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CONTROCORRENTE. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 8. Breaking News

FIDEL CASTRO – Biografia non autorizzata

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

di Gordiano Lupi – La rivoluzione cubana è la rivoluzione di Fidel Castro, un uomo che è stato capace di trasformare il suo paese in maniera radicale. I cubani lo chiamano semplicemente Fidel, ma anche El Comandante, El Jefe Máximo, spesso utilizzano appellativi ironici come El Barba, El Fifo, El Caballo, El Uno, El Vianda, Esteban Dido, Armando Guerra, Luyanó, Migdalla, Obdulla, Maritza, El Coma Andante e Papá Noel

La vita privata di Fidel è un segreto per tutti, dicono che abbia avuto tante donne, che ami la buona tavola, che viva in una villa lussuosa superprotetta, che possieda isole private, barche e capitali custoditi all’estero. Non sappiamo se è vero, ma in fondo non interessa più di tanto. Fidel Castro, nel bene o nel male, resta un mito, l’incarnazione del ribelle anticonformista che con la sua barba incolta e il sigaro in bocca ha creato un’icona. Fidel Castro è un personaggio importante dell’America Latina, uno dei pochi ad aver resistito per cinquant’anni al potere, un uomo amato e odiato con la stessa forza, ma che ha lasciato un’impronta indelebile su Cuba, plasmandola a sua immagine e somiglianza. Va chiarito però che Fidel Castro non è certo il prodotto delle guerre d’indipendenza e che la sua figura non rappresenta la prosecuzione delle idee di José Martí. Le lotte per la libertà di Cuba furono combattute per costruire un mondo diverso, non un regime guidato da un caudillo accentratore. José Martí era un democratico idealista, un intellettuale che amava ripetere il motto “essere colti per essere liberi”, un uomo che faceva dell’antiamericanismo la sua bandiera, ma solo per scopi libertari.

Fidel è sempre stato un brillante parlatore, un uomo erudito e colto. Oratore spigliato che esprimeva concetti importanti con proprietà di linguaggio, travolgente e coinvolgente con i suoi interlocutori. Un vero e proprio capo di grande personalità e magnetismo capace di ipnotizzare le masse e ricevere consensi. Possiamo avere opinioni negative o positive su di lui, ma sta di fatto che è un uomo carismatico dal coraggio non comune che ha compiuto imprese disperate e imprudenti. Non ha mai accettato la sconfitta, è sempre stato testardo fino alle estreme conseguenze e non si è mai dato per vinto. Non ha mai amato la disciplina, si è sempre sentito padrone di se stesso, non si è mai iscritto a un partito e non ha mai voluto sottostare a regole gerarchiche e formalismi. La sola persona che ha influenzato la sua indipendenza è stata Celia Sánchez, consulente rivoluzionaria, donna fidata e amante sulla Sierra. Fidel ha fatto innamorare di sé molti giornalisti e commentatori politici, fin dal 1959. Herbert Matthews ha scritto persino che Fidel disprezzava il denaro, non aveva capitali all’estero ed era il primo governatore onesto di Cuba. Niente di tutto questo è vero, come purtroppo sappiamo, ma forse era la speranza di un commentatore politico progressista che scriveva nel 1968. Fidel ha avuto un’educazione cattolica, ma in vita sua si é comportato nei modi più assurdi nei confronti dei culti religiosi, arrivando a vietarli dopo il trionfo della rivoluzione e rinchiudendo preti e santéros nelle famigerate UMAP (veri e propri lager per antisociali). In tempi recenti Fidel si è riavvicinato alla religione e la visita di Papa Giovanni Paolo II all’Avana ha rappresentato un evento storico. Fidel è sempre stato un pragmatico, ha sempre fatto ciò che più gli conveniva, plasmando idee e rapporti secondo le necessità del momento. Non è mai stato razzista, anzi ha contribuito a smussare il razzismo strisciante presente a Cuba. Fidel è sempre stato un grande fumatore di sigari e un uomo disordinato, anche se il rapporto con Celia ha contribuito a migliorarlo e l’ha portato a tenere comportamenti più ordinati. Non è mai stato un marxista ortodosso, la rivoluzione cubana è la sua rivoluzione, il movimento di pensiero nato dalla sua forte personalità di caudillo latinoamericano.

INFANZIA E GIOVINEZZA RIVOLUZIONARIA

Fidel nacque il 13 agosto1926 aBirán, piccola località dell’oriente cubano, da Ángel Castro y Argiz, un contadino immigrato dalla Galizia, e Lina Ruz Gonzales, una creola cubana. La famiglia della madre era spagnola, per questo possiamo dire che Fidel è di origini europee, per la precisione galiziane, proprio come il dittatore spagnolo Francisco Franco. Lina Ruz era la seconda moglie di Ángel, lavorava come serva in casa Castro, prima che morisse la prima compagna. Ángel ebbe due figli dal primo matrimonio: Lidia e Pedro Emilio, e sette figli da Lina: Fidel, Rául, Augustina, Ramón, Emma, Juana e Angela. Fidel nacque figlio illegittimo, ma suo padre regolarizzò la situazione sposando Lina poco dopo la sua venuta al mondo. Ramón, Juana e Rául saranno importanti nel futuro di Fidel. Rául – che ha preso il suo posto al potere dopo la nota malattia – ha legato il suo destino a quello del fratello maggiore sin dai primi passi della rivoluzione cubana, non l’ha mai tradito e adesso ne rappresenta la continuità. Possiamo dire che ha sempre vissuto all’ombra di Fidel, non ha mai brillato di luce propria per mancanza di carisma ed è sempre stato considerato il suo successore. Rául è un ottimo numero due, leale esecutore di ordini e direttive, che subisce molto la forza morale del fratello.

