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PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 9. Breaking News

Scrittura digitale: il caso Dean Morrison

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

jack_kerouac_e_gian_pieretti_1966Post 1

(Dove andremo a cominciare)

Dopo sei albe catastrofiche senza una spilla da appuntare su tutte le parti che mandavano dolore per ricordarmi dove non mi dovevo toccare maledetta piaga miseria degli occhi tuoi grandi. Mi sta scoppiando un fiume intorno che tu non lo sai e mi viene da piangerti in faccia che vorrei riuscirci di nuovo di nuovo ancora fino a un poi indeterminato. Tutta ti guardavo dentro di una tristezza raggelante che non ci eravamo mai toccati i nostri punti infiniti di abisso redenzione rovine varie. Quanto vuoi tu e io poi per una fuga non mi metto mica a piovere disegni mnemonici solo per dire che di giorno si vede tutto così sbiadito, arrivami con gli spari a lunga gittata che sono senza piume, non volo non volo credici. Sai dove non sei e io no. I fiori si dovevano solo raccogliere e mai comprare solo se nascevano sulle rive delle strade a sei corsie. Prendimi a pezzi troppo grandi da affogarti che funziona che non ne usciremo interi mai. Di quegli incidenti bellici che scoppieremo in tutti i momenti sbagliati possibili con le vittime e pochi sopravvissuti feriti fino alle ossa scoperte disastrate. Iniziamo in un momento a caso tanto continueremo ad iniziare fino alla fine. Sono morsi che ti lancio meglio dei baci che hai mai avuto e ci leccheremo fino all’escoriazione delle pareti nostre dermiche. Con le mani a raccogliere in incalcolabili pieghe quante più disfunzioni psichiche riuscivamo a trovarci tra le braccia. Non siamo mica in mare per prenderci quei sogni dove prima non arrivavamo mai e farci neanche un fiocco grandissimo come regali che non c’è nemmeno bisogno di dirlo che sono regali, però lo faremo lo stesso che la salsedine ce la sappiamo inventare quanto vogliamo. Tutto ci sappiamo inventare che la verità è il falso storico meglio riuscito. Tremi tremi tremi. Il freddo da prenderci come bisogno senza avere mai mai paura del freddo, aspettando che l’iride si metta a brillare come fosse di rugiada fino a non passarci più dentro ma essere i nostri stessi buchi reciproci lì da dove passano furoreggianti respiri cosmici di felicità. Senza pietà per tutta la pietà che ci chiederanno con i sangue alle tempie di essere meno vivi che facciamo male a troppe deboli pelli sparse. Saremo i nostri occhi chiusi a vicenda. Per sempre poco credibili saremo il famoso cielo aperto a nessuno, saremo fino in fondo alle lacrime. Scrivere di noi o di una metafora cosmica mai successa, che verrà.

Post 2

(A schivarci non saremo mai abili noi)

A sbranarci le ultime speranze di rivoluzione, stiamo perdendo stiamo perdendo è evidente. Non abbiamo da raccoglierci che frammenti inutilizzabili e figurine di quando potevamo farcela, tutte in un sacchetto di tela nera che non facciano neanche rumore quando cammini. Fumo in faccia sui futuri nostri, che ce li hanno scopati, fottuti. Ci rimane solo da essere romantici come non mai, gli sconfitti che fanno tutte le poesie del mondo e sarà tutto in momento che scoppieremo senza fine come le canzoni. Non sappiamo reciprocamente nulla di noi oltre gli occhi, sappiamo tutto. È una fuga che ci dipingeremo addosso per riuscirci invincibili, le lacerazioni strazianti livide sulle braccia integraliste. Quante stronze volte lo dovrò dire che non ci sarà una fine stagione mai, sempre seduti sui cornicioni pericolanti dei posti più abbandonati che conosci amore. Ci sposeremo con gli orizzonti dispersi alla fine delle città morenti di solitudine senza vestiti adatti a nessuna occasione. Dal preciso istante che non ti conoscevo per la prima volta eri tu, l’inconsistenza toracica che con la punta delle dita potevi sfiorarmi l’aorta e le cose intorno. Tutta una storia che non esiste e le mie parole nelle tue che forse non esistono neanche quelle. La biografia delle ossa distrutte e di altre voragini sparse su tutta la strada che ci portiamo nelle tasche. Avremo almeno cinque mila silenzi da regalarci che navigavamo tra altri fraintendimenti e noi invece non dovevamo spiegarci niente. Come gli scandali ci parleranno addosso le pelli nostre urlanti linguaggi osceni in coabitazioni psicofisiche. Ci riscriveremo tutti in corsivo messaggi criptici sul bordo delle spalle, che si leggano solo allo specchio come ridirceli ogni volta. Una vita che ci si farà malissimo a metterla in uno scatolo di cartone o sotto qualche nome. Facciamo presto che dobbiamo consumarci, non c’è tempo.

