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PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 9. Breaking News

“What the feck is this rubbish? Please, call Naples 081!”

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

carl_wilhelm_gc3b6tzloff_utsikt_c3b6ver_neapel_1837Sulla monnezza a Londra e una vecchia querelle su Napoli sempre valida.

Sembrerebbe che la spazzatura sia arrivata fino a Londra! No, per carità, non la spazzatura di Napoli, quanto piuttosto quella prodotta dai locali e mai smaltita, vuoi a causa delle temperature polari che hanno fermato l’attività finanche nei maggiori aeroporti di quella città, vuoi a causa dell’ordinaria inefficienza di alcuni Comuni.

Ho soggiornato spesso a Londra ma la capitale del Regno Unito, pur affascinante nei suoi infiniti quadri, non mi ha mai attratto più di tanto e per quanto ricordi io non ha mai brillato troppo quanto a pulizia delle sue strade e dei suoi nebbiosi vicoli. Non mi riesce di immaginare quindi come potrebbe proporsi tale metropoli qualora la monnezza dovesse moltiplicarsi come il pane e i pesci della parabola cristiana. Di fatto, sembrerebbe che sia stato proprio questo il pericolo twitterizzato sulla world wide web da alcuni sudditi inglesi evidentemente preoccupati per i destini della loro capitale. Cittadini solerti che non avrebbero neppure dimenticato di precisare che “Qui a Saltaire si sta quasi come a Napoli!”. Certo, dubitiamo che il loro specifico problema possa porsi in simil guisa negli outskirts, o meglio, giusto fuori Buckingham Palace ma questo è ovvio perché come direbbe Dryden “That is the way of the world”. Da notarsi, tuttavia, è come il binomio “Napoli” e “monnezza” sia stato ormai acquisito come logico e consequenziale dalla comunity virtuale (et non) internazionale.

La qual cosa è da notarsi appunto, ma procura anche tanto dolore. Come ho già ricordato sono stata spesso a Londra, ma purtroppo non ho mai avuto la fortuna di visitare Napoli. Ciò nonostante, come ogni Italiano che si rispetti, quella città io l’ho sempre vissuta. L’ho vissuta in una maniera che nessun’altra città, nostrana o straniera, potrebbe mai vantare. L’ho vissuta nei tanti film dell’immortale Princide de Curtis, i cui formidabili momenti quotidiani hanno colorato la mia infanzia, l’adolescenza, colorano ancora molti giorni della mia esistenza. L’ho vissuta nelle straordinarie commedie (per loro natura sempre quasi tragedie) dei grandi maestri partenopei, negli sketches comici più o meno indovinati di questo o quell’altro gruppo comico assemblato per l’occasione, nei capolavori del cinema che da par loro hanno sublimato infiniti istanti di un angolo di mondo-abitato assolutamente unico. E poi l’ho vissuta nella Musica, nella grande Storia, nell’Arte.

Quella stessa Arte di cui dibattevano tra le pagine del Corriere della Sera, nel già-lontano 2008 (per la serie, come non-passa il tempo quando si trattano dati argomenti!), Raffaele La Capria e Gian Antonio Stella, dando vita ad una interessantissima querelle sulla bellezza, ma soprattutto sulle croniche mancanze (per non dir di più) napoletane. Rileggendo oggidì, ho trovato toccante il ritratto della città fatto da Raffaele La Capria, un ritratto che trasuda amore incondizionato per quel luogo. In particolare, e a proposito del problema-monnezza, La Capria chiude richiamando alla memoria il noto racconto di Edgar Allan Poe, La Maschera della morte rossa (The Masque of the Red Death, 1842). Come sappiamo, in quest’opera, la “Morte Rossa”, ovvero la peste, che nel Medioevo dettava la sua funesta legge nelle campagne e tra i tanti feudi europei, si veste-di-maschera e così facendo riesce a penetrare le difese del castello del ricco principe Prospero. E riesce a farlo proprio quando tra le sue mura si organizza una festa – manco a dirlo pure quella in maschera – il cui scopo è quello di distrarre i sudditi-più-fortunati dal dolore e dalla paura che ha portato nel mondo un simile ospite indesiderato. Inutile dettagliare oltre il tragico finale che la morte-peste porterà seco.

Rispetto a questa sua chiusa letteraria – e secondo il mio personale intendimento della stessa – il punto di La Capria era che a nulla servono le discussioni da salotto-televisivo e/o mediatico per bene affrontare i problemi di Napoli in generale e quello dell’immondizia-napoletana in particolare. O che, comunque, non è quella la giusta prospettiva di visione e d’azione. Quei salotti sarebbero distanti dalla realtà-immondizia-a-Napoli quanto lo era il problema-peste dal castello superprotetto di Prospero. Egli esortava inoltre: “Attenti, non lasciamo Napoli in questo momento, non scriviamo sui giornali le solite accuse, che sono tutte vere, ma non «azzuppiamoci il pane», per favore. Se la morte entra nel Castello nessuno si salverà”.

Sono sicuramente d’accordo che l’asetticità dei salotti televisivi non è il luogo-adatto per inquadrare davvero i problemi (di Napoli, così come di qualsiasi altra città), per mostrarli agli occhi degli Italiani, per farli sentire più vicini. O meglio, non è il luogo adatto quando il salotto-televisivo si presenta come ritrovo-d’elite (per una elite) che dirime sulle disgrazie del volgo. E, tuttavia, non posso non ritrovarmi con Stella quando ricordava che “Napoli è come la donna amata: se non l’amassimo perdutamente, che ci importerebbe di vederla sprofondare?” e che in virtù di questo assioma spronava ad un cambiamento, a sperare nel cambiamento della realtà partenopea. Spronava a propiziarlo quel cambiamento –  ne deduco, quindi, a propiziarlo anche attraverso la denuncia scritturale e mediatica dei mali cronici che una simile auspicabile evoluzione non la permettono. Perché – a sentire questo autore – una tale crescita delle costumanze, verso il meglio-lecito, si è già verificata in passato in tanti altri luoghi (incredibile a dirsi, c’era pure un quanto mai appropriato ricordo – per questi-tempi – della invivibile Londra dickensiana), e quindi nulla dovrebbe impedire che la stessa possibilità evolutiva si manifesti anche nella bellissima città partenopea.

Concordo, pienamente!  Tanto più che i media, la carta stampata come la televisione – quando usati al meglio – sono fondamentalmente gli occhi informati del mondo. Come a dire che forse-forse avrebbero potuto aiutare anche lo stesso Prospero a tenere la Maschera della Morte lontana dal suo castello, laddove non hanno potuto le sue assonnate guardie. Difficile dire cosa sia meglio in queste circostanze, di sicuro a nulla aiuta il silenzio sui problemi, di qualunque specie questi siano. Soprattutto, perché non è comunque così che si impedirà all’ennesimo suddito infastidito di Sua Maestà di twitterare sulla world wide web: “Qui a Saltaire si sta quasi come a Napoli!”. Una determinata coscienza civica e un’altrettanto forte azione politica sia a livello locale che nazionale riuscirebbero sicuramente molto di più. Potrebbero riuscire fino al punto da far partire un tweeting-for-help davvero molto insolito: “What the feck is this rubbish? Please, call Naples 081!”.

Rina Brundu

04/01/2011

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