Ángel Castro era un uomo fortunato, perché vinse per ben due volte alla lotteria, la prima volta riscosse una cifra vicina ai centomila dollari che gli permise di acquistare il terreno a Birán, in una zona sede di società importanti come Altagracia Sugar Company, Bahamas Cuban Company e United Fruit. Fu così che divenne Don Ángel, un gallego creolo che amava la terra come i suoi antichi padroni. Era un uomo fatto a modo suo, che non si fidava delle banche, teneva il denaro in cassaforte e sentiva forte il vincolo dell’amicizia, perché con il suo capitale aiutò Fidel Pino Santos, un amico in bancarotta. Viveva volentieri a Birán, una tranquilla vallata orientale circondata da un piccolo altopiano.

María Argota, la moglie, odiava la campagna, come sostengono ancora oggi molti cubani, lei era solita affermare che “la campagna va bene per gli uccelli”. Per questo lasciò Don Ángel e fece ritorno in città. Il gallego non aveva perso tempo: prima ancora che la moglie se ne andasse si era invaghito di Lina, una ragazzina di appena sedici anni – lui ne aveva quarantasette – che chiese in sposa al padre. Don Ángel fu costretto a rapire Lina per farla vivere nella sua fazenda, perché il genitore della ragazza non vedeva di buon occhio quel rapporto.

Lina era una donna fatta per la campagna, dava da mangiare alle galline, mungeva le mucche, si prendeva cura degli zebù e andava a cavallo meglio di un uomo, mentre una Colt le pendeva dal cinturone.  Era cattolica praticante, molto devota, il suo carattere forte avrebbe influenzato Fidel, che in vita sua è sempre stato circondato da donne dotate di grande personalità, proprio come la madre. Lina fu moglie illegittima di Don Ángel fino a quando il gallego non ottenne il divorzio da María Luisa. La loro unione fece venire al mondo Angelita (1923), Ramón (1925) e Fidel, chiamato così in onore dell’amico Pino Santos, socio in affari conla United Fruit ed eletto deputato con l’aiuto di Ángel. Abbiamo detto che Fidel nacque il 13 agosto del 1926, ma in realtà pare che questa data non sia vera e che il figlio di Don Ángel sia nato un anno dopo (1927). La data ufficiale è ormai il 1926, ma deriva da un falso certificato redatto per far ammettere il ragazzo in collegio.

Fidel non ha mai lasciato trapelare notizie sulla sua famiglia, ma sappiamo che è molto attaccato alle sue radici. Tra lui e il padre non correva buon sangue, mentre il rapporto con la madre era intenso. Il padre era un latifondista, possedeva piantagioni di canna da zucchero, secondo Fidel era uno sfruttatore di contadini che non pagava le tasse e amava soltanto il denaro. Non aveva grande stima del padre, anche se ha ereditato parte del suo carattere, soprattutto la furbizia e la grande forza d’animo. Le loro idee politiche divergevano: il padre era un conservatore, mentre Rául e Fidel erano radicali e rivoluzionari. Per fortuna Ángel morì nel 1956 e non fece in tempo ad assistere al trionfo rivoluzionario con la successiva attuazione della riforma agraria che provocò la perdita delle amate terre. Le conseguenze negative ricaddero sulla madre e sul fratello Ramón, che erano stati nominati amministratori. In ogni caso, dopo i primi mugugni, entrambi sono entrati nelle fila della rivoluzione, collaborando con il nuovo sistema.

Fidel ha sempre amato la madre, fino alla morte avvenuta nel 1965, pur se il loro rapporto ha vissuto momenti difficili a causa di contrasti politici ed economici. La sorella Juana, invece, non si è rassegnata alla perdita del patrimonio di famiglia e ha svolto attività controrivoluzionaria. Fidel l’ha lasciata partire alla volta degli Stati Uniti e il loro rapporto si è definitivamente deteriorato.

Fidel è stato un ribelle sin da piccolo. Tutti lo chiamavano con il nomignolo di Titín, faceva il bagno insieme agli amici e a quattro cani inseparabili nel fiume Birán, nella grotta del Charco Fundo o del Charco del Jobo, era un ottimo nuotatore, correva scalzo per i campi, amava giocare con fionda, arco e frecce. Il carattere di Fidel era simile a quello della madre, ma nei tratti somatici e per molti aspetti dei valori umani assomigliava al padre. Da bambino amava leggere libri di storia e ascoltare racconti epici, le battaglie dei greci e dei romani che narrava il fratello Ramón, ma restava affascinato anche dalle lotte degli eroi dell’indipendenza cubana. Fidel possedeva una grande memoria ereditata da nonno Pancho, forse responsabile del temperamento impulsivo. Il padre non voleva mandarlo a scuola e lui si impose minacciando di bruciare la casa. Furono i nonni di Santiago a iscriverlo al collegio Dolores, dove superò l’esame di ammissione e frequentò la prima classe all’età di otto anni, pure se era molto avanti rispetto ai compagni. Fidel dimostrò subito insofferenza alle regole e ai precetti formali, nel tempo libero si dedicava allo sport, la sua vera passione era il baseball, dove era specialista nel pitchear: lanciava la palla imprimendole un effetto che le faceva descrivere una curva. Era un buon nuotatore, dote che possedeva sin da fanciullo, amava il pugilato, la pesca, la corsa a piedi e la pallacanestro. La sorellina Juana e il fratello Raúl erano coetanei (1935), quest’ultimo venne iscritto nello stesso collegio per stare insieme ai due fratelli più grandi. Raúl da bambino era soprannominato Pulce, perché piccolo e veloce, ma accettava di buon grado il nomignolo, anzi si firmava così nelle lettere affettuose che dal collegio scriveva ai genitori. Raúl era un bambino vivace non facilmente controllabile, prendeva a frustate le bambine, a parte la sorellina Juana, che era sua coetanea e amava con tutto il cuore.

