, dai Romani, e da abitata da cristiani, ebrei, e musulmani di alawiti e sunniti. Tutti hanno sempre convissuto in perfetta pace, fino a che…. un Presidente dittatore ha messo fine alla stessa. Dunque, in questo magnifico Paese, sono rimaste intatte le vestigia ittite, romane, arabe che sono opere mastodontiche e conservate con molta cura. In una di quelle foto, si nota l’ingresso del museo archeologico, un caravanserraglio, il cardo romano, i resti della chiesa di San Simeone lo Stilita, le statue ittite di leoni neri, il Crack dei Cavalieri (costruito intorno all’anno 1.000 dai crociati francesi, poi trasformato in un luogo musulmano, ed è una costruzione tanto imponente da mettere soggezione. Tutto quanto ho potuto vedere, dimostra l’amore per l’arte e per la storia, del popolo siriano.
    Per quanto riguarda l’impegno delle donne per la loro emancipazione culturale, umana, soprattutto in quei Paesi dove il maschilismo regna sovrano, è ammirevole. Cosi come sono ammirevoli queste donne che tu, Rina, ci hai presentato. Ma per donne che già vivevano – fuori dalle righe e dagli schemi usuali perché già in parte emancipate da attività poco consone ad una donna musulmana – sicuramente è stato più facile capire il valore della libertà di poter decidere della propria vita senza dover soccombere alla prepotenza maschile, e di un governo dittatoriale. Spero che fungano da esempio per tutte le altre, e che anche i signori uomini capiscano che hanno per secoli o forse millenni, abusato del loro – spesso immeritato – potere!

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  6. Grazie Danila per il tuo continuato intervento su questo pezzo. Ho mandato il tutto ad Elie e alla signora Alexandra e abbiamo anche la fortuna che Rosebud è dotato di questo tool di traduzione in varie lingue, quindi loro possono leggere in traduzione anche i commenti….
    Questo è importante perché permette di condividerli oltre-frontiera.

    Io penso che pezzi come questo siano quelli che facciano la differenza. Di fatto, arrivano direttamente dal mondo arabo dai luoghi dove questi cambiamenti epocali stanno avvenendo, non vivono censurati editorialmente neppure ad occidente e quindi raccontano il gist delle cose.

    Soprattutto ci danno da pensare. Ci fanno pensare, per esempio, che il maschilismo è lungi dall’essere morto pur sulle nostre sacre sponde. E che di eroine simili, impegnate sul fronte dei diritti civili, quando non meramente umani, ne servono pure qui. Ma più che eroine servono donne con una marcia in più che sappiano fare una differenza oltre la patina glamour appunto e il titillo-il-mio delle presentazioni dei libri. La sostanza è cosa altra e si vede solo in dati contesti. La tua è indiscutibile, per esempio!:)

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  7. Beh, mi sembra che qui stiamo trattando il problema da sole! Dove sono i nostri amici ed il loro desiderato commento? E’ anche vero che hai pubblicato altri 3 articoli (che non ho ancora avuto il tempo di leggere, e me ne scuso,ma ero presa da questo, che mi coinvolge in modo esponenziale!!) Ti ho inviato un articoletto-commento, che mi pare in antitesi con queste meravigliose donne… ci sono anche quelle che per paura di perdere il trono, si parano il culo!!!! Leggi e poi se vuoi, pubblica qui!

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  8. Danila, ti dico pubblicamente che tu stai diventando un mio mito (insieme a Luceri e Pilloni) a grandi passi! Sei una donna straordinaria e una potenziale giornalista online proprio come ho sempre pensato dovrebbero essere: forti, capaci, determinate, di sostanza e che non si offendono se il mondo intorno non è perfetto. Il tuo commento diventa articolo che pubblico ora perché sotto vorrei fare diversi discorsi. A presto.

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  1. Sulayman, Yazbeck, Muhammad: eroine del mondo arabo in rivolta, oltre il fascino femminile e il glamour.
  2. Yoursa: PREGO ALLAH INFILANDOMI I LEGGINGS. Ma non è che il CORRIERE ci sta copiando? | Rosebud - Giornalismo online

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