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I nuraghi sardi? Erano edifici religiosi, lo scrive….

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Massimo Pittau. Quando la presente opera (ndr LA SARDEGNA NURAGICA, Cagliari 2006, Edizioni della Torre) comparve per la prima volta nel 1997, nel giro di pochi mesi l’edizione andò esaurita, tanto che nello stesso anno ne fu fatta una ristampa e due anni dopo, nel 1979, una seconda ristampa. L’anno successivo, 1980, fu fatta la terza ristampa, però con l’aggiunta di una Appendice. Poi una quarta ristampa fu fatta nel 1985 ed una quinta nel 1988. Insomma l’opera ha conosciuto un autentico “successo editoriale”, che ne fece per quegli anni uno dei libri più letti in Sardegna.

Negli anni successivi, essendo ormai l’opera del tutto esaurita, sia la casa editrice – la benemerita Libreria Dessì Editrice di Sassari del dott. Piero Pulina – sia gli amici sia numerosi lettori hanno insistito perché io ne predisponessi una nuova edizione o almeno una nuova ristampa. Io però non ho potuto accettare questa proposta e richiesta perché da un lato intendevo apportare all’opera cambiamenti e perfezionamenti, dall’altro, impegnato in numerosi altri miei studi e lavori relativi alla lingua sarda in generale e alla lingua dei Nuragici in particolare, non avevo il tempo sufficiente per mandare avanti quello che pure era il mio proposito di una nuova edizione dell’opera. E così ho dovuto rimandare di anno in anno il mio progetto, fino a che, a distanza di più di un quarto di secolo dalla sua prima comparsa, dietro sollecitazione dello stesso dott. Pulina e a seguito di una proposta, perfino calorosa, fattami dall’editore Salvatore Fozzi di Cagliari che si è offerto a pubblicarla lui, con la sua casa Edizioni della Torre, ecco che ho trovato il tempo di riprendere fra le mani la mia opera, di sottoporla ad un’ampia revisione e ai necessari aggiornamenti e di presentarla al pubblico in una seconda edizione.

Il tema di fondo della mia opera era ed è il seguente: dimostrare da una parte che i nuraghi non erano affatto edifici militari, cioè fortezze e castelli, dall’altra che invece essi erano edifici religiosi, cioè templi communitari, quelli più grandi e complessi, cappelle tribali o anche familiari, quelli più piccoli e più semplici. E negli uni e negli altri si effettuavano molti riti religiosi e pure funerari, anche perché spesso contenevano, in nicchie apposite, le salme degli eroi o degli antenati divinizzati oppure dei personaggi più in vista, come sovrani, capitribù, grandi sacerdoti e sacerdotesse.

Questa mia tesi della destinazione religiosa dei nuraghi colpì immediatamente i lettori sardi e non sardi, anche perché essa si opponeva radicalmente alla tesi della destinazione militare dei nuraghi, la quale aveva il carattere di una tesi del tutto consolidata, dato che aveva ormai a suo vantaggio circa 60 anni di studi e di scritti.

Sento però il dovere, ma anche il piacere, di segnalare che il primo che ha dato “fuoco alle polveri” per riaprire di nuovo la discussione sulla destinazione dei nuraghi – la quale in realtà era iniziata almeno 150 prima – non sono stato io, ma è stato un mio caro amico, l’on. prof. Michele Columbu di Ollolai. Egli infatti, nel febbraio del 1966, a Cagliari, aveva tenuto una conferenza che aveva il titolo «I nuraghi non erano fortezze» (vedi «La Nuova Sardegna» del 18-2-1966). A questa conferenza era presente un altro mio compianto amico e collega, il prof. Carlo Maxia, medico e biologo e già preside della Facoltà di Scienze dell’Università di Cagliari, il quale si fece convincere dalla esposizione del prof. Columbu e da allora se ne fece appassionato sostenitore, validamente coadiuvato dall’altro prof. Lello Fadda di Ghilarza. Ed è stato appunto il prof. Maxia a convincere anche me della necessità di abbandonare la tesi della destinazione militare dei nuraghi, con una sola e semplice, ma sostanziale argomentazione: attorno all’anno 1974, ad autunno inoltrato, eravamo a Silanus, a visitare il bellissimo nuraghe Madrone od Orolío. Eravamo al primo piano, di fronte al grande finestrone, mentre l’intero edificio era investito da un venticello gelido, quando il prof. Maxia rivolgendosi anche ad un altro nostro amico presente disse: «Qui dentro sarebbe stato impossibile vivere, perché gli abitatori si sarebbero presa la artrite e l’artrosi nel giro di una sola settimana». E ne convenne anche l’altro nostro amico, che era pure lui medico.