Fidel aveva appena dodici anni quando scrisse una lettera a Franklin Roosevelt. Era il 6 novembre 1940 e si trovava al collegio Dolores. “Mio buon amico Roosevelt, non conosco molto bene l’inglese, ma quel che so mi basta per scrivere questa lettera. Mi piace ascoltare la radio e sono molto contento perché ho sentito che sarà eletto ancora una volta Presidente degli Stati Uniti. Se lei può farlo, mi mandi una banconota americana da dieci dollari perché non ne ho mai viste e mi piacerebbe averne una. Se poi vuole il ferro per fabbricare le sue barche, posso indicare le migliori miniere del mio paese: sono a Mayarí, in oriente”. Era una lettera scritta da un bambino, ma in poche righe Fidel mostrava una personalità niente male e un gran carattere. Per raggiungere il suo scopo si finse povero anche se suo padre era un ricco proprietario terriero che si poteva permettere di mantenere i figli in un collegio privato.

Fidel adolescente era un piccolo rubacuori che indossava sempre un berretto da marinaio, si avvicinava alle ragazze e le invitava a passeggiare, ma non si vantava delle sue conquiste perché era molto riservato. La sua prima fidanzata si chiamava Daisy e pare che il ragazzo si fosse innamorato del suo sguardo strabico. Fidel si iscrisse al collegio Belén dell’ordine dei gesuiti per frequentare le superiori e fu in quell’occasione che il padre si procurò una certificazione di nascita fasulla. Il ragazzo non aveva ancora compiuto quindici anni e non sarebbe  stato ammesso, a causa di un rigido regolamento. Fu così che il padre – uomo molto influente – trovò il modo di far risultare che il foglio era nato nel 1926, data ormai assunta come nascita ufficiale.

Al collegio, Fidel mostrò grandi doti fisiche ed entrò a far parte delle squadre che disputavano i campionati intercollegiali e statali. Fidel era un fanatico sportivo, attendeva con ansia il fine settimana per assistere alle partite dei professionisti allo stadio dell’Avana. Cominciò a dedicarsi al basket, disciplina nella quale eccelleva al punto di essere soprannominato “il cestista del Belén”, ma dopo un anno di successi venne obbligato a fare l’allenatore, perché era troppo superiore ala media dei giocatori. Nel baseball era così dotato come pitcher (lanciatore) che lo chiamavano “il re della curva”, nella corsa non aveva un grande stile ma se la cavava bene negli ottocento metri piani e nel salto in alto toccava quota un metro e settantasette. Nell’anno scolastico 1943 – 44 fu proclamato miglior atleta del collegio: “Mi era consentito tutto, grazie alle medaglie sportive”, ha detto Fidel. In ogni caso il suo rendimento scolastico era buono, si occupava con passione della biblioteca, leggeva molto, ma se il libro era di sua proprietà aveva il vezzo eccentrico di strappare le pagine dopo averle lette, perché asseriva di saperle a mente. Non voleva essere il primo della classe, ma solo un buon studente ed eccelleva nelle materie letterarie.

Fidel entrò nel gruppo degli scout e partecipò a numerose escursioni montane nelle campagne circostanti che lo riportavano ai tempi di Birán. Amava parlare molto e frequentava di nascosto una bettola dove teneva lunghe conversazioni con gli amici, mentre non sopportava l’obbligo del silenzio, le ore di raccoglimento, i ritiri spirituali e persino la messa in latino. Subiva riti e credenze come imposizioni meccaniche che in ogni caso contribuirono a creare una sua etica e un rigore morale, ma non limitarono il suo senso di libertà.

Padre Llorente, il confidente di Fidel, scrisse sul libretto di rendimento finale: “Fidel Castro si è sempre distinto in tutte le materie letterarie. Eccellente e aperto con gli altri, è sempre stato un vero atleta, onorando con valore e orgoglio la bandiera del collegio. Ha saputo conquistarsi l’ammirazione e l’affetto di tutti. Intraprenderà gli studi di giurisprudenza e non dubitiamo che riempirà di pagine brillanti il libro della sua vita. Fidel ha il legno, e non mancherà lo scultore”.

In quel periodo Fidel si interessò ai classici spagnoli e all’illuminismo, lesse gli enciclopedisti, studiò la rivoluzione francese, l’indipendenza cubana e le guerre napoleoniche, ma entrò in contatto pure con la filosofia di Rousseau e Diderot. Era alto un metro e ottantatrè per ottantadue chilogrammi di peso, aveva un fisico da vero atleta.

Il 27 settembre 1945 venne ammesso all’Università dell’Avana e si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza. Il padre pensò che presto avrebbe avuto un buon avvocato capace di curare i suoi interessi. Non sapeva quanto fosse lontano dalla realtà. Fidel affittò un appartamento al Vedado, calle quinta numero otto, quartiereLa Sierra, si iscrisse all’Unione Atletica degli Sportivi Dilettanti per baseball, basket e corsa, conobbe Alfredo Esquivel, detto Chino, un amico per tutta la vita.

All’università, Fidel si sentì subito attratto dalla vita politica ed entrò nella Federazione degli Studenti Universitari (FEU), trascurando lo sport per la sua vera vocazione. All’Avana vivevano anche le sorelle Juanita, Emma e Angelita, ma riuscì a tener fede all’impegno di occuparsi di loro solo durante i primi mesi, poi la vita politica della capitale lo coinvolse fino in fondo. Fidel dedicò il primo anno di università alla creazione del gruppo Los Manicatos (Mani Dure) e si fece eleggere come delegato per il corso di antropologia criminale. Organizzò una gita al penitenziario dell’Isola dei Pini per studiare il regime carcerario e scrisse al Pueblo una nota – firmata insieme a Chino – nella quale criticava le cattive condizioni del penitenziario. Lottò contro la corruzione politica, male cronico dell’isola, protestò a fianco dei lavoratori contro lo spreco di denaro pubblico e contro la disoccupazione. Un altro amico conosciuto in questo periodo che diventerà inseparabile fu Baudilio (Bilito) Castellanos, figlio del farmacista di Birán, grande oratore e uomo nato per fare politica. Fidel e Bilito si unirono a una manifestazione che chiedeva la fine del mercato nero, della speculazione e della fame tra i contadini. “Il dottor Grau ha ucciso le speranze del popolo cubano”, affermò in uno dei primi discorsi politici riportati dalla stampa.