Post 3

(La fragilità che ci baciava le tempie)

Avevo ricollocato in ordine sparso i frammenti della nostra inesistenza commovente per farne quasi una storia fuori portata anche dalla mia immaginazione. Da un ignoto certo punto in poi non avevamo più niente da non avere, neanche noi in rara congiunzione astrale con noi stessi. Nelle ritrosie disperderci fino ad un limite indefinito che conquistava senso litro dopo litro, ogni piccolo pezzetto di cervello consacrato alle nuvole e poi svenduto senza alcuna cerimonia di commemorazione. Sovrastrutture, avevi deciso di farci schiantare addosso a domande inutili con la tua patente per incidenti mai troppo spettacolari. Lo straziante omaggio ad un’apocalisse piuttosto cinematografica senza possibilità di redenzione. In volo il guscio tropicale dove spegnevamo le sigarette da sempre aveva disegnato un’isola di cenere sul pavimento, con solo due cicche sopra, distanti, accartocciate, quasi spente quasi del tutto. Crolli urla spasmi, i battiti, le vanghe. La sconfitta franataci addosso che non riusciva a terminare mai. Solo che con amore infinito ti strapperei la pelle sugli occhi a morsi che così mi guardi bene me con tutto il vuoto intorno. Per ridarti tutte le unghie nevrotiche spaccate nelle pupille, braccia continue ossessionate meccaniche sulle palpebre a sangue, fino al sangue a scavare dentro che non restasse niente, per tutti i dopo dove non ci saremmo stati più ad ogni costo. Non sopravviversi mai, questo conta. Il finale ultraviolento che non riusciremo a darci con scie rosse dappertutto e lividi a perdere per tutti i centimetri fisici a disposizione. Le bellissime foto che non avremo da dimenticare, di abbracci viscerali e altre cose invincibili. Rampe di concentramento per tuffi nel vuoto di organismi instabili, anche i sogni meriterebbero l’eutanasia. Poi, d’inverno, c’è sempre freddo da curare.

Dean Morrison

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Il caso Dean MorrisonUna breve analisi tecnica di Rina Brundu.

Raramente, anzi mai, in anni e anni di vita digitale mi era capitato di imbattermi in una scrittura come quella di Dean Morrison: per certi versi l’oggettivazione di tutto ciò che ho sempre pensato debba essere la scrittura, ovvero mero talento. Da qui a chiedergli il permesso di ripubblicare questi suoi post su Rosebud il passo è stato breve. Se l’espressione “giornalismo online” fa equazione con “scrittura online”, infatti, questi “pezzi” non sarebbero potuti mancare nel mio angolo virtuale.