Dunque, i primi a respingere, dopo la fine della II guerra mondiale, la tesi corrente e quasi “ufficiale” della destinazione militare dei nuraghi sono stati in realtà il prof. M. Columbu e il prof. C. Maxia, mentre il primo, dopo quella data, a confutare minutamente le ragioni della destinazione militare dei nuraghi e ad esporre e delucidare le ragioni della loro destinazione religiosa sono stato io.

Ovviamente l’abbandono della tesi della destinazione militare dei nuraghi e l’accoglimento della tesi della loro destinazione religiosa non era una operazione di poco conto, dato che il passare da una prospettiva all’altra implicava un radicale mutamento nella delineazione dell’intera «civiltà nuragica».

Comunque è un fatto incontestabile che il successo editoriale della mia opera e il susseguirsi delle sue varie ristampe dimostrano chiaramente che la nostra tesi è stata ampiamente recepita da un gran numero di Sardi. Si tratta però di sapere come la nostra tesi è stata accolta dagli “addetti ai lavori” cioè dagli archeologi sardi e non sardi che si sono interessati e si interessano della «civiltà nuragica».

Ebbene, è un fatto certo che gli archeologi citano me e il mio libro molto raramente, anzi quasi mai, inoltre tra di loro circola spesso questa considerazione: «Però Pittau scrive bene». Considerazione che ovviamente mira a spiegare il successo editoriale del mio libro, ma insieme comporta una sua valutazione riduttiva, per cui, esplicitata la frase suonerebbe così: «Pittau nel suo libro sostiene tesi campate in aria, però le presenta bene». Senonché è evidente che codesta “valutazione riduttiva” viene distrutta del tutto per l’appunto dal successo editoriale ottenuto dalla mia opera. È infatti inverosimile che gli almeno 10.000 Sardi che hanno letto il mio libro si siano fatti abbagliare dallo “scrivere bene” del suo autore ed insieme si siano fatti frastornare dalle “tesi campate in aria” che egli ha sostenuto ed esposto in più di 200 pagine della sua opera. È indubitaboile che 200 pagine di “tesi campate in aria” avrebbero alla lunga bloccato qualsiasi lettore e spinto il malcapitato a promuovere una propaganda pubblicitaria negativa contro il mio libro. Ed invece…

D’altra parte, a prescindere dal tentativo maldestro fatto almeno da alcuni archeologi di svalutare la mia opera, è un fatto certo che, dopo la comparsa della mia opera, tutti, dico tutti, gli archeologi hanno ormai mutato radicalmente la loro prospettiva di approccio e di studio della civiltà nuragica. Ormai la tesi prevalente che corre fra gli archeologi è la seguente: «i nuraghi all’inizio erano fortezze, ma in seguito sono stati adoperati o – come essi dicono – “riusati” come templi o luoghi di culto». In una intervista pubblicata dal quotidiano «L’Unione Sarda» del 21 agosto del 2005, un archeologo autorevole ha dichiarato che «all’inizio il nuraghe è stato torre di avvistamento, in seguito fortezza ed infine luogo di culto» ed ha sorvolato del tutto sul fatto che per più di 50 anni aveva sostenuto che il nuraghe era esclusivamente «fortezza».

A questa loro parziale concessione alla nostra tesi gli archeologi sono stati indotti anche dal fatto che in tutti – ripeto in tutti – gli scavi recenti che sono stati fatti sui nuraghi, sono stati rinvenuti reperti di sicura matrice e destinazione religiosa. Ad es. nel nuraghe di Genna ’e Maria di Villanovaforru, in quello di Su Mulinu di Villafranca e in quello di Nurdole di Orani sono stati trovati, quasi intatti, gli altari sui quali venivano sacrificati gli animali agli dèi. Dunque, anche se non lo scrivono mai esplicitamente, gli archeologi ci dànno torto per una parte della nostra tesi e ci dànno piena ragione per l’altra parte.

Anche in questa nuova edizione della presente opera la tesi che sostengo e ribadisco è questa: «Nessun nuraghe è stato mai una fortezza». E ciò per la prima, semplice ma sostanziale ragione che i Nuragici che avessero pensato di rifugiarsi dentro i nuraghi per difendersi e condurvi una guerra, avrebbero agito come i topi che per salvarsi si rifugiassero entro trappole! Considerato infatti che esistono molti nuraghi ed alcuni molto importanti come il nuraghe di Goni e quello di Armungia, ciascuno dei Duos Nuraghes di Borore, ecc., i quali sono costituiti da una sola ampia stanza terrena, in cui non esiste una scala interna per salire sul terrazzo del nuraghe, quando proponessimo questa domanda: «I Nuragici rifugiatisi dentro quei tali nuraghi erano guerrieri combattenti contro il nemico oppure erano guerrieri prigionieri del nemico?», perfino i bambini della V elementare troverebbero la risposta esatta.