Il periodo universitario di Fidel è molto controverso, ma una cosa è certa: non ha mai avuto rapporti con il marxismo, dottrina politica che ha abbracciato solo molti anni dopo per mero opportunismo. Fidel si iscrisse a legge senza provare grande interesse per le materie giuridiche, ma solo perché spinto da professori e parenti che pronosticavano una carriera da avvocato, facilitata dalla lingua sciolta. In ogni caso fu uno studente brillante, anche se prese l’università come una sorta di apprendistato politico – rivoluzionario, la laurea in legge fu una scelta per entrare in politica ed esercitò la professione solo dal 1950 al 1952. La sua laurea fu utile per autodifendersi il 16 ottobre 1953, durante il processo per l’assalto alla Caserma Moncada di Santiago. L’arringa difensiva, raccolta nel volumetto La storia mi assolverà, divenne un efficace strumento di propaganda rivoluzionaria. Negli anni universitari guidò la protesta studentesca contro il regime e non si lasciò mai corrompere da nessuno. La leggenda negativa che si tramanda sul suo conto narra di un giovane Fidel che girava vestito di nero e armato di pistola, ma lo faceva a mero scopo difensivo, perché era un periodo pericoloso e fare politica voleva dire essere in grado di difendersi da possibili attentati. “Polizia, politica e gang” era la triade del momento storico, soprattutto nella politica studentesca, dove gli scontri di piazza provocavano frequenti conflitti a fuoco.

Nel 1947 Fidel era un difensore dell’indipendenza di Porto Rico e della Repubblica Dominicana. Si avvicinò a Eduardo Chibás, frequentò il suo programma a Radio CMQ, si oppose alla rielezione del Presidente Grau e annunciò la creazione del Directorio Estudiantil, vicino come idee all’Unione Insurrezionale Rivoluzionaria, più una gang che un gruppo politico, ma in quel periodo non era facile distinguere. Fidel fu coinvolto in veri o presunti attentati, ma non ebbe niente a che fare con i gangster, anche perché non approvava i loro metodi. Era affascinato dal populismo di Chibás, perché era un antigovernativo senza essere comunista, libero da legami con Mosca e da vecchi accordi con Batista. Per questo motivo Fidel partecipò alla fondazione del Partito del Popolo Cubano (PCC), il così detto Partito Ortodosso, che aveva un programma basato su nazionalismo, indipendenza economica, eliminazione del gangsterismo, etica amministrativa ed equilibrio tra classi sociali. Fidel camminava per conto proprio e sin da allora si capiva che non era tipo da scendere a compromessi e che non si sarebbe accontentato di poco. Si dice che avrebbe ucciso due uomini e molti commentatori gli assegnano un ruolo da agitatore nel famoso Bogotazo, la sommossa di Bogotà in Colombia. Alcune fonti parlano di attività paragangsteristica e di scontri tra opposte fazioni a livello di terrorismo. I gruppi politici più attivi erano due:la Unión Insurrecional Revolucionaria e il Movimiento Socialista Revolucionario, entrambi considerati dal governo alla stregua di gruppi eversivi e terroristici. Fidel cominciò a far politica aderendo all’UIR, movimento caratterizzato da metodi di lotta cruenti, che colpiva  uccidendo i rivali e lasciava sui cadaveri macabri biglietti: “La giustizia è lenta ma sicura”. Non esistono prove certe della sua partecipazione a episodi criminali, anche se Fidel non era uno stinco di santo e il suo carattere ricordava quello di un bullo attaccabrighe. Partecipò a molte manifestazioni, di sicuro non si tirò indietro nei momenti della lotta, sappiamo che era presente a una rivolta studentesca durante la quale fu ferito un poliziotto, ma niente di più.

Alfredo Guevara è una figura importante nella vita di Fidel, un futuro compagno di lotta che si avvicinò a lui dopo averlo studiato da lontano, per verificare se si trattava di un ragazzo votato alla politica o al gangsterismo. Alfredo considerava Fidel un uomo atletico, possente, aggressivo, sicuro di sé e in un certo senso lo reputava un predestinato.

Nel 1947 Fidel partecipò alla spedizione cubana – domenicana organizzata per invaderela Repubblica Domenicanae rovesciare Rafael Leonidas Trujillo, coordinata dallo scrittore Juan Bosch e dall’ex generale Joan Rodríguez, membri del Partito Rivoluzionario Dominicano. Il presidente cubano Grau San Martín soffocò l’impresa sul nascere, si narra che Fidel evitò l’arresto scappando di notte a bordo di una scialuppa che più avanti abbandonò raggiungendo la costa a nuoto. Fa parte della mitologia rivoluzionaria il fatto che abbia nuotato aggrappato al proprio mitra, ma è pura realtà che evitò di finire in pasto al temibile squalo Pepe che infestava la zona.