Ciò che colpisce nei post di Dean (gli unici di cui io sappia – e di fatto ho verificato diverse altre creazioni simili in Rete – che sanno diventare meta-post nel senso che sanno esistere e sanno raccontarsi come elemento-scritturale-letterario a tutti gli effetti), è il loro essere in prima battuta un pozzo senza fondo di straordinaria significazione retorica (nel senso di imagery), nonché di significazione retorica che ha una carica estetica fenomenale e tale da far restare sbigottiti. Le metafore vivono dentro le metafore alla maniera delle matrioske e creano figure sempre nuove, nuove immagini, nuovi mondi, dove dimensioni diverse si incrociano, si incontrano, si incastrano senza rivelarsi mai troppo, senza raccontarsi mai troppo, senza prendersi mai la briga di darci anche il minimo indizio sulla natura della loro essenza: dimensione vissuta o mero figment (indotto) dell’immaginazione?

A momenti questa scrittura (vivaddio finalmente liberata dalle ossessioni grammaticali che torturano chi pensa di sostituire il talento con la grammatica e con le presentazioni dei libri) raggiunge apici tali che il successivo, inevitabile ritorno a terra è cosa brusca: un fastidioso sbattito d’ali, un risveglio difficile comunque magicamente capace di reinventarsi, di rinascere in altra guisa come un’araba fenice senza pace costretta a leccare e a sanare le fastidiose ruvidezze delle sue stesse ferite. Ma dire di più sarebbe semplicemente sminuire queste creazioni per cui concluderò dicendo soltanto: chapeaux!

 (Nella foto, Jack Kerouac e Gian Pieretti nel 1966 – fonte Wikipedia)

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12 Comments on Scrittura digitale: il caso Dean Morrison

  1. Francamente mi sento pure in colpa per quell’analisi perche’ la scrittura di Dean non abbisogna di nessuna analisi per arrivare. Piu’ che altro Gavino ho sentito di dover spiegare perche’ pubblicavo quei posts cosi diversi da cio’ che trattiamo normalmente. Sbagliavo anche in questo… di fatto quella di Dean e’ la scrittura online che ho sempre vagheggiato. Insomma Dean e’ un autore che non necessita’ ne’ di moduli ne’ di punti ne’ di virgole e tantomeno di marchette: non e’ poco sai. Per me poi una grande gioia: dimostrare in pratica cio’ che ho sempre sostenuto in teoria! Ciao.

  2. Be’ Gavino concordo sia con te che con Franco che la scrittura di Dean (che penso rivedremo in futuro su Rosebud, o almeno lo spero, anche perché questo pezzo è stato un grande successo!!) è poesia. La mia parte è stata solo tentare di incastonare una perla che dell’incastonatura francamente ne poteva fare a meno:). Buone cose Gavino e grazie per la tua puntuale e preziosa prenza su Rosebud.

  3. francu pilloni // 15 December 2011 at 20:31 //

    Oia, Rina.
    Se il primo post mi ha meravigliosamente divertito, il secondo mi ha contrariato, mentre il terzo mi ha sostanzialmente annoiato. Perché, tutto sommato, è abbastanza monocorde.
    Non è che non abbia letto il tuo commento, non è che non abbia capito quanto questa scrittura sia lontana da su connotu letterario, però è monotona. Tu pensi che riusciresti a leggere un libro di 120 pagine tutte sul quel tono?
    Allora, se ci riuscirai, ti proporrò di beatificarti come la patrona dei critici letterari (tanto non hanno santi in paradiso, i loro predecessori sono tutti all’inferno, nel girone degli invidiosi, come ebbe a dire non ricordo chi, forse Pasolini).
    Sei sicura che questo Morrison sia una persona sola? Voglio dire una sola mente?
    Per mia sfortuna non ho mai fumato l’erba e sono troppo vecchio per iniziare. Dei figli dei Fiori leggevo su un misero giornale e non so nulla di LSD.
    Mi è sorta la curiosità di leggere nuovamente i post, ma sotto l’effetto di qualcosa. Ho paura che mi apparirebbero estremamente banali, perché poveri lo sono già.
    E ora, non odiarmi, se puoi!, come diceva una vecchia canzone di Battisti.