C’è inoltre da considerare che, per effetto del tabù religioso che nei tempi antichi presso tutti i popoli era molto più frequente e più forte che non fra quelli odierni, è inimmaginabile che le iniziali 7 mila fortezze nuragiche potessero essere tutte trasformate in 7 mila luoghi di culto religioso; è inimmaginabile che 7 mila edifici profani potessero essere tutti trasformati in altrettanti edifici sacri.

In terzo luogo, circa la tesi corrente fra gli archeologi odierni, secondo cui in origine i nuraghi erano fortezze, è molto significativo che nessuno di loro si sia mai preoccupato di spiegare come funzionassero queste fortezze e come i Nuragici facessero la loro guerra nei nuraghi e coi nuraghi. Prima della comparsa del mio libro un archeologo era stato perfino molto minuzioso nel descrivere la guerra che i Nuragici avrebbero fatto nei loro nuraghi ed era arrivato a descriverla facendo uso dei seguenti termini, che per il vero sembrerebbero meglio appropriati per i bunker della francese «Linea Maginot» e della tedesca «Linea Sigfrido» della II guerra mondiale, mentre egli li ha riferiti al Nuraxi di Barumini: «proiettili, proiettili di grosso calibro, missili, missili incendiari, munizioni, batterie, batterie d’assedio, batterie di fortini, tecnica della batteria, bocche d’arco, bocche di lancio, bocche da tiro, cortine, cortine frontali, tiro incrociato delle feritoie, piazzola di tiro, centrale di comando delle operazioni di tiro, centrale di tiro e di comando…».

Tutto al contrario – bisogna riconoscerlo – gli archeologi odierni al massimo si limitano ad affermare che i nuraghi-fortezze servivano per il “controllo del territorio”. Ma pure per questo loro prudentissimo giudizio gli archeologi sbagliano in maniera madornale. Infatti, dato che la locuzione “controllo del territorio” implica necessariamente il concetto di “controllo permanente”, facciamo i calcoli di quello che sarebbe stato il numero dei guerrieri nuragici preposti a quel controllo in 7 mila nuraghi: dovendo pensare che in ogni nuraghe ci fosse una guarnigione minima di almeno 12 guerrieri, con un turno di due ore al giorno di guardia effettiva per ciascuno, moltiplicando 7.000 per 12, si arriva alla cifra di 84.000 guerrieri nuragici in “servizio permanente” impegnati giorno e notte al “controllo del territorio”. Ma considerato che le guarnigioni dei nuraghi più grandi e complessi di certo avrebbe superato il numero di 12 guerrieri, c’è da ritenere che l’esercito dei Nuragici impegnati nel “controllo permanente del territorio” avrebbe raggiunto e superato la cifra di 100.000 guerrieri! Che è una cifra enorme, quasi certamente superiore perfino al numero complessivo degli abitanti della Sardegna di allora, uomini e donne, vecchi e bambini! Un esercito di tale portata solamente i più ricchi e potenti stati odierni, come gli Stati Uniti, la Russia e la Cina possono avere sotto le armi in maniera continuativa, cioè in “servizio permanente”!

È del tutto certo ed evidente: la sprovvedutezza degli archeologi in fatto di «cultura militare» è enorme; quella poi delle ormai numerose archeologhe è addirittura “astrale” (del resto nessuno di quelli che conosco ha fatto il servizio militare; io invece purtroppo l’ho fatto per circa quattro anni durante la II guerra mondiale!) e questa sprovvedutezza la dimostrano perfino in questioni di minuta interpretazione dei reperti archeologici. Esempio: in Sardegna sono stati rinvenuti numerosi ex voto in bronzo a forma di pugnaletti chiusi nelle loro custodie, cioè nelle loro «guaine» o nei loro «foderi»: ebbene gli archeologi, tutti gli archeologi, le chiamano invece “faretrine”, ignorando che le antiche faretre contenevano le frecce e nient’affatto i pugnali!

E leggono anche poco; ad es. con la loro interpretazione militaresca dei nuraghi dimostrano di non aver letto Diodoro Siculo, il quale dice che i nuraghi erano «templi degli dei». Dimostrano di non aver letto Alberto La Marmora, colui che, alla metà dell’Ottocento, con le sue imponenti opere ha presentato al mondo scientifico dell’Europa la Sardegna in tutte le sue valenze naturalistiche ed anche storiche, colui che ha visitato tutta l’Isola percorrendola a cavallo in lungo e in largo al fine di predisporne la prima carta geografica veramente scientifica, colui che, essendo un alto ufficiale dell’esercito Sardo-Piemontese era allora e lo sarà anche nei tempi successivi la persona più adatta per sostenere o per respingere la tesi della destinazione militare dei nuraghi, che del resto egli ebbe modo di conoscere 180 anni or sono, quando essi erano molto più numerosi e molto meglio conservati di adesso: ebbene il La Marmora respinse decisamente la tesi della destinazione militare dei nuraghi ed invece si dichiarò favorevole alla tesi di una loro destinazione religiosa ed anche funeraria!

