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Ritratto a cavallo

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

dorian-gray… tra il 2010 e il 2011, ovvero anno nuovo, politica vecchia.
Il ritratto di Dorian Gray (The picture of Dorian Gray, 1890) è il romanzo più noto di Oscar Wilde. Tematiche estetiche considerate, credo davvero che in nessun’altra sua opera, l’autore sia riuscito ad oggettivare meglio la filosofia secondo la quale la vita morale dell’uomo sia il materiale dell’artista. Come sappiamo il romanzo racconta la storia del bellissimo Dorian Gray, un ragazzo capace di ammaliare il mondo che lo circonda come nessuno, e a cui l’artista Basil Hallward, fatalmente innamorato, decide di dedicare un ritratto.

Sebbene chiuso in soffitta, mercé una sorta di patto diabolico, questo dipinto diventerà nel tempo il ricettacolo morale di ogni peccato che Dorian commetterà durante la sua vita, nonché la vittima designata dell’inevitabile scorrere del Tempo. E più quel Tempo passerà più il ritratto si imbruttirà, invecchierà, diventerà spiacevole scheletro nell’armadio per un Dorian agli occhi del mondo sempre giù giovane, bello, mondato di ogni pur minimo peccato. Fino all’inevitabile redde rationem propiziato dalla lacerazione del quadro e dalla conseguente morte di Dorian. Una morte-livella che, sola, riuscirà a rompere l’incantesimo e a ristabilire l’ordine.

Certo non si vuole fare alcun paragone personale, o di storia-personale, meno che meno si vogliono discutere gli aspetti morali della Politica italiana contemporanea (non basterebbero un milione di post su altrettanti siti!), ma di sicuro, guardando all’exempla che è la vita del literary character Dorian Gray, molto si può dire sullo status quo politico italiano a cavallo tra gli anni 2010 e 2011. E lo si può fare perché questo stato-corrente-degli-affari-politici è indubbiamente dominato da una singola figura, ovvero quella di Silvio Berlusconi. Raccontare altrimenti sarebbe raccontare una storia partigiana che non insegnerebbe nulla se non a limare la realtà secondo il nostro tornaconto. Anche d’intelletto. Procedendo dunque in questo eccezionale parallelismo è indubbio che, al pari di Dorian Gray, Silvio Berlusconi sia stato, ed è, un uomo capace di ammaliare (o di persuadere, come ha detto lui stesso) i più. Così come è indubbio che questa sua capacità di persuasione la sappia esercitare tanto sul signor Rossi quanto sulla crema dell’establishment manageriale, politico ed economico internazionale. Come non bastasse, la sua vita è stata una vita che lo ha visto vincitore in tantissime situazioni, non ultima l’aspra disfida politica che lo ha opposto all’ex-alleato-amico-delfino Gianfranco Fini.

Non si può neppure negare che i risultati di questa specifica battaglia – i più convincenti sotto un profilo meramente politico – abbiano procurato effetti davvero straordinari. Buoni o meno buoni, tutto dipende dalla prospettiva dalla quale si guarda, fermo restando che esiste finanche una prospettiva super-partes che riguarda direttamente i destini del Paese. Parliamo prima di tutto dell’effetto-boomerang sul suo diretto avversario e quindi sull’opposizione politica in generale. Tali ripercussioni, infatti, sono state notevoli, per certi versi più forti del colpo inferto. Questo perché l’Italia è terra benedetta quando si tratta di saltare sul carro del vincitore, mentre il perdente viene per lo più irriso e deriso, senza più speculare. Al contrario, un contesto civile davvero salutare imporrebbe a chiunque senta motivo di insoddisfazione (a maggior ragione se si tratta di un rappresentante politico) di esprimerlo quel malcontento e di pretendere rispetto quando lo fa. Di sicuro, non bisognerebbe imitare il già citato eroe wildiano che, vittima della sua stessa follia, non esiterà a liberarsi tragicamente dell’innamorato-Hallward diventato infine apertamente critico del modello-di-perfezione da lui (i.e. Dorian) rappresentato. Tuttavia, per essere corretti nei confronti di ogni parte in causa, è doveroso ricordare che un leader-vincente non potrà mai essere tale se non ha sentire di quando al giusto-tempo-per-muovere-guerra è opportuno preferire un più savio temporeggiare. Questo per dire che la fortuna (che è dea guidata più di quanto non si ami pensare) aiuta non solo gli audaci ma anche i più astutamente savi tra noi.

Sebbene in misura minore, l’effetto-fiducia-al-Premier ha inferto un duro colpo anche alla sua più tradizionale opposizione politica. Per lo più in maniera indiretta, per lo più a causa dell’evidente desiderio della nazione italica di non imbancarsi in un’avventura elettorale senz’arte ne parte e dunque scoraggiando (a suon di sondaggi più o meno pilotati) ogni pur legittima tentazione di cavalcare una tale possibilità. Ma l’erba non è più verde neppure nel giardino dell’ormai ex Popolo Delle Libertà! È mia opinione, per esempio, che gli effetti della singolare battaglia di cui abbiamo detto siano stati deleteri per la stessa maggioranza politica. Che ne esce senz’altro più coesa, rafforzata (machiavellicamente parlando si potrebbe forse dire che la fazione del principe ha raggiunto nel suo principato un ottimale status di stabilità e di solidità interna), ma sicuramente anche indebolita nella sua possibilità di fare. Non è un paradosso! Non quando il fare è sinonimo dell’Essere, del vivere-davvero-in-libertà la propria coscienza politica. Questo perché, per la prima volta nella storia della nostra Repubblica, non è la capacità democratico-autoritaria tipica di ogni leader che si rispetti a determinare quell’handicap-liberticidio, quando piuttosto lo status-quo politico oggettivo venutosi a determinare attorno a ciascun componente della maggioranza di governo. Insomma, o così o pomi, o fuori di qui in never-never-land. Meglio ancora in the wast(ed)-land!

Consequentia rerum è stata l’apparizione, durante la conferenza-stampa di fine d’anno, di un Presidente del Consiglio in grande spolvero. Un Premier che ha potuto presentarsi davanti al Paese con tutte le carte in regole (almeno a suo dire), rassicurando gli Italiani che la legislatura continuerà il naturale iter