  4. Odiarti per così poco Franco? Ne abbiamo viste altre in quella decina d’anni che ci siamo “supportati” e “sopportati”, ne convieni? Caro maestro… in verità, a mio modestissimo avviso, hai detto una cosa giusta e due sbagliate. La cosa giusta è che i “post” di Dean (pure secondo me) non reggerebbero uno “sviluppo in lungo” e ti basterebbe andare nel sito di questo autore, verificare i commenti al terzo post, dove vedrai che io proprio il giorno in cui chiesi a Dean di poterlo pubblicare su Rosebud mi confrontai con un altro user e gli/le dissi che quell’impossibilità di “sviluppo”, insieme a quel caratteristico andamento incostante che a volte porta queste creazioni a correre verso il cielo e altre volte a sbattere pesantemente il sedere per terra – erano il limite di questa scrittura. Per questi motivi io ne ho pubblicati tre insieme e per questi stessi motivi ho pensato molto a come presentarli. Di fatto ho pure concluso che da un punto di vista stilistico sono creazioni-a-se che non potrebbero cambiare mai e da post diventano meta-post (il prefisso meta sta a significare una modificazione, un “superamento”, detto terra-terra sta a significare che sono “post” che sanno raccontarsi, che sanno parlare per loro stessi come avviene sempre con la metascrittura che… appunto, parla di scrittura).
    I punti NON condivisibili nella tua “critica”, a mio avviso, sono: 1) che questa scrittura sia povera 2) che questa scrittura debba per forza dipendere… Rispetto al primo punto io sarei tecnicamente capace di elencarti una per una tutte le metafore-matrioska che Dean è capace di creare, ce ne sono alcune di una bellezza straordinaria… La scrittura di Dean non è povera la scrittura di Dean è talento. Mero talento. Rispetto al secondo punto ti dico soltanto che questa scrittura è cosi ricca che a me non me ne frega niente se l’ha prodotta una mente maschile, una femminile, menti simbioticamente legate, una comune di menti. Non me ne frega niente neppure se è il risultato di esperienza vissuta (come ho già scritto) o di figment immaginativo indotto. Non me ne frega niente se Dean ama Kerouac, Pasolini o se il suo mito è il giovane Holden io con questa pubblicazione ho voluto solo rendere omaggio al suo talento. Di più – come ho detto allo stesso Dean – io, per la prima volta, pubblicando questi suoi testi, mi sono sentita una “ladra”. Una ladra di emozioni e francamente, forse, avrei potuto farne a meno. Di fatto le emozioni meriterebbero la loro “privacy”, sono farfalle che si posano di fiore in fiore e poi hanno tutto il diritto di morire in solitudine affinche resti in noi solamente il ricordo della loro bellezza. E nulla più. Un caro abbraccio mio amico carissimo. Ps (non rileggo e non correggo i refusi).

  5. Aggiungo anche per dare a Dean quello che è suo che questo è stato il post più letto nel singolo giorno, quello che mi ha fatto arrivare più email di commenti e soprattutto quello che tanti lettori hanno letto non una ma due finanché tre volte…. Un motivo, a parte il gusto che naturalmente non si può discutere, secondo me (e pur mettendo via la mia ventennale passione per l’analisi testuale), c’é!

  6. Una ultima nota su un punto che mi è venuto in mente solo ora…. Di fatto, se proprio volessimo andare a guardare “dentro” date dinamiche e dunque fare le “pulci” a questi post… allora bisognerebbe (sarebbe corretto) ricordare in questa stessa pagina anche…. Coleridge e il suo Kubla Khan… O meglio ricordare il perché e il percome è nato quel frammento poetico…. Dato che la sua storia è vox-populi non la riporto qui sotto… ma preferisco ricopiare in calce quello stesso “frammento” che parlerà per se stesso…. Copio una versione tradotta solo per permettere a chi non legge l’inglese di avere idea di cosa si sta parlando, fermo restando che la poesia non si dovrebbe tradurre: MAI!