La tesi della destinazione militare dei nuraghi sostenuta dagli archeologi potrebbe perfino spingere ad assumere atteggiamenti di umorismo e di presa in giro, se essa non fosse nel contempo una tesi che induce alla mortificazione, in quanto mostra chiaramente quanto basso fosse il grado della cultura generale dei Sardi rispetto alla loro terra nel sessantennio che va dalla I guerra mondiale al dopoguerra della II guerra.

E tuttavia uno storico ha il dovere di chiedersi quali siano state le ragioni dell’affermarsi e del resistere per oltre un sessantennio della “fandonia dei nuraghi-fortezze”. E queste ragioni storiche sono, a mio avviso, tre e molto importanti.

La prima è stata determinata dalla connessione ed uguaglianza che si sono stabilite tra i nuraghi e le torri antisaracene, quelle che presidiano l’intero circuito costiero della Sardegna. A primo acchito la connessione e l’uguaglianza vengono certamente del tutto spontanee, ma ad un esame appena approfondito si constata che molto differente è la struttura architettonica e la funzionalità dei nuraghi e delle torri antisaracene. I nuraghi hanno l’entrata al piano di terra, per cui agli assalitori sarebbe stato del tutto facile accendervi un fuoco e costringere gli assedianti ad arrendersi per il fumo o a morire soffocati oppure bruciati. Nelle torri saracene questo accorgimento offensivo non avrebbe funzionato per nulla, dato che la camera per la guarnigione ed il suo ingresso – cui si accedeva con una scala retrattile – sono sempre sollevati di almeno una decina di metri sul livello del terreno.

La seconda ragione dell’affermarsi e del resistere per oltre un sessantennio della tesi dei “nuraghi-fortezze” è da ritrovarsi nella epopea della «Brigata Sassari» durante la I guerra mondiale, Brigata che fu citata per l’eroismo dei suoi fanti nei Bollettini di Guerra del Comando Supremo dell’Esercito Italiano. Quella epopea (che però fu anche una autentica grande tragedia per i numerosissimi Sardi morti e feriti nelle battaglie in cui venivano lanciati come “carne da cannone”) fece nascere in tutti gli Italiani, ma soprattutto nei Sardi stessi l’idea che essi fossero un “popolo di guerrieri”. La terza ragione storica, connessa con questa seconda, è da ritrovare nell’affermarsi in Italia del regime fascista, quello che per un intero ventennio lanciò l’idea ed impose la politica del “cittadino-soldato”, preparato e pronto a “combattere dove il Duce vuole”. In questo clima di continuo ed esasperato bellicismo imposto dal fascismo in Italia era chiaro e certo che gli Italiani più adatti e più pronti per la politica guerrafondaia del fascismo erano per l’appunto i Sardi, quelli che avevano espresso tutta la loro predisposizione militare e tutto il loro valore nelle trincee della I guerra mondiale. «Se non fossi stato Romagnolo – tuonò una volta il Duce in una sua visita in Sardegna – avrei preferito essere Sardo»! Dunque, epopea della «Brigata Sassari» da un lato e politica bellicista del fascismo dall’altro consentirono che si affermasse e si divulgasse con facilità la tesi che anche il popolo dei Nuraghi era un popolo di guerrieri, un popolo del quale un archeologo sardo ebbe modo anche di scrivere che aveva «una sorta di vocazione “religiosa” per la guerra», un «bellicoso […] animus generale».

Come ho già detto, gli archeologi odierni sono – certamente anche per merito del mio libro – molto più prudenti, tanto che, pur riconoscendo che in epoca recente i nuraghi sono stati luoghi di culto, sostengono ancora che invece in origine erano altrettante “fortezze”. Però – torno a dirlo – non dicono mai nulla sul modo in cui si svolgesse la guerra nei nuraghi e coi nuraghi. Tutto questo però è già un notevole progresso rispetto alla “concezione bellicista” che si aveva nel sessantennio precedente sul popolo sardo, costruttore dei Nuraghi e creatore della civiltà nuragica.

