PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 10. Breaking News

Ma mi faccia il piacere!

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Sul successo della produzione comica italiana.

È di oggi la notizia che il nuovo film di Checco Zalone, Che bella giornata, ha registrato incassi record nei primi due giorni di programmazione: ben 7 milioni di euro! Tutto questo battendo finanche i primati del mostro-sacro Harry Potter. Quindi c’è da registrare il solito trionfo di Aldo Giovanni e Giacomo (La banda dei babbi natale) e dei cine-panettoni vari con Christian De Sica nel ruolo di indiscusso mattatore. Muovendo oltre le cose del cinema, e muovendo oltre gli scoop propiziati dai cachet-milionari, monta l’attesa per il ritorno in televisione di Zelig condotto quest’anno dal sempre ottimo Claudio Bisio e dalla bravissima Paola Cortellesi.

Personalmente non posso che rallegrarmi dello status-quo, tanto più che tutti gli artisti comici testé citati restano comunque tra i miei preferiti. Certo, siamo lontani dai grandissimi del passato, con il Principe de Curtis su livelli stratosferici o impossibili da raggiungere, e i tanti altri grandi e grandissimi spiriti che hanno reso meno tristi i giorni dell’Italietta pre-e-post Seconda Guerra Mondiale, buoni runner-up. C’era infatti in quella loro comicità un carico di commitment artistico difficile da riprodurre forse perché determinato da un background socio-culturale di riferimento che, mercè la sua necessità-di-essere si sublimava nel suo proporsi (o, per dirla con Fellini:«Totò non poteva fare che Totò, come Pulcinella, che non poteva essere che Pulcinella. Il risultato di secoli di fame, di miseria, di malattie, il risultato perfetto di una lunghissima sedimentazione, una sorta di straordinaria secrezione diamantifera, una splendida stalattite, questo era Totò. Non mi sono mai venute in mente storie che richiedessero la presenza di Totò, perché Totò non aveva bisogno di storie. Che valore poteva avere una storia per un personaggio così, che le storie ce le aveva già tutte scritte sulla faccia? »).

Epperò, pur con tutti i limiti – artistici e di idee – della produzione italica corrente, resta sempre il fatto che il comico riesce ancora ad interessare e a portare spettatori al cinema così come audience ai diversi programmi televisivi. Perché accade? Non è facile rispondere a questa domanda, tanto più che i tempi sono tutto fuorché invitanti alla risata-facile e soprattutto perché le nostre esistenze-digitalizzate riescono a godere di un qualsiasi momento-leggero, passato o presente, mitico o trash, con un semplice click del mouse. You-Tube rules! Ma non è facile rispondere alla suddetta domanda anche a causa della Sindrome da assuefazione-al-tutto che affligge questo periodo della nostra Storia, una assuefazione che di fatto produce una forza propulsiva e distruttiva inversamente proporzionale a quella determinata dalla portentosa e lunghissima sedimentazione citata dal grande maestro Fellini e di cui si è già detto.

Azzardando comunque qualche ipotesi si potrebbe facilmente scadere nell’ovvio e sostenere che tanto più i tempi diventano difficili, e il vivere quotidiano gramo, tanto più l’animo umano ricerca un qualche motivo di sollievo. Una qualche possibilità di ristoro inseguendo la prospettiva frivola del suo vivere. Paradossalmente, il suo lato meno impegnato, quello capace di relativizzare tutto, la nascita, la vita e prima di tutto la morte. Del resto, il provato binomio riso-morte è concetto antico e dunque non racconta nulla che non sia già stato detto, studiato, analizzato, ponderato, vissuto, in tempi sicuramente non virtualmente sospetti. Vero è tuttavia che simili spiegazioni non contentano del tutto lo spirito-dell’oggi che, suo malgrado, si interroga per lo più alla luce delle motivazioni davvero pressanti che costringono il suo quotidiano.

Guardando la faccenda da quest’ultima prospettiva credo che il fascino-del-comico sia nel nostro tempo molto determinato dal miraggio-leggerezza che accompagna l’attuale vivere. I am afraid, non si tratta di un concetto di leggerezza positivamente connotato – ovvero, propiziato da una forte coscienza del viaggio-breve che è la nostra esistenza incarnata -, quanto piuttosto da un desiderio irrefrenabile, quasi istintivo, della leggerezza-per-la-leggerezza. In altre parole, di un modus tutto nuovo per consegnare al sogno la speranza. Quella che la realtà oggettiva nega ad ogni angolo di strada e/o davanti ad ogni porta chiusa quando non sbattuta in faccia. Ridere? Ma mi faccia il piacere!

Rina Brundu

08/01/2011

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