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L’eredità

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Sul culto del leader e ancora sulla fine del berlusconismo.

Dal momento della sua nascita fino a quella che si sta rivelando la sua ingloriosa fine avrò dedicato una ottantina di articoli al berlusconismo, seguendolo nelle alterne vicende, senza mai risparmiargli una critica ma pur tentando sempre di portare avanti una analisi obiettiva. Il problema che si pone oggidì per chiunque
voglia continuare ad esprimere le sue opinioni in merito, credo sia uno di non
sapere più cosa dire. Finanche un problema di inutilità del dire.

La mia personale opinione è che Berlusconi debba fare adesso un passo indietro: debba farlo per il Paese ma pure per se stesso, per i suoi affetti privati ed
importanti. Non ho mai condiviso la faziosità, la ferocia con cui spesso e
volentieri ci si è scagliati contro la persona del premier, perché non la
condividerei per nessuno, perché ho sempre pensato che i veri opinionisti, i
veri commentatori, i veri giornalisti sono coloro che riescono ad avere la “meglio” attraverso il mero utilizzo della capacità dialettica, della capacità
intellettuale, della capacità di logica e raziocinio. Naturalmente, nell’Italia
delle parrocchiette e dei campanilismi questo è un messaggio molto duro da far
passare, fermo restando che provarci rimane un dovere per chiunque si dedichi
alle cose di una scrittura attinente a queste tematiche. Online et non.

Su un piano più strettamente politico c’è da dire che non si può condividere neppure l’ idea prettamente berlusconiana (proprio nel senso che é stata riportata dalla Stampa come di Berlusconi), che senza di lui il partito che egli stesso ha contribuito a creare non avrà  un futuro. A mio avviso, in una simile considerazione, di vero c’è soltanto che il berlusconismo non ha saputo formare una leadership capace. E non ha saputo farlo perché alla maniera dei vecchi partiti di comunistica memoria, in quel dell’Unione Sovietica, l’implicito orizzonte d’attesa è sempre stato uno di assicurare soprattutto il culto del leader. Certo – checché ne abbia sempre scritto l’opposizione – un leader molto diverso da quello degli Stalin dei tempi migliori, ma sicuramente un leader altrettanto determinato a fare in modo che la sua
leadership risultasse inattaccabile.

Che questa sia la sacrosanta verità lo dimostra anche il comportamento dell’erede designato alla successione, ovvero quell’Alfano che un giorno si e l’altro pure non perde occasione per ammonire che senza Silvio non si può andare da nessuna parte. E se da un lato bisognerebbe ricordare al dottor Alfano che lungo le strade di questo grande Paese (che di fatto resta grande, grandissimo, a
maggior scorno di chiunque, dentro e fuori i suoi confini, si adoperi per
sminuirlo), hanno camminato spiriti che hanno dato molto di più alla patria di
quanto abbia fatto il suo mentore (pur con tutto il rispetto), e della cui
pregnante presenza la nazione è comunque riuscita a fare a meno, dall’altro
occorrerebbe rimarcare che questa sua (i.e. di Alfano) non è la miglior
politica che ci si aspetta da un vero leader. Un vero leader, infatti, pur
mostrando la dovuta reverenza per chi l’ha preceduto (così come farebbe
qualsiasi capo saggio), è colui che prende in mano la situazione ed è colui che
assicura al suo democratico gregge che potrà confidare nella sua capacità di condottiero per affrontare le sfide future. Questa è anche la conditio imprescindibile per garantirsi il rispetto dei seguaci, finanche degli avversari, nonché la sua personale fortuna futura.

Ma che il berlusconismo abbia sempre mirato a creare una leadership fortemente “cosciente” dell’ impossibilità di sfidare il capo senza pagarne lo dovute conseguenze, lo si è visto anche soltanto ieri durante e dopo il voto di fiducia al governo: gli adepti hanno fatto quadrato, sono saliti sul carro del leader vincitore, ma soprattutto l’anatema è calato su chiunque avesse osato esprimere dubbio o
dissenso. Intendiamoci, da un punto di vista della leadership di Berlusconi
questo è un grande successo. In altre parole Berlusconi ha confermato ancora
una volta di essere un leader nato, un leader con le balle, un leader raro tra
le verdi colline d’Italia. Il punto però è che la sua stessa avventura politica
ha ribadito, così come lo ha ribadito la sua determinazione a non alzare il
sedere dalla poltrona, che quella stessa “grande nazione” già citata in questo
articolo, non è per sua natura patria di leader perfetti quanto piuttosto di
leader così -così. Ne deriva che essendo ogni vero leader mera espressione del
popolo che lo ha allevato, educato e pasciuto, a mio avviso noi italici non
abbiamo granché da lamentare. In verità, infatti, l’unica eredità di cui si
dovrebbe discutere sui giornali e nei salotti televisivi che contano non è
tanto dell’eredità che lascerà il berlusconismo quanto l’eredità (in senso
lato) culturale, intellettuale, civile che a suo tempo ha permeato tale
dottrina politica e l’ha fatta nascere, crescere e morire così!

Rina Brundu, 15 Ottobre 2011

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