Prima di chiudere questa Prefazione alla II edizione della presente opera mi sento in obbligo di fare una precisazione per quanto riguarda la Prefazione alla I edizione. Io questa l’ho lasciata e riprodotta esattamente come era, però ho proceduto a depennarne un intero paragrafo nel quale facevo un accenno generale – ma piuttosto inesatto – sia alla lingua nuragica sia alla lingua etrusca. Oggi intendo precisare che ormai ho pubblicato un’intera ampia opera relativa alla lingua dei Nuragici, quella che ho chiamato La Lingua Sardiana o dei Protosardi (Cagliari 2001), quella che ho connesso anche alla «lingua etrusca», per cui non è più esatto, almeno a mio avviso, che essa continui ad essere considerata come del tutto “misteriosa”. Come neppure del tutto “misteriosa” considero più la stessa «lingua etrusca», come ritengo di avere dimostrato con altre due mie importanti opere scritte e pubblicate sull’argomento: La Lingua Etrusca – grammatica e lessico (1997) e Dizionario della Lingua Etrusca (Sassari 2005, Libreria Editrice Dessì). In effetti è avvenuto che proprio il collegamento che ho effettuato della lingua nuragica con quella etrusca, mi ha consentito di approfondire notevolmente sia l’una che l’altra e di concludere che, a mio giudizio, esse non sono più un “mistero” totale e che anzi sono – in una certa misura – imparentate fra loro.

Ma ovviamente non è il caso che io mandi avanti in questa sede tale mio discorso, per cui non mi resta che rimandare alle mie citate opere i Lettori che avessero il desiderio di approfondire i due argomenti.

Sassari marzo del 2006

Titolo originale: La Sardegna Nuragica: prefazione alla II edizione.

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PREFAZIONE ALLA I EDIZIONE

Se è vero che su ogni autore che pubblica un suo libro di carattere scientifico ricade, almeno in generale, l’obbligo di darne ai lettori una certa adeguata giustificazione, a maggior ragione quest’obbligo ricade su me che, da glottologo o linguista quale sono, oso presentare al pubblico questa mia nuova opera, la quale riguarda “La Sardegna Nuragica” in generale, offre cioè un ampio quadro dell’intera civiltà dei nostri antichi progenitori sardi. In essa, infatti, accanto a questioni propriamente linguistiche, ne risultano trattate numerose altre di carattere differente: storiche, archeologiche, religiose, antropologiche ed etnologiche.

Allo scopo appunto di assolvere l’obbligo di giustificare il mio libro e, più precisamente, sia la sua impostazione generale sia la trattazione dei singoli argomenti, ritengo di poter fare riferimento ad alcune argomentazioni di natura differente: una di carattere generale e di principio, altre di carattere particolare e di fatto.

In primo luogo ritengo di dover richiamare il fatto che la “civiltà nuragica” – come del resto qualsiasi altra “civiltà” – è un grande fenomeno storico-culturale di natura ampiamente composita, multiforme e poliedrica, al quale pertanto sono e debbono essere ugualmente interessati lo storico come l’archeologo, il linguista come l’antropologo, lo storico delle religioni come l’etnologo, ecc. Ai fini della ricostruzione o delineazione storica globale della composita e poliedrica “civiltà nuragica”, pertanto, debbono portare il rispettivo contributo di ricerca e di critica tutti i singoli studiosi, ciascuno secondo la particolare prospettiva della propria disciplina di specializzazione; al contrario nessuno dei singoli studiosi può accampare speciali privilegi di priorità e di supremazia rispetto agli altri in virtù della particolare disciplina che egli coltiva.

In linea più specifica, io linguista riconosco appieno il grandissimo apporto che, ai fini della delineazione storica globale della civiltà nuragica, può e deve portare l’archeologo, sia in virtù della notevole abbondanza di reperti nuragici tuttora esistenti in Sardegna, sia in virtù della particolare “concretezza” con cui essi si presentano ai sensi e all’analisi dello studioso. Ma, ciò riconosciuto, dico che si deve evitare che si deprezzi il valore documentario dei relitti della lingua o delle lingue parlate dai Nuragici, relitti che si offrono tuttora all’attenzione e all’analisi del linguista quasi coi medesimi caratteri di concretezza dei reperti archeologici. Sul piano della “valenza documentaria” non si deve commettere l’errore di confondere la “concretezza materiale” dei reperti archeologici con la “verità storica” e con la “certezza scientifica” tout court. È ben vero, infatti, che le pietre, i ruderi, i vasi, i bronzetti stanno sotto i nostri occhi, pronti ad essere visti, toccati, esaminati, studiati ed interpretati, ma è altrettanto vero che tutte queste «cose» molto spesso restano inspiegate perché “non parlano”. Al contrario un linguista può ben riconoscere che i vocaboli, i toponimi, gli antroponimi, le radici, i prefissi, i suffissi ecc. hanno spesso una forma di esistenza caratterizzata da una certa “labilità” documentaria; egli però mette anche in risalto che i fatti linguistici spesso sono molto più significativi ed eloquenti dei reperti archeologici. Le «cose» degli archeologi, pertanto, pur essendo più “concrete”, molto spesso sono mute, mentre le «parole» dei linguisti, pur essendo più “labili” e quasi “evanescenti”, molto spesso parlano e narrano molto più e molto meglio delle «cose».