Fidel è stato accusato di aver partecipato al Bogotazo, insieme a Rafael Del Pino, e di aver ucciso almeno sei preti durante l’insurrezione armata del 9 aprile 1948, ma non c’è niente di provato e tutto resta avvolto da un alone di leggenda. La sola verità storica è che Fidel era un agitatore, un giovanotto violento, un uomo che si trovava sempre in mezzo a situazioni pericolose. In quel periodo approfondì lo studio dell’economia politica, lesse biografie di militari come Máximo Gómez, Cespedes, Agramonte e Maceo. Vene accusato ingiustamente dell’omicidio di Manolo Castro e non fu il solo processo che dovette affrontare, oltre a un attentato fallito per toglierlo di mezzo. Fu inviato a Bogotà il primo aprile 1948 per partecipare a un evento politico importante insieme a gruppi di peronisti e a studenti che rivendicavano la restituzione del Canale di Panama, delle Isole Malvine all’Argentina, l’indipendenza di Porto Rico e la democratizzazione della Repubblica Dominicana. Fu arrestato come sobillatore insieme ad altri studenti, ma venne subito rilasciato e volle incontrare Jorge Eliecer Gaitán, futuro candidato colombiano. Il giorno dopo lo storico incontro (8 aprile) Gaitán vene ucciso e la notizia provocò i noti scontri di piazza che vanno sotto il nome di Bogotazo. Il governo colombiano incolpò gli studenti cubani – e in particolar modo Fidel Castro – di aver diffuso idee comuniste e di aver sobillato gli scontri. Si parlò di una cospirazione tra comunisti e stranieri, accusati di aver commesso delitti di ogni tipo e numerosi saccheggi. “Non abbiamo legami con i comunisti. Non abbiamo partecipato a saccheggi, ma abbiamo solo cercato di mantenere l’ordine…”, riferì Fidel al suo arrivo a Cuba. In ogni caso il Bogotazo fu per lui un verro e proprio battesimo del fuoco, comprese l’importanza della lotta di massa, si rese conto che una rivolta popolare era stata in grado di assediare l’OEA e di far cadere un governo.

Fidel rientrò a Cuba in piena campagna elettorale, appoggiò Eduardo Chibás come candidato alla Presidenza e il Partito Ortodosso che aveva come simbolo una scopa brandita contro la sporcizia degli autentici. Fidel partecipò ai comizi di Chibás che spesso apriva con un suo discorso, ma anche alle trasmissioni radio e divenne delegato ortodosso per la provincia di oriente. Gli avversari politici cercarono di incastrarlo, lo accusarono di un nuovo omicidio ai danni di Oscar Fernández Carral e di aver organizzato tre attentati. Fu accusato di aver partecipato a sparatorie e scampò per prontezza a un attentato ordito ai suoi danni. Non sarebbe stato l’ultimo.

Fidel frequentava anche l’ambiente comunista ma era più che certo che non sarebbe stato possibile portare alla vittoria una rivoluzione scatenata dal PSP, vista la storica resistenza statunitense a certe soluzioni. Restava un ortodosso, ma in una posizione più estrema rispetto al partito, molto più rivoluzionario di Chibás, ma altrettanto populista, di sicuro più pragmatico e risoluto del suo maestro.

All’università Fidel conobbe Mirta Díaz Balart, studentessa di filosofia che militava in politica, sorella di Rafael, suo compagno nei Manicatos, una bella orientale, bionda con gli occhi chiari. In poco tempo firmò una promessa di matrimonio e la sposò, nonostante la ferma opposizione della famiglia della ragazza. Il matrimonio venne celebrato l’11 ottobre 1948, nella chiesa cattolica di Banes, località orientale dove era nata Mirta. I due sposini trascorsero la luna di miele a Miami grazie a diecimila dollari regalati da Don Ángel, ascoltarono la notizia della nuova elezione di Harry Truman, assaggiarono la cucina statunitense e – per la prima volta nella loro vita – il salmone affumicato. A New York alloggiarono in una pensione del Bronx, osservarono stupefatti i grattacieli, il porto e il grande sviluppo tecnologico della metropoli. Fidel comprò una Lincoln blu di seconda mano prima di fare rientro a Cuba e con quella spesa finì tutti i soldi del padre. All’Avana, Fidel e Mirta presero residenza nel Vedado: Calle B, numero 312, all’angolo con Ponte Almendares, dove un anno dopo (11 settembre 1949) nacque Fidelito, il loro unico figlio. Non poteva essere un matrimonio felice, perché i genitori di Mirta erano funzionari del governo e Fidel un ribelle dalla forte personalità. Poi c’era la politica, grande rivale e unico vero amore che prendeva sempre più il sopravvento nei pensieri del giovane studente di giurisprudenza.

In questo periodo Fidel era molto attivo a denunciare episodi di scandali e corruzioni, ma l’azione che lo vide in primo piano fu la manifestazione contro i marines statunitensi che avevano orinato sulla statua di José Martí nel parco centrale. “E se un cubano oltraggiasse il monumento a George Washington o a Lincoln nel loro paese?” chiese polemicamente. L’ambasciatore Robert Butler si scusò pochi giorni dopo, ma per colmo di arroganza dimenticò il nome dell’eroe cubano che i soldati avevano oltraggiato. Purtroppo in quella situazione i nordamericani si sentivano padroni di Cuba, i marines sbarcavano all’Avana, cominciavano a dar la caccia alle prostitute e si dedicavano alla vita notturna della capitale.

All’Avana arrivò anche Raúl per iscriversi all’università e si stabilì in casa di Fidel, privando ancora di più i giovani sposi della dovuta intimità, ma in compenso conobbe gli amici del fratello che diventeranno compagni di lotta, soprattutto Alfredo Guevara e Lionel Soto. Raúl manifestò subito simpatie socialiste ed entrò nella Gioventù Comunista, anche se non poteva dirsi un marxista ortodosso.

Fidel si laureò con una tesi sulla cambiale nel diritto internazionale privato e nel diritto comparato e ricevette il titolo di dottore in legge a fine settembre del 1950. Aprì uno studio legale insieme ai compagni Jorge e Rafel, ma non fu un’idea brillante perché i clienti scarseggiavano e gli affari non andavano bene. Fidel preferiva le cause umili e spesso non veniva neppure pagato, mentre non aveva nessuna simpatia per i clienti ricchi e prestigiosi. L’esperienza da legale mostrò un Fidel che amava parlare in pubblico, un oratore sopraffino capace di citare classici latini e di difendere le proprie posizioni con dovizia di argomenti, trasformando un’aula di tribunale in un palcoscenico.

