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Panegirico della mutanda

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Dopo l’intervento di Ferrara a Milano e ancora sulle battaglie delle donne

Caratteristica prima del fare-giornalismo di Giuliano Ferrara è il suo stile non omologato. Vivace. Goliardico. E, in quanto tale, intelligente. Come, del resto –  senza entrare nel merito delle campagne che difendeva, o della loro bontà – ha  dimostrato solo ieri, trasformando gli sfondi del Teatro dal Verme di Milano in una sorta di scenografia da cinema neoralista. Con un che di paradossale, dato che dentro le dinamiche di quella meravigliosa venatura artistica italica, i panni stesi ad asciugare – e dunque mutande e mutandoni – avrebbero riguardato per lo più una ripresa panoramica all’aperto (non un interno), magari sui rioni più degradati di Napoli o della Roma post-bellica.

Per certi versi è pure difficile comprendere lo slogan che Ferrara ha voluto creare per l’occasione: “In mutande ma vivi”. Almeno nella sua doppia accezione. Sì, perché se il motto attiene soltanto alla natura dell’ennesimo scandalo pseudo-politico et nazional popolare che gli fa da sfondo, va benissimo, ma certo è difficile immaginare la scenografia-neorealista che abbiamo appena descritto, quando associata alle cose della destra in generale, o di Silvio Berlusconi in particolare. Insomma, tutto si può dire del Premier tranne che sia in mutande. Del resto, è mia convinzione che questo lo si possa sostenere pure per la maggior parte degli Italiani, Sindrome-da-Falsi-Invalidi o Sindrome-da-Lavoro-Nero, considerate.

Tuttavia, non sono questi gli aspetti che mi interessava trattare qui. Mi colpiva invece il valore retorico che può acquisire, nelle più svariate battaglie civili e politiche, questo o quell’altro ordinario indumento. Pensiamo, per esempio, al reggiseno bruciato in piazza dalle femministe degli anni ’70. Confesso la mia ignoranza sulle ragioni che le hanno portate a tanto. Personalmente, infatti, mi parrebbe un volere far fuori un elemento “portante” che caratterizza l’universo femmineo e dunque avrebbe avuto ogni senso difenderlo. Naturalmente, sono pure cosciente che il nostro pensiero-libero di oggidì, la maggior parte delle volte vive dimentico delle ragioni-importanti che hanno determinato tali lotte e tali battaglie. Nonché delle loro necessità, e delle indispensabili prospettive di visione. Di sicuro, comprendiamo però che questo nostro pensiero-libero è anche figlio di quelle lotte e di quelle battaglie ed è per questi motivi che a quelle lotte e a quelle battaglie portiamo molto rispetto.

Notevolmente più problematico mi pare il raffronto dell’universo femminile con l’indumento pantaloni. Da che mondo è mondo “indossare i pantaloni” è sinonimo di “essere uomo”. Un dato tipo di uomo. Uno abituato a comandare, dopo essersi assicurato che la femmina mantenga le giuste distanze e viva confinata nel naturale (nel pensiero di questa tipologia di maschio) universo di appartenenza: la cucina di giorno, la camera da letto di notte. Paradossalmente, anche dire “una donna che porta i pantaloni” è un complimento fino a un certo punto. Forse non lo è per nulla, proprio perché una simile espressione tende ad esportare un modello-macho-vincente all’interno di un’altra metà del cielo soggiogata e fondamentalmente sconfitta.

Insomma, da qualunqe parte la si guardi – anche quando a raccontarla è il capo indossato (e nell’attesa di riuscire a fare le… scarpe, al machismo imperante) – la storia della donna è storia di grandi battaglie. Per esistere, per non soccombere, per affermarsi. Lo stesso si può dire della Politica. Il problema si pone quando le necessità dei due universi-diversi si fondono. Qualcuno invariabilmente ci perde. E purtroppo qualcosa mi dice che non sarà mai la Politica a farlo. A risultarne sconfitta. Questo può accadere, per esempio, quando l’indumento mutanda – grazie ad effetti subliminali di variegata natura – riesce ad assurgere ad emblema di un rapporto-insalubre-del-potere-con-l’universo-femminile, e ad un tempo diventare simbolo di un qualsiasi modus del fare-politica. O riesce anche solo a raccontarne una risultanza (in senso lato). Ti resterà sempre il dubbio su chi sia chi, su cosa sia cosa, su cosa è giusto su cosa è sbagliato, su ciò che è bene e su ciò che è male, finanche se, in fondo, non si stava meglio quando si stava peggio. Proprio come nella vecchia canzone: Tu vecchia mutanda, tu, souvenir di gioventù, eri una bandiera e sventolavi sul pennone lassù, ora me lo dici tu, che vuoi sventolare più, tu vecchia mutanda, larga un po’ di gamba, che non si usa più…

Rina Brundu

13/02/2011

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Immagine nell’articolo: free clipart

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1 Comment on Panegirico della mutanda

  1. Grazie ai tantissimi che oggi hanno letto questo articolo. Contra-omologazione-et-cooptazione-fisica-virtuale-subliminale-intellettuale. A destra, a sinistra et pure al centro. All’insegna del motto IL NEURONE E’ MIO E ME LO GESTISCO IO!

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