[omissis]

È dunque del tutto evidente che, ai fini di una delineazione storica, ampia e approfondita, della civiltà nuragica – come del resto di una qualsiasi altra civiltà – gli studiosi delle «cose» debbono procedere di pari passo e in comune accordo con gli studiosi delle «parole»; gli archeologi debbono chiedere l’aiuto e la collaborazione dei linguisti e viceversa. Così come, del resto, e gli uni e gli altri debbono entrare in accordo e in collaborazione con gli storici in generale, gli storici delle religioni, gli antropologi, gli etnologi ecc. La visione globale della civiltà nuragica deve essere il frutto dell’apporto concomitante di tutti gli specialisti che hanno interesse ad essa, senza alcuna preclusione ed anche senza alcun privilegio per nessuno di essi. «La storia – ha scritto efficacemente il linguista Giacomo Devoto – è sintesi dei risultati di discipline diverse. Nessuna di queste discipline vale più delle altre»\1\. Ed anche più efficacemente soleva affermare il grande filologo Giorgio Pasquali: «Non esistono le discipline, esistono i problemi»\2\.

Se tutto questo è vero – come è vero – se ne deve dedurre che la delineazione globale della civiltà nuragica non può né deve essere fatta solamente dagli archeologi – come in linea di fatto è avvenuto fino al presente – ma può essere fatta anche da un qualsiasi altro specialista: storico, antropologo, etnologo ed anche linguista. Proprio come è avvenuto che il linguista già citato, Giacomo Devoto, abbia avuto il merito di comporre quella che fino al presente è la migliore sintesi globale della civiltà degli Italici. L’unica riserva o condizione che si impone allo studioso – qualunque sia la sua specializzazione – che voglia dare una sintesi globale di una data civiltà, è che egli abbia esaminato e confrontato tutti i risultati acquisiti dagli altri specialisti. Condizione – lo preciso subito e bene – alla quale io personalmente mi sono sottoposto volentieri, come ritengo di poter dimostrare in tutte le pagine del presente libro.

Mi era venuta l’idea di intitolare il mio lavoro in quest’altro modo “La Sardegna Nuragica – in prospettiva linguistica”, con l’intento di indicare e precisare ai lettori che avevo affrontato il tema dalla particolare prospettiva della disciplina di mia specializzazione; ma alla fine ho rinunziato a quel sottotitolo del libro, in quanto ho considerato che ciò era quasi del tutto inutile, perché era manifesto o almeno implicito in numerose pagine del mio lavoro. Inoltre ho considerato che neppure gli archeologi hanno mai scritto libri od articoli sulla “civiltà nuragica” con l’indicazione della “prospettiva archeologica”; eppure – l’ho già dimostrato – nemmeno gli archeologi hanno particolari privilegi di priorità e supremazia nella trattazione del tema rispetto agli specialisti delle altre discipline.

A questa giustificazione di carattere generale del fatto che io linguista potessi, in linea di principio e di diritto, affrontare un discorso globale sulla “civiltà nuragica”, aggiungo ora due differenti spiegazioni della circostanza che io abbia, in linea particolare di fatto, proceduto a comporre un intero libro sull’argomento.

Innanzi tutto debbo segnalare che già nel passato, ma soprattutto da quando prima ho avuto l’incarico di insegnamento della Linguistica Sarda nell’Università di Sassari (1970) e dopo ho vinto la relativa cattedra (1971), ho in prevalenza rivolto i miei interessi di studio ai relitti della lingua o delle lingue parlate dai Nuragici, relitti costituiti sia da appellativi comuni ancora usati nell’attuale lingua sarda, sia da nomi di luogo (toponimi) o da cognomi (antroponimi). In virtù dei risultati conseguiti dai miei studi e di quelli conseguiti dai linguisti che mi hanno preceduto sull’argomento (M. L. Wagner, J. Hubschmid, B. Terracini, G. Bottiglioni, V. Bertoldi, C. Battisti, E. De Felice, ecc.) mi sono proposto di comporre un intero libro sul “sostrato linguistico nuragico”.

Ai fini di questo mio rilevante impegno di lavoro, mi sono preoccupato, in concomitanza coi miei studi propriamente linguistici, di prendere in esame l’intera bibliografia scientifica prodotta dagli specialisti intorno alla “civiltà nuragica”, considerata sia nei suoi aspetti generali sia in quelli particolari. Questa mia ampia apertura di studio a tutta la produzione scientifica (archeologica, storica, religiosa, etnologica, antropologica, ecc.) relativa alla “civiltà nuragica” trova la sua ovvia spiegazione nella consapevolezza metodologica che ogni linguista non può non derivare dall’importantissimo movimento glottologico, che si è denominato Woerter und Sachen, “Parole e Cose”, movimento che ha avuto uno dei suoi più geniali rappresentanti in Max Leopold Wagner, ossia proprio quello che è stato indiscutibilmente il Maestro della Linguistica Sarda, uno dei più autorevoli linguisti neolatini, e che io considero il mio più valido maestro personale. A seguito ed in conseguenza del movimento Woerter und Sachen, ogni linguista sufficientemente preparato e metodologicamente consapevole sa bene che la lingua di un popolo è sempre strettamente collegata con i fatti e gli eventi di questo popolo, cioè con la sua intera “cultura”. A me pertanto non poteva sfuggire il fatto che non avrei potuto portare a termine il mio progettato libro sul “sostrato linguistico nuragico” se non a condizione che avessi studiato e conosciuto, in ampiezza e in profondità e in misura adeguata, anche l’intera “civiltà nuragica”, in tutti i suoi molteplici e multiformi aspetti generali e particolari.