Fidel continuava a militare nel Partito Ortodosso, era addirittura nel direttivo, ma la sua posizione era sempre più autonoma, seguiva il motto di Martí: “Fare in ogni momento ciò che in ogni momento è necessario”.

La vita famigliare registrò un lutto importante: nel 1951 morì nonno Don Pancho, all’età di ottantasette anni, un uomo che gli aveva trasmesso un carattere forte e una memoria prodigiosa. Un altro lutto, questa volta politico, condizionò la vita di Fidel. Chibás morì suicida dopo essersi sparato un colpo di pistola allo stomaco davanti ai microfoni del programma Hora trasmesso da Radio CMQ. Il senatore morì dopo dieci giorni di sofferenze, suicida per orgoglio, per non essere stato capace di dimostrare un’accusa di corruzione. Un candidato importante alla presidenza di Cuba usciva tragicamente di scena e Fidel restava solo, anche se aveva capito che le tendenze populiste di Chibás non avrebbero portato lontano. Fidel continuò a combattere la sua battaglia, accusando il Presidente Prío di alto tradimento, di corruzione per aver costruito case a New York e in Guatemala, di portare il paese alla rovina per curare interessi personali e di avere legami con i gangster. “Accuso Prío di essere responsabile della tragedia di Cuba perché manteneva la macchina del crimine, donando diciottomila pesos al mese a bande criminali”, scrisse su un quotidiano.

Il golpe era nell’aria e una sera si manifestò a bordo di quattro auto che portarono il generale Fulgencio Batista e diciassette ufficiali nel cuore dell’Avana. Il Partito dell’Azione Unificatrice (PAU) che faceva capo a Batista auspicava da tempo l’imposizione di una dittatura per riportare ordine nel paese. Batista prese il potere senza spari e senza ostilità, si proclamo capo di Stato senza spargere una goccia di sangue, al termine di quello che i cubani definiscono ironicamente come “il golpe del sun-sun”, alludendo a una canzone di moda che parlava del sun-sun, un discreto uccellino mattiniero. Il golpe sembrava costruito su misura per proteggere gli interessi statunitensi, ma non c’erano prove che fosse stato organizzato dai nordamericani, anche se riportava Cuba nell’orbita economica del potente vicino. Fidel sparì di circolazione subito dopo il golpe, Prío venne arrestato mentre abbandonava il palazzo presidenziale e Roberto Agramonte (il possibile nuovo Presidente) diventò un sorvegliato speciale. L’opposizione rifiutò di parlare di rivoluzione e definì l’azione per quello che era: un golpe militare, ma la stampa era già imbavagliata e nessuno poteva scriverlo, se non in forma clandestina. Prima di eclissarsi, Fidel partì lancia in resta con un ricorso di incostituzionalità contro il regime Batista presentato al tribunale d’urgenza, nel quale si leggeva una richiesta di condanna a cento anni di galera per il dittatore, colpevole di sedizione, tradimento, ribellione e colpo di Stato. Il ricorso venne respinto. Soltanto un’azione armata poteva eliminare Batista e questa cosa Fidel l’aveva capita subito.

Il matrimonio tra Mirta e Fidel traballava, anche perché non c’erano soldi neppure per le piccole spese. In casa Castro spesso veniva tagliata la corrente perché non si pagava la bolletta, i debiti con la macelleria e il negozio di alimentari erano alti. Don Ángel non poteva provvedere a ogni cosa, i compagni di vita politica aiutavano, ma nei limiti delle loro possibilità. Fidel portava Mirta al ristorante cinese, di tanto in tanto, ma l’unico lusso che si concedevano era mangiare chop suey e riso con gamberi. La vita da zingaro di Fidel, dovuta alla passione politica, contribuiva a rendere instabile il rapporto, perché in quel periodo era tutto preso dal giornale El Aucusador che veniva stampato e diffuso clandestinamente per far conoscere le malefatte di Batista. Collaboravano sotto pseudonimo a El Acusador: Raúl Gómez Garcia (El Ciudadano), Abel Santamaría, Fidel Castro (Alejandro), Juan M. Tinguao (Don Tin), Ricardo Valladares (El que habla) e Jesús Montané (Canino). Il periodico contava quattro facciate formato tabloid e veniva diffuso al prezzo di cinque centesimi, ma ne uscirono solo tre numeri, perché la polizia politica scoprì la redazione e fece chiudere il giornale. Fidel scriveva parole di fuoco mettendo alla berlina i potenti del regime e soprattutto Batista, sotto il motto “Libertà o Morte”, che proveniva dai mambíses e dalle guerre di indipendenza. Natty Revuelta, una bella donna legata al Partito Ortodosso, ebbe una parte di responsabilità nel crollo del matrimonio, perché Fidel la conobbe in un appartamento messo a disposizione per i rivoltosi e se ne innamorò. Fu un rapporto contrastato, Natty abbandonò il marito, la figlia e una sicura vita borghese per lui, gli dette pure una figlia, Alina Fernández, che non ha mai portato il cognome Castro, e fece di tutto per tenerlo legato, ma non ci riuscì. Alina seppe chi era suo padre solo quando aveva dieci anni e da quel giorno l’ha odiato con tutta se stessa, come una figlia abbandonata. Natty e Alina hanno vissuto per anni a Parigi, Fidel ha cercato di tenerle lontane da Cuba e di aiutarle economicamente, ma non ha mai regolarizzato i loro rapporti.

