PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 10. Breaking News

Il vizietto

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Sugli scontri di Roma e sugli “indignados” mediatici… a oltranza.Se il prestigio di un Paese si misurasse a suon delle homepage internazionali che le sue magagne interne gli fanno conquistare bisognerebbe dire che la capacità di influenza italica è sicuramente in forte ascesa. Di fatto, vuoi perché un giorno si è svolto un bunga-bunga party particolarmente hot, vuoi perché un giorno è stata pubblicata una “intercettazione” della Procura molto succosa davanti alla quale lo stesso Assange si è mangiato le mani, vuoi perché un giorno gruppi di facinorosi più o meno pilotati hanno deciso di spaccare vetrine e maroni in quel della Città Eterna, noi italiucoli le prime pagine dei giornali che contano, da oriente ad occidente delle colonne d’Ercole et in verità ovunque sotto il sole, non le abbandoniamo più.Il punto? Il punto è che a mio avviso il problema è fortemente mediatico ed è figlio di un modo soft e quanto mai nefasto di fare “politica” che trova le sue radici più cancerogene il quel mito sessantottinico che non si riesce più ad estirpare, supportato com’è da format “rivoluzionari” di stampo intellettualista gauchista tanto obsoleti quanto obnoxious. Ma di quale problema sto parlando? Sto parlando della pessima abitudine tipica di una certa parte della stampa nostrana di creare la notizia dove non c’è, di dare visibilità a gruppi e gruppetti pseudo-politicheggianti (di destra come di sinistra), che una volta armatisi di spranghe, mazze, oggetti contundenti di tipo vario ed avariato, si dotano di un nome esotico, preferibilmente latineggiante – che può essere di volta in volta gli indignados, gli scazzados, gli strafados – e così facendo sembrerebbero acquistare, davanti agli occhi di quella stessa Stampa-accorta, la necessaria dignità giornalistica per occupare la prima pagina.

Ne deriva che l’oggetto contundente più pericoloso, ovvero la visibilità mediatica, viene messo loro in mano proprio da quel coccodrillo-giornalistico che nell’aftermath piange calde lacrime a suon di editoriali di condanna. E’ un poco come la storia del cane che si morde la coda, ma in verità dietro c’è di più, molto di più. Secondo me, per esempio, dietro c’è l’immobilismo perenne che condiziona la vita politica, culturale e sociale di questo nostro smarrito Paese, il quale pretende però di dirimere problematiche assolutamente nuove e figlie dell’età digitale (come sotto molti punti di vista lo è la questione dell’ultima crisi finanziaria) con le sue logiche obsolete. Scrivevo proprio ieri di come l’Italia sia l’unico Paese di cui io sappia con il dono per le rivoluzioni ideali: le nostre rivoluzioni, condotte a suon di vetrine infrante e auto date alle fiamme, non portano mai a radicali sconvolgimenti sociali, culturali, politici, ed è imperativo che finiscano prima del tg “che dopo c’ho la partita e se la mogliera è in casa vado pure per il rutto libero”. Come non bastasse, l’unica lotta di “classe” che ci è rimasta tra le mani, è quella portata avanti nei salotti televisivi trendy dove la discussione rimane per lo più incentrata sul problema di decidere se sia più educato un vaffanculo o un vaccagare.

Ma perché queste rivoluzioni rimangono soltanto ideali? Proprio perché sono rivoluzioni mediatiche che hanno come unico scopo quello di vendere qualche copia di giornale in più, finanche di fare molto rumore (e molti guasti) per nulla come direbbe Shakespeare, o alla peggio si trasformano in occasioni da non perdere per questo o a quell’altro leader politico (et non) necessitante di un qualsiasi restyiling dell’immagine, il quale ha finalmente modo di esprimersi e di rilasciare qualche “sentita” dichiarazione di condanna della violenza. Ridondanza, la chiamo io! Leccaculismo, lo chiamo io! Perniciosità, la chiamo io! Di fatto, molta della colpa per quel nostro immobilismo politico, sociale, culturale perenne va attribuita proprio alla nostra “grande” stampa che di grande occorrerebbe dirlo non ha proprio niente. Fino a quando, infatti, il giornalismo italico non si toglierà il “vizietto” di ragionare in termini di propaganda filo-marxista de noiartri o, sull’altro campo, di adoperarsi per compiacere le aspirazione di leadership di questo o di quell’altro capetto, questo Paese resterà sempre soffocato dalla Sindrome-vorrei-ma-non-posso.

E, caso mai non fosse chiaro, bisognerebbe aggiungere che il gioco è molto pericoloso. Ed è molto pericoloso perché oggi come oggi esistono infinite ragioni di lotta politica e civile: la crisi finanziaria globale, infatti, non è “a figment of our imagination” ma una realtà parassita che in tante nazioni del mondo sta creando milioni di nuovi poveri, famiglie senza casa, studenti senza lavoro e uomini e donne senza futuro. “A’ la guerre comme à la guerre” diceva qualcuno e non a torto. Come a dire che questo non è il tempo delle rivoluzioni ideali, delle rivoluzioni di stampo intellettualistico, delle rivoluzioni “cool” con la maglietta-di-che-guevara, ma è il tempo, attraverso l’elezione di una classe politica capace, attraverso la promozione di un establisment nazionale capace di andare a combattere i marpioni di Wallstreet con le armi che più temono. Armi che sono quelle legislative e punitive, non certo le mazze e le spranghe proletarie che infrangono le vetrine dei negozi chic.

Soprattutto, occorrerebbe davvero evitare di dare occasione agli squali, comodamente seduti nei loro divani in pelle umana, di dirimere e di intervenire nel dibattito-mediatico in guisa di padri della patria censuratori di tanta violenza: oltre il danno la beffa! Lo ripeto, per il giornalismo italiano di stampo gauchista (et non) è tutta questione di togliersi “il vizietto”, la speranza infatti è sempre l’ultima a morire.

Rina Brundu, 16.10.2011

2 Comments on Il vizietto

  1. Francesca // 16 October 2011 at 13:53 //

    Al solito Rina è difficilissimo trovare ulteriori parole che possano inqualche modo arricchire il quadro da te fotografato con tanta precisione.

  2. Carissima quanto mi fa piacere vedere che sei tornata! Grazie. Il tuo commento mi dà l’occasione per dire che Rosebud, come le streghe di sessantottica memoria, è appunto tornato e questa volta tentiamo di fare una differenza… Insieme possiamo riuscirci… piano piano sono certa le discussioni ri-prenderanno piede… e arriveranno gli altri. Un abbraccio.

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