Allo stato attuale dei miei studi, avviene che, mentre le mie ricerche relative al “sostrato linguistico nuragico” sono ancora indietro rispetto al mio progetto di scrivere un intero libro sull’argomento, al contrario esse risultano per se stesse, cioè nella validità dei risultati già conseguiti, ormai tanto avanti, che – a mio avviso – sono più che sufficienti per gettare sprazzi di viva luce sia su aspetti particolari sia su aspetti generali della “civiltà nuragica”. Già allo stato attuale delle mie ricerche linguistiche, pertanto, ho ritenuto di non dover rimandare ulteriormente la pubblicazione di quanto di nuovo la scienza linguistica è in grado di dire intorno alla meravigliosa civiltà espressa dai progenitori di noi Sardi attuali.

In secondo luogo è avvenuto che lo studio attento e soprattutto il confronto comparativo, che ho avuto modo di effettuare, di quasi tutta la produzione scientifica relativa al mondo nuragico, uscita dalla penna di storici, archeologi, antropologi, etnologi, linguisti e storici delle religioni, abbia fatto nascere in me una chiara e ferma convinzione: da ormai più di un cinquantennio il tema della “civiltà nuragica” nel suo aspetto globale è stato accaparrato e monopolizzato dagli archeologi, i quali sono riusciti ad escludere dalla sua trattazione gli specialisti delle altre varie discipline. Questa circostanza si è determinata da un lato perché in linea di fatto sono stati quasi esclusivamente gli archeologi quelli che nell’ultimo cinquantennio hanno condotto le ricerche più ampie ed approfondite sull’argomento – e questo evidentemente è da attribuirsi a loro vantaggio e a loro merito – dall’altro lato essi si sono trincerati nella sola ed unica prospettiva della loro disciplina, poco o nulla attenti a richiedere e ad ascoltare le voci che potevano venire da parte delle altre discipline ugualmente interessate all’argomento – e questo è stato un evidente errore e un notevole demerito degli archeologi –

L’esclusivismo e l’eccessivo privilegiamento che gli archeologi avevano fatto delle loro ricerche, erano stati già segnalati e criticati nell’opera di Antonio Taramelli – archeologo del resto molto benemerito per la sua attività di scavatore e di illustratore di monumenti nuragici – da parte di due illustri storici, Ettore Pais e Raimondo Bachisio Motzo\3\. Ma il Taramelli non se l’era data per intesa e aveva mostrato di non accettare l’invito alla prudenza e soprattutto all’apertura verso le altre discipline; tanto è vero che in due differenti occasioni aveva scritto in questo modo: «L’archeologia preistorica è oggi matura nei suoi metodi e nelle sue ricerche; non è più la modesta ancella sussidiaria, ma raggiunge le sue proprie conclusioni in base alle osservazioni proprie ed ai suoi propri metodi. Se queste si accordano con quelle raggiunte dalle scienze affini, tanto meglio; se no tanto peggio per quelle». «Con tutto il rispetto alle fonti ed ai loro sagaci commenti, sia permesso a me archeologo, di avere fede, speranza ed amore principalmente nell’indagine archeologica. Nell’indagine del passato tenebroso, lontano ed incerto la mia luce è quella della punta luminosa del mio piccone»\4\.

A distanza di circa 50 anni da quando il Taramelli scriveva questi inequivocabili convincimenti personali, c’è da osservare che «la fede, la speranza e l’amore principalmente nell’indagine archeologica», nonché attenuarsi negli archeologi successivi, o almeno in qualcuno di loro, forse si sono ulteriormente accentuati.

Ovviamente le conseguenze di questo lungo accaparramento e monopolio della «civiltà nuragica» effettuato dagli archeologi non potevano essere diverse da quelle che sono state di fatto: quasi tutta la produzione bibliografica uscita dalle loro gelose ed esclusivistiche mani nell’ultimo cinquantennio ha finito col darci una visione globale della «civiltà nuragica», che è fortemente viziata di unilateralità e, per ciò stesso, assai lacunosa e spesso anche gravemente distorta, travisata e falsata.