In quel periodo Fidel organizzò l’assalto alla Caserma Moncada di Santiago insieme a Abel Santamaria e Raúl Martínez, che coordinavano il settore civile della rivolta.La CasermaMoncadaera la seconda fortezza del paese per importanza e la sua distanza dall’Avana impediva che potessero arrivare rapidamente rinforzi dalla capitale. I ribelli ritenevano che fosse un’azione dimostrativa molto importante, ma non tennero conto che si trattava di un’avventura destinata al fallimento. Il matrimonio tra Fidel e Mirta finì dopo i fatti della Caserma Moncada, mentre lui era in prigione all’Isola dei Pini. Fidel nutriva un sacro rispetto cattolico per il matrimonio, dopo tutto aveva studiato dai gesuiti, aveva un figlio che amava come Fidelito, ed era costretto a lasciarlo alle cure della madre. Fidelito andò a studiare negli Stati Uniti, non fece la rivoluzione, ma si unì ai Barbudos vittoriosi per entrare all’Avana. Fidelito si è riavvicinato al padre ed è sempre stato al suo fianco, simile a lui fisicamente, ma dotato di debole personalità, soggiogato dal carisma paterno. Ha sempre avuto, dopo la laurea, compiti governativi di secondo piano. Mirta si è risposata, Fidel ha avuto altre donne, ma resta uomo inadatto al matrimonio, incapace di una vera vita coniugale. Il suo rapporto con Celia Sánchez Manduley sulla Sierra è stato intellettuale e affettivo, ma i due non si sono mai sposati, dopo si sono avvicendate altre donne come la spia tedesca Marita Lorenz, che fece abortire senza il suo consenso e soprattutto Natty Revuelta. Le donne non sono fondamentali per Fidel, perché ha un carattere misogino, ma dopo la prima moglie ha avuto molte amanti. In ogni caso la seconda donna che ha sposato è stata Delia Soto Del Valle, attuale compagna e persona discreta, che gli ha dato cinque figli maschi: Alex, Alexis, Alejandro, Antonio e Ángel. Delia ha sempre condotto una vita appartata e si è fatta vedere in pubblico solo al ritorno del piccolo Elián Gonzáles a Cuba.

CUBA PRIMA DELLA RIVOLUZIONE

Cuba è la zuccheriera del mondo, come disse Cristoforo Colombo è “la terra più bella che occhio umano abbia mai contemplato”, dal suolo fertile con i sigari fantastici, uno dei luoghi migliori per vivere. Cuba è stata un possedimento spagnolo per quattrocento lunghi anni, caratterizzati da malgoverno, ruberie e violenza. I conquistatori hanno sterminato gli indios al punto che oggi i cubani sono soltanto spagnoli, neri, creoli o mulatti. I cubani lottano da sempre per la loro indipendenza, le tappe fondamentali sono state la guerra dei dieci anni (1868 – 1878), l’insurrezione di José Martí (1895) e la guerra ispano – americana (1898). L’aiuto dei nordamericani contro gli spagnoli viene ritenuto determinante da molti storici, ma Castro ha sempre sostenuto che non servirono a niente, vennero soltanto a raccogliere i manghi maturi. Il trattato di pace di Parigi (1898) segnò la nascita della nuova Cuba, ma l’emendamento Platt (1901) – che sanciva il diritto dei nordamericani di intervenire a Cuba a tutela dei loro interessi – trasformò per quasi mezzo secolo l’isola in una colonia economica degli Stati Uniti. Il fattore più umiliante fu che l’emendamento Platt venne inserito nella Costituzione cubana, che riconosceva il diritto di intervento nordamericano a tutela dell’indipendenza cubana (art. 3). L’art. 7 della Costituzione sancì la nascita della base navale di Guantanamo come enclave statunitense sull’isola, che venne affittata agli Stati Uniti per le loro necessità. L’emendamento Platt è stato abrogato nel 1934, ma la base di Guantanamo è ancora nordamericana ed è stata utilizzata spesso come prigione politica. Gli Stati Uniti sono sempre stati contrari a una vera e propria indipendenza cubana, anche se non hanno mai voluto annettere l’isola.

José Martí predicava una politica di indipendenza sia dalla Spagna che dagli Stati Uniti ed è soltanto per questo elemento che le sue idee assomigliano a quelle di Fidel Castro. Martí è stato il Lincoln cubano, l’apostolo dell’indipendenza, come idee politiche molto vicino al nostro Giuseppe Mazzini. Martí era riuscito a unire i cubani, impresa oltremodo difficile, vista la perenne litigiosità di questo popolo, non era un leader politico, ma un letterato che divenne un simbolo dopo la morte in battaglia, il 19 maggio 1895, contro gli spagnoli.

Fidel Castro si iscrisse all’università in un periodo storico caratterizzato dalla rilettura delle opere di Martí e fu lui il primo ad affermare di essersi formato al suo idealismo. Fidel non leggeva Marx e Lenin, ma i libri di Martí, pure se dal suo insegnamento ha appreso solo gli elementi formali non certo la sostanza politica. La Cubadi oggi non ha niente a che spartire con il popolo colto e libero che l’apostolo aveva idealizzato. Fidel ha sempre avuto in comune con Martí l’odio nei confronti dei nordamericani, perché il padre della patria diceva: “Sono stato nel mostro e ne conosco le viscere”, riferendosi agli Stati Uniti. In tutto questo giocava un ruolo importante l’atteggiamento nordamericano che ha sempre considerato Cuba e buona parte del Caribe come una sua estrema propaggine. Cuba era un’appendice naturale, un mare nostrum da sfruttare, un’idea che i cubani non potevano sopportare. Gli Stati Uniti pensavano di aver sottratto l’isola alla dominazione spagnola per poterla assoggettare ai loro scopi economici. I presidenti della Repubblica Cubana sono stati sempre fantocci nelle mani dei nordamericani. Gerardo Machado ricoprì la carica dal 1924 al 1928, non fu né peggiore né migliore di altri, ma alla fine del mandato instaurò una dittatura sotto la protezione statunitense. Machado fu deposto dall’esercito nel 1932 e dopo questa ribellione salì al potere il sergente Fulgencio Batista, che diventò prima colonnello, poi capo di stato maggiore e infine Presidente della Repubblica Cubana  dal 1940 al 1944. Fu sotto il suo governo che Cuba divenne il regno della corruzione e la mecca del gangsterismo.