    Nel Xanadu alza Kubla Khan
    dimora di delizie un duomo
    dove Alf, il fiume sacro, scorre
    per caverne vietate all’uomo
    a un mare senza sole.
    Dieci miglia di fertile campagna
    con mura e torri furono recinte:
    e c’era nel giardino un luccichio di rivi
    e l’albero d’incenso era fiorito
    e v’erano foreste antiche come i clivi
    che abbracciavano il verde agro assolato.

    Ma oh! quel cupo abisso fino al fondo
    straziava la collina nel suo velo di cedri.
    Era un orrido sacro e ammaliato
    come alcuno ce n’è sotto la luna
    calante ove alza gemiti una donna
    inquietata dal demone d’amore!
    Dall’abisso in un turbine incessante
    quasi il suolo rompesse in un singhiozzo,
    una polla irruente urgeva a tratti:
    fra i crosci subitanei e intermittenti,
    con rimbalzi di grandine o di veccia
    sotto il flagello di chi trebbia, ingenti
    macigni sussultavano e frammenti.
    Di là, da quella danza irta di blocchi
    alto sorgeva a tratti il fiume sacro.
    Cinque miglia di corso vagabondo
    per boschi e valli il fiume percorreva,
    poi cadeva per grotte senza fondo
    tumultuoso in un oceano morto.
    E rauche in mezzo a quel tumulto a Kubla
    voce d’avi annunziavano guerra!
    L’ombra della chiara dimora
    fluttuava nella corrente,
    indistinta l’eco arrivava
    dalle grotte e dalla sorgente.
    Era un raro miracolo, una casa
    su caverne di ghiaccio ed assolata!

    Una fanciulla con la cetra
    io vidi in sogno una volta:
    era una vergine abissina,
    su quella cetra suonava
    e cantava del Monte Abora.
    Potessi in me resuscitare
    quella viva armonia, quel canto
    tale delizia inonderebbe il sangue
    che a quel suono lungo e chiaro
    potrei inalzarlo nell’aria
    il castello di sole! Le caverne di ghiaccio!
    E chi l’udisse, lo vedrebbe là
    e griderebbe! “Mistero! Mistero!”
    Gli occhi infuocati ed i capelli al vento!
    Un circolo tre volte replicate
    intorno a lui, chiudetegli le palpebre,
    poiché manna ed ambrosia ha delibate,
    il latte delibò del Paradiso.

    Fonti:

    http://www.thereef.it/craft/arte/arte_stregoneria/coleridge.htm

  7. PS Francamente l’autore Pasolini (l’autore non l’uomo) dovrebbe ringraziare i critici letterari: senza di loro è molto probabile che lui stesso (soprattutto lui) non sarebbe esistito. Guareschi, per esempio, è sopravissuto comunque, nonostante la loro dichiarata avversione….

    • francu pilloni // 16 December 2011 at 07:37 //

      Non sono sicuro che sia stato Pasolini, ripeto. Ma gli si addice. E comunque la critica del tempo, in mano alla cultura dominante di sinistra, mal sopportava quel falso comunista che era pure un falso cattolico. Il punto non è questo.

      Mi hai dato ragione per un terzo, mi hai contrariato per due terzi. Calcisticamente parlando dovremmo essere 2 a 1 per te, ma hai già ammesso che non t’importa sotto quale stimolo fito-chimico il prodotto sia nato. Per me è un autogol da parte tua, anche se l’arbitro guardava altrove.
      Mi hai proposto la traduzione di un pezzo stravagante di un autore di cui ho sentito solo il cognome, finora: ma questa cosa, bella mia, è proprio un’altra cosa! Mi viene difficile anche paragonarle.
      Tant’è che, al terzo post mi ero annoiato; quando ho terminato di leggere questo, m’è rimasto l’amaro in bocca perché era finito, anche se sapevo che continuava.
      Come farò a dimenticare il rivo, il bosco e le caverne in cui si caccia? E le urla degli avi, e il canto di un’abissina?
      Forse che non trovi differenza fra il lirico e il macabro?

