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Giornalismo online: predators?

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Sulla Sindrome cuor-di-leone dei giornalisti italiani online et non

Ad un primo guardare sembrerebbe quasi che, alla maniera dei reporter dell’Washington Post Carl Bernstein e Bob Woodward durante lo scandalo Watergate, il giornalismo nostrano (online e tradizionale), ci si stia buttando da par suo nelle cose del più pruriginoso Rubygate (del resto ogni nazione ha gli scandali che si merita!). Gli articoli urlati, incorniciati da titoli a quattro colonne (si far per dire) si sprecano, mentre su ogni homepage che si rispetti é tutto un fiorire di foto di belle ragazze che al confronto le sfilate di Miss Italia paiono quelle per l’elezione di Miss Muretto-a-secco. In calce a quegli stessi articoli, si sprecano i commenti infastiditi dei moltissimi adepti del giornalismo online – tutti rigorosamente protetti dal nick d’occasione – e non mancano neppure i numeri di telefono di questo o di quello che, a torto o ragione, è finito nel vortice del tifone mediatico in questione.

Predatori della notizia, insomma! Ripeto, almeno così sembrebbe ad un primo guardare. Ad una più attenta lettura però, la prospettiva cambia di molto. Di fatto, la mia impressione è che la corsa sia stata molto simile a quella che il giornalismo nostrano fece durante l’affaire-wikileaks. Sì, si pubblicava, si gridava-alla-notizia, si inseguiva quel filone più promettente di un altro, si spulciava alla ricerca di un qualsiasi lemma che avesse un seppur vago sapore italico, ma la minestra servita in tavola era fondamentalmente scotta, già portata su altra tavola e finanche assaggiucchiata da qualche invitato buontempone. Dal rango di giornalista italico a quello di ammanuense-digitale-globlale il passo è stato breve. Veloce.

Ma mentre l’affaire weakleaks permetteva comunque al giornalismo-italico-d’opinione – per inciso al giornalismo che dovrebbe emergere con prepotenza quando, assodato un problema, vi è la necessità di analizzarlo e quindi di gettare luce differente e il più possibile obiettiva sullo stesso – di sbizzarrirsi come meglio gli pareva, molto diverso si è rivelato, sin da subito, lo status-quo nel caso Rubygate. Certo, quest’ultimo – data la sua natura – presenta situazioni in-progress da valutare con maggior cautela, ma non è sicuramente della necessità di scoop-del-cactus che si sta parlando. Piuttosto, si vuole far notare come, da un punto di vista strettamente professionistico, questa faccenda sia stata attivamente (quando quest’ultimo avverbio è sinonimo di fare-notizia) gestita dalle sole parti in causa. Per quanto assurdo la verità è proprio questa. Un esempio? Un esempio è Silvio Berlusconi che si presenta subito in televisione a raccontare la sua verità, un esempio sono i suoi giornali e i suoi telegiornali che pubblicano e danno in pasto al pubblico il faldone dell’inchiesta, un esempio è l’esclusiva intervista di Signorini (peraltro comunque bravo) alla stessa Ruby e al suo fidanzato durante la trasmissione televisiva Kalispera.

Che cosa manca in tutto questo? Potrei sbagliarmi e la mia non può che restare una opinione personale, ma a mio modo di vedere ciò che è venuto a mancare è stato un contradditorio professionistico credibile. Questo contradditorio sarebbe idealmente dato da una voce giornalistica autorevole capace di aggiungere elementi notiziabili propri (e dunque evitando il solito scopiazzamento dai files messi a disposizioni delle masse-digitali da chissà quale oscura et misteriosa Provvidenza), piuttosto che limitantesi a vivere costretta dentro la gabbia mediatica costruita dalle solite incursioni più o meno indovinate di siti che di giornalismo-tout-court non si occupano. In particolare, gli elementi notiziabili propri ricercati, oltre a diventare manna dal cielo rispetto alle esigenze tecniche del giornalismo investigativo, dovrebbero saper diventare perle-da-ricordare (un pochino alla maniera de La Rabbia e l’Orgoglio di Oriana Fallaci, che però di altra stoffa era fatta) dentro le dinamiche del giornalismo d’opinione in un momento a suo modo storico (perché anche in questo caso ogni nazione ha la Storia che si merita!) per il Paese.

Ma forse l’errore che commetto è quello di continuare a coltivare una visione ideale del giornalismo – online et non – e di continuare a vedere i suoi rappresentanti ideali quali dotatissimi individui naturalmente affetti dalla provvindenziale Sindrome cuor-di-leone. Del resto, la realtà contingente non fa che dimostrarmi, ad ogni click anche solo pensato, che, rispetto alle necessità di questse tematiche, sto proprio sbagliando approccio. O, forse, sto semplicemente sbagliando Paese.

Rina Brundu

21/01/2011

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4 Comments on Giornalismo online: predators?

  1. Francesca // 24 January 2011 at 20:07 //

    Cresce così di meritevoli nomi aggiunti il numero di color che invero sentono di aver sbagliato paese.
    Aver sbagliato tempo o forse balcone o finestra da cui sbirciare il mondo.
    O più semplicemente aver sbagliato il momento in cui aprire gli occhi e accorgersi che la tavola rotonda non è mai esistita, nè i prodi e leali cavalieri, se è vero come è vero che pure il prode Lancillotto cornificò l’amico suo più caro.
    Ogni giorno che passa mi chiedo se mai questo nostro vilipeso, privincialissimo e pettegolo paese, riuscirà a ritrovare, o più cinicamente trovare per la prima volta, una seppur pallida parvenza di risibile dignità. Perchè così appare essere la dignità oggigiorno: roba su cui ridere, uno strano, buffo oggetto che tutti, soprattutto coloro che dovrebbero farne baluardo, si rigirano dubitabondi fra le mani. Roba sorpassata, stantio odor di muffa.
    Di peggio oserei dire che non si pone nemmeno più il dilemma fra cultura o pseudocultura, ma fra pettegolezzo becero e prurigginoso o uno più sottile, quasi radical chic. Il trionfo del “depistismo” di maniera, nel quale nostro malgrado siamo costretti ad inciampare ad ogni piè sospinto.

  2. Grazie Francesca per il tuo intervento. Però pensa stai parlando con qualcuna che questo Paese non solo lo ama tantissimo ma lo ha scelto una seconda volta. Rinunciando a tanto. Forse a tutto. Oltre le belle parole. E di questo non si è mai pentita.

  3. Francesca // 24 January 2011 at 20:26 //

    Lo so, anche io lo amo, nonostante tutto, anche se spesso sento che forse starne un po’ lontano mi farebbe bene. Servirebbe a decantare i malumori e le delusioni che a ondate offuscano ogni vero amore.

  4. Sì, questo è vero. E tutti dovrebbero farlo. Aiuta a crescere e a vedere le cose in prospettiva. Visto da fuori, infatti, questo diventa Paese come nessuno, per gli stessi suoi abitanti-brontoloni. Certo, una volta dentro, non bisogna arrendersi…. Perché lottare per il meglio-possibile non è caratteristica nostra in quanto italiani, ma è caratteristica nostra in quanto esseri umani. Così come è destino nostro lottare tra le difficoltà. Non so comprenderlo perfettamente ma intuisco che esiste una ragione importante perché così sia. E, pur nella stanchezza del vivere, occorre rispettarla. Ciao.

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