La politica cubana era diretta da una classe dirigente composta da ex combattenti, banchieri, proprietari terrieri, militari, uomini d’affari e professionisti. La politica era strutturata come un sistema di favoritismi, pensata come un modo per arricchirsi e per guadagnare potere personale, non certo per fare gli interessi del popolo. Agli Stati Uniti stava bene così, perché il ruolo dei politici era quello di proteggere i loro interessi, permettendo il sistematico arricchimento delle imprese nordamericane. Il regime imposto da Fulgencio Batista generò una reazione rivoluzionaria diffusa, sia per l’ingordigia dei governanti che per la violenza della polizia. Il governo era indifferente alle necessità della popolazione che chiedeva istruzione, sanità, case e giustizia sociale. Le sole aperture democratiche si erano avute con Grau San Martín e Prío Socarrás, ma sia Machado che Batista avevano dato vita a regimi illiberali e dispotici. L’economia cubana era saldamente nelle mani di imprenditori statunitensi che possedevano enormi latifondi e grandi piantagioni di canna da zucchero. Lo zucchero – monocoltura dell’isola saldamente in mani statunitensi –  creò sfruttatori e sfruttati, schiavi e padroni, proprietari e massari, ma anche lo schiavismo negro. Il tabacco era la ricchezza della classe borghese, ma era nelle mani di grandi proprietari che venivano dagli Stati Uniti oppure di ricchi cubani. Il problema di Cuba era la sua non indipendenza economica, visto che poteva dirsi soltanto la zuccheriera e il luogo di vacanza degli statunitensi. Cuba non era un paese sottosviluppato, ma era economicamente dipendente dal capitale straniero. “Il mostruoso vicino” non era ben visto dai cubani che volevano essere davvero indipendenti invece di farsi governare da uomini corrotti.

La rivoluzione cubana si inserì in un substrato sociale antiyankee che chiedeva giustizia, fine  del razzismo e attenzione alle istanze popolari. L’anticomunismo nordamericano fece il resto quando trionfò la rivoluzione e Fidel Castro scelse il marxismo – leninismo.

La rivoluzione cubana nacque da un sentimento antibatistiano diffuso in ogni strato della popolazione e fu proprio il golpe dell’ex sergente mulatto a fornire il pretesto per l’azione di Fidel. La ribellione sfociò nell’assalto alla Caserma Moncada del 26 luglio 1953, primo sollevamento popolare contro un regime corrotto e marcio che aveva prodotto un capo di Stato golpista come Batista. Fidel era l’uomo adatto per incarnare tutte le istanze rivoluzionarie.

Prima della rivoluzione a Cuba c’erano le classi sociali, esistevano borghesia, aristocrazia terriera e popolo minuto. La rivoluzione spazzò via tutto, sostituendo alle classi sociali i membri del partito e il popolo, sotto il partito esisteva soltanto una classe bassa. La classe alta del passato era composta per lo più da bianchi, proprietari terrieri, uomini d’affari, funzionari del governo, militari, politici e professionisti. Neri e mulatti non sono stati segregati e limitati, ma non hanno mai ricoperto incarichi di responsabilità. A Cuba non c’è mai stato un razzismo di tipo nordamericano e sudafricano, ma solo un sentimento razzista strisciante. Gli abitanti delle campagne tiravano avanti in condizioni misere, guajiros o campesinos che fossero, le loro case erano bohíos, capanne con tetti di foglie di palma e pavimenti in terra. I segnali di progresso economico erano inesistenti e l’analfabetismo toccava livelli di guardia. Il reddito medio pro capite era di cinquecento dollari all’anno, una media non cattiva rispetto al resto dell’America centro – meridionale, ma il livello di disoccupazione era piuttosto alto. In campagna si mangiavano riso, piselli, banane e radici, senza carne, uova, pesce e latte, mentre le condizioni igieniche erano pessime, le case prive di luce e con pochissimi servizi sanitari. In città abbondavano le bidonvilles, la piaga del sottoproletariato era una triste realtà, il popolo mancava di cibo e lavoro, ma in compenso la terra era inutilizzata e non si costruivano fabbriche. La rivoluzione venne fatta dal ceto medio, come sempre accade non sono le masse a dettare cambiamenti radicali e a sollevarsi, ma la borghesia, le classi colte che incarnano le esigenze di rivolta. Adesso le condizioni cubane sono simili, ma non esiste una classe media, perché Fidel Castro l’ha distrutta, i borghesi sono all’estero o in condizione di non nuocere.

Nel 1944 Batista si fece da parte, perché era giunta la fine del mandato. Presero il suo posto Ramon Grau San Martín e Carlos Prío Socarrás, esponenti del Partito Autentico, il Partito della Rivoluzione Cubana, che promise la riforma agraria ma non provò neppure a farla. Otto anni di Partito Autentico al potere produssero un aumento della corruzione e della concussione. Eduardo Chibás uscì dal Partito Autentico e fondò il Partito del Popolo Cubano, detto Partito Ortodosso, che poco a poco divenne un’importante forza politica. Nel 1951 Chibás si suicidò in diretta radiofonica sparandosi un colpo di pistola allo stomaco e denunciando la corruzione dilagante. Era il 1952 quando Fidel Castro si presentò alle elezioni nelle liste del Partito Ortodosso, ma il 10 marzo 1953 arrivò il colpo di Stato di Batista che mise da parte Prío Socarrás. Fu dopo questo rapido susseguirsi di eventi che Fidel Castro organizzò l’assalto alla caserma Moncada messo in atto il 26 luglio 1956.

Estratti da FIDEL CASTRO – BIOGRAFIA NON AUTORIZZATA di Gordiano Lupi. Per gentile concessione dell’autore.

Autore: Gordiano Lupi
Titolo: Fidel Castro. Biografia non autorizzata
Editore: A.Car.
Anno di pubblicazione: 2011
Pagine: 208
Prezzo: 15 euro

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