      Ti ringrazio per la benevolenza, ero sicuro che non mi avresti odiato per così poco, che non mi odierai in eterno: ormai è troppo tardi!

  8. Ti sbagli caro Franco io non ti ho dato ragione, io ho convenuto su qualcosa che avevo gia’ visto e che sono in grado di dimostrarti di avere gia’ visto. Ti stupirebbe sapere che io vedo anche altre “situazioni” nella scrittura di Dean che a volte si presenta come un diamante grezzo e a suo modo “incolto”…. Ma e’ pure innegabile che vedo in lui quel talento che non vedo in altri luoghi e tutto cio’ che ho fatto e’ dirlo…. Ho sempre preferito la scrittura dell’anima, ovvero la scrittura della Woolf, di Joyce (altro che 120 pagine con il suo Ulisse che all’universita’ era lo spauracchio di ogni mente benpensante!), di Svevo (l’unico che purtroppo possiamo salvare ad un dato livello sul suolo italico), mentre, sul lato poetico, il mondo arido di Eliot nel mio cuore avra’ sempre un posto piu’ importante delle nostre poesie roboanti…. Questo e’ quanto. Questione di gusti. Che Dean abbia tanto da lavorare e’ indubbio ma e’ pure indubbio che il suoi post resteranno nella memoria dei tanti. Purtroppo non posso dire altrettanto dei miei!!!!
    E per quanto riguardo l’autogol da parte mia io avrei altre idee: o mi stai dicendo che debbo buttare a mare il Kubla Khan (un monumento alla poesia visionaria!) perche’ Coleridge stava, nel momento della creazione…. come dire? Flying-high?
    Caro Franco bisogna stare sempre attenti con gli autogol perche’ a volte si grida all’autogol anche quando il tiro era troppo forte e… purtroppo… ci e’ sfuggito!
    Ma odiarti? Odiarti mai! L’odio non trova posto nel mio cuore e spero possa non trovarlo mai!

  9. PS Su Pasolini io ho fatto un corso accelerato questa estate. Ho preso tutti i suoi film e gli ho pure visti, finanche criticati…. Tendenzialmente in alcuni casi avrei potuto chiedere i danni…. anche se alcune produzioni era molto buone. Poi se trovo le pagine dove ho postato quelle review le copio qui in calce….

    In generale pero’ le mie idee su Pasolini le ho sintetizzate in questa frase, tempo fa, mentre parlavo ti Toto’:

    Capire la maschera-Totò è cosa molto più complessa del capire le tecniche cinematografiche pasoliniane. Le seconde, infatti, appartengono a strategie artistiche-e-non molto umane. La maschera-Totò nella sua versione sublime è invece mistero dello spirito. Ecco perchè incontrando Pasolini bisognerebbe stringergli la mano, incontrando Totò occorrerebbe inchinarsi soltanto.

  10. Errata corrige sul pronome nell’ultimo post più refusi vari….

  11. Superata la questione delle legittime posizioni e opinioni che ogni lettore può avere in merito a qualsiasi scritto, mi preme fare una breve chiarificazione su quanto ho riportato nel mio penultimo post. Soprattutto mi preme specificare che l’aggettivo “incolto” non è sinonimo di non-acculturato ma di un modalità non omologata di espressione che, a mio avviso, non dovrebbe mutare. Penso infatti che Dean dovrebbe continuare a giocare con le parole, dovrebbe continuare a piegarle, spezzarle, costruirle, distruggerle, incastrarle dentro percorsi nuovi accompagnate dal solito ritmo ipnotico, a tratti fastidioso, fondamentalmente inutile da seguire. Alla maniera di una studiata sovrastruttura, costruita con mezzi di fortuna, ma che a suo modo sta lì per difendere il più prezioso dei tesori: un’anima bellissima!

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