Intendo riferirmi in particolar modo al tema importantissimo, anzi essenziale e pregiudiziale, della funzione o destinazione del monumento caratterizzante ed emblematico dell’antica civiltà dei Sardi, il nuraghe: quale era effettivamente la sua funzione o destinazione? Erano i nuraghi tombe o templi o abitazioni o fornaci o trofei guerreschi o fortezze o edifici per difendersi dalle zanzare?

Ovviamente questa lunga diatriba relativa alla destinazione dei nuraghi aveva per se stessa una sua facile spiegazione – perfino nei risvolti umoristici che ha talvolta assunto – nei secoli passati, quando dei nuraghi e della civiltà nuragica in genere si aveva appena una visione molto limitata ed assai superficiale. Quella diatriba invece avrebbe dovuto avere una conclusione definitiva da quando, ad iniziare dagli studi dello storico Ettore Pais e dell’archeologo Giovanni Pinza, il problema dei nuraghi e della civiltà nuragica era stato affrontato con ricerche e considerazioni caratterizzate da tutti i crismi della scientificità storica ed archeologica\5\. Ciò a prescindere dal fatto che, a mio giudizio, neppure questi due autori, pur forniti di notevole autorità scientifica da tutti riconosciuta, hanno visto bene nel tema della destinazione dei nuraghi, in conseguenza del fatto che, impegnati in altri importanti settori di ricerca, al problema nuragologico hanno avuto modo di dedicarsi soltanto in maniera marginale e in misura limitata.

Senonché, subito dopo gli interventi di questi due autorevoli studiosi, è avvenuto che l’archeologia, impersonata per un quarantennio da Antonio Taramelli, abbia, sì, assunto il ruolo di capocordata nella ricerca nuragologica, ma sia anche caduta nel grave errore di optare per la tesi della destinazione militare dei nuraghi, intesi come «fortezze» e «castelli»; la quale è una tesi totalmente infondata, quella che è stata fra le meno condivise dagli studiosi in generale. In base a numerose prove, storiche, archeologiche, antropologiche ed anche linguistiche c’è da affermare che nessun nuraghe ha mai avuto la destinazione o funzione militare di «fortezza» o di «castello»; tutti i nuraghi hanno avuto esclusivamente la funzione o destinazione religiosa di altrettanti «templi».

Più precisamente: i numerosissimi nuraghi semplici sono stati altrettante «cappelle» ad uso limitato dei singoli gruppi familiari o delle singole tribù, i nuraghi complessi sono stati altrettanti «santuari comunitari» ad uso generale di più tribù e delle loro confederazioni.

Ovviamente il dire che i circa 7 mila nuraghi della Sardegna erano «fortezze» o invece «templi» non è affatto una cosa di scarsa rilevanza ai fini di una esatta delineazione storica della «civiltà nuragica» in generale; al contrario tutti e facilmente possono comprendere che l’intero quadro storico di quella civiltà acquista rilievi, dimensioni e prospettive – anche cronologiche – completamente differenti a seconda che sia vera l’una tesi oppure l’altra.

Con tutto questo ritengo di aver dato una adeguata spiegazione e giustificazione del fatto che io linguista abbia osato scrivere un intero libro intorno alla civiltà nuragica, posto anche che ritenevo di poter fornire numerose ed importanti prove di carattere linguistico contro la soluzione militare del problema nuragologico ed invece a favore della sua soluzione religiosa.

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Procedendo ora ad indicare brevemente il piano della presente opera, preannunzio che essa è divisa in tre parti. La prima si caratterizza come la pars destruens, perché è dedicata ad esporre le numerose e differenti ragioni, per le quali si deve contestare e respingere la tesi della destinazione militare dei nuraghi; la seconda si caratterizza come la pars construens, perché è dedicata ad esporre le numerose ragioni, storiche archeologiche antropologiche e linguistiche, per le quali si deve affermare che i nuraghi avevano una esclusiva destinazione religiosa. La terza parte, infine, è dedicata alla esposizione dèlla religiosità nuragica; più precisamente vi sono indicate e spiegate le varie divinità che erano adorate nei nuraghi, i vari culti e riti che vi si effettuavano, il sincretismo che si è determinato fra la religione nuragica da una parte e quelle punica e romana dall’altra, e soprattutto gli interessanti fenomeni di incontro-scontro che si sono avuti fra la religione nuragica e quella cristiana.

Debbo infine precisare che, sia per il numero e l’importanza degli argomenti trattati sia per la vastità della loro sintesi globale, mi sono sentito autorizzato a dare alla presente opera una intitolazione di carattere generale, visto che essa abbraccia numerosi ed essenziali aspetti della «civiltà nuragica» presa nel suo complesso.

Sassari aprile del 1977

Nell’immagine Macomer S.S.129bis per Bosa – Nuraghe Succuronis, opera di Anton, fonte Wikipedia.

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