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PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 9. Breaking News

Giornalismo online: la strega cattiva

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

A proposito della piaga dello scrivere a-gratis

Mi è capitato spesso, nei miei articoli sul giornalismo online, di citare il The Huffington Post e la sua creatrice Arianna Huffington. L’ho fatto anche di recente, per celebrare l’accordo tra quel giornale virtuale e America OnLine, il gigante informatico che dovrebbe contribuire a dare alla creatura della Huffington una straordinaria marcia in più. L’ho fatto più che volentieri perché ritengo che il The Huffington Post sia l’espressione più indovinata di quella nuova realtà informativa che ho sempre classificato come giornalismo-online. Nessun altro prodotto editoriale digitale esprime, infatti, in maniera così compiuta, le possibilità eccezionali di questo genere di giornalismo e nessun altro prodotto  digitale ha ottenuto i suoi successi.

Naturalmente, so bene che non è tutto oro quel che luccica. E so bene che, soprattutto al di là dell’Atlantico, non sono poche le critiche che vengono rivolte alla Huffington e al suo entourage. Prima fra tutte, quella di sfruttare il lavoro di infiniti ammanuensi-digitali che tra le pagine del suo giornale pubblicano centinaia di pezzi all’anno senza riceverne un soldo in cambio. Mi è capitato addirittura di vedere video, anche piuttosto pesanti nell’approccio, in cui la Huffington viene ridicolizzata, canzonata, derisa, trattata insomma alla stregua di una strega cattiva dei nostri tempi. Francamente non sono d’accordo né con una tale modalità di biasimo, né con le ragioni importanti che dovrebbero giustificare simili critiche.

Se debbo dirla tutta, la mia idea generale è che lungi dall’inorridire davanti alla supposta-piaga dello scrivere a-gratis, occorrerebbe scandalizzarsi per il fatto che dati articoli vengano pure pagati. Chi avesse dei dubbi si faccia un giro sui siti dei maggiori quotidiani tradizionali e verifichi di suo. Tuttavia, la mia posizione di controcritica ha altre motivazioni importanti. Motivazioni che derivano dalle idee che ho sempre avuto sulla funzione di Internet e sul destino presente della scrittura digitale. In altre parole, io sono sempre stata convinta che il ruolo della Rete (per il momento, e per il futuro prossimo) sia soprattutto quello di grande et meraviglioso motore  pubblicitario. Nulla più.

A confortarmi in queste personalissime elucubrazioni sono i risultati del decennale lavoro svolto nei miei siti, ma soprattutto il fatto che per quanto si sia scritto, e per quanto si sia detto, ad oggi, sono poche le realtà editoriali digitali capaci di autofinanziarsi. E quelle poche che lo fanno, in genere, vi riescono solamente in virtù dei potenti mezzi economici e più-tradizionali che le sostengono. Ne deriva che, lungi dal lamentarsi, i focosi detrattori della signora Huffington dovrebbero disporsi a farle un monumento. Questo perché è senz’altro grazie alle sue indubbie capacità manageriali e operative se moltissimi di loro sono riusciti a crearsi un nome, se in tanti hanno visto il traffico dei propri siti crescere in maniera esponenziale, se parecchi sono riusciti a diventare scrittori anche affermati.

La verità, secondo me, recita che la memoria umana è parziale e il bene ricevuto si dimentica col crescere delle velleità. Anche quando queste non hanno alcuna ragione d’esistere. Mi contento però nel considerare che le logiche di Internet tendono ad essere elettroniche e dunque a vivere fuori dalle spire della nostra umana miseria. Reggono una specie di legge del contrappasso digitale in virtù della quale chi meno urla più fa.  Sostengono, quindi, una legge virtuale super-partes che premia la reale capacità, in tutti i sensi. Questo perché, gli internauti-scrittori-di-maggiore-sostanza, facendo tesoro delle opportunità offerte a-gratis da siti come quello della Huffington, riescono poi a mettere le ali, a ingegnarsi al meglio delle loro possibilità e a realizzarsi. Nel lavoro come nella vita.

Temo, infatti, che sarà proprio questo che ci chiederà il futuro: fammi sapere cosa sai fare e ti dirò chi sei. Perché lamentarsi dunque? Sempre meglio dell’ignominioso italico motto: fammi sapere chi sei e ti dirò su quale cavallo c’è da saltare!  

 

Nota: Non c’entra niente ma se si può vorrei dedicare questo articolo di Rosebud al grandissimo Lucio Dalla e a quella meravigliosa canzone 4 Marzo 1943 che ne celebra il compleanno.

Rina Brundu

04/03/2011

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