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Giornalismo online: un appello all’Ordine

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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Perché servirebbe subito una specifica regolamentazione delle attività giornalistiche e bloggistiche in Rete? Perché senza non è possibile portare avanti alcuna attività informativa che guardi oltre il tratto-dilettantesco o da praticantato. Inoltre, senza una qualche regolamentazione si rischia di perdere la rara possibilità di selezione-naturale – nell’avvicinamento alla professione giornalistica – offerta dalla Rete. Al tempo del giornalismo-trendy e del giornalismo-da-salotto sarebbe sciocco lasciare che questo accada.

Grazie all’intenso lavoro portato avanti nel 2010 sul mio stesso sito, non mi è neppure difficile fornire il dettaglio del perché l’implementazione di queste regole sarebbe necessaria. Aggiungo che questa necessità di regolamentazione dovrebbe risultare tanto più pregnante per il tenutario di un blog giornalistico molto conosciuto e solitamente alloggiato nelle parti alte delle classifiche di riferimento. Fare giornalismo online seriamente, sia che si tratti di giornalismo investigativo, ma anche nel caso di mera attività commentativa e opinionistica, significa infatti “esporsi”, ovvero significa osare un tanto di più. Intellettualmente, ma non solo. Ne deriva che tale commitment, soprattutto in quanto direttamente correlato (se di vero giornalismo si tratta) agli avvenimenti della cronaca, della politica, dell’economia e dell’attualità più generale, deve risultare tutelato (in senso lato, dunque rispetto alla sua professionalità, ma anche rispetto al suo diritto di fare-notizia o di fare-opinione senza l’opposizione scettica a priori di una qualsiasi altra parte in causa), né più né meno di quanto risulta tutelato il commitment di un qualsiasi giornalista tradizionale, dipendente o free-lance che sia.

Non è una questione da poco! Un qualsiasi blog o sito giornalistico, non importa quanto osannato, non importa se ai primi posti nel gradimento, che non dovesse sentire questa necessità di riconoscimento-formale, non sta portando avanti, a mio modo di vedere, la sua attività giornalista con quel tocco-sharp che meglio si adatta al giornalismo professionistico. Al giornalismo vero. Questo perché fare giornalismo serio, indipendente, non politicizzato, mai schierato significa soprattutto non risultare simpatici, diventare scomodi o problematici. Non bisogna infatti confondere la libertà di operare – e quindi l’istintivo desiderio di vivere forse senza le regole di cui sopra – con la libertà di dire e di scrivere. Che pure ha le sue esigenze e necessita quindi di essere protetta.

Cosa buona è giusta sarebbe dunque se l’Ordine Dei Giornalisti, che a mio avviso dovrebbe restare l’organo deputato a legiferare in materia, riconoscesse in maniera formale l’esistenza del giornalismo online (termine che mi do credito di avere inventato molti anni fa tra le pagine di un noto sito dedicato al giornalismo partecipativo), ovvero di una tipologia di professionismo informativo nato in Rete per la Rete e dunque operante principalmente in Rete, e con quello la professione di giornalista online o digitale che dir si voglia. Insieme a questo riconoscimento, dovrebbe venire promulgata una specifica informativa delle condizioni imprescindibili per diventare operatori giornalistici professionali online. Informativa che, a differenza di quanto accadeva in passato per il giornalismo tradizionale, dovrebbe proporsi fin da subito supportata dalla grande severità di metodo necessaria per risultare credibili, finanche all’insegna della modalità tecnico-operativa immaginata  nelle Venti regole del buon giornalista digitale.

Fare tutto questo significherebbe compiere un decisivo passo da gigante rispetto alle necessità di un giornalismo del futuro finalmente liberato dalle troppe magagne del passato, prima fra tutte quella del riuscire a diventare giornalisti non perché giornalisti-si-nasce(va) e dunque si era in certo modo figli-del-destino, quanto piutttosto perché si era figli di papà!

Rina Brundu

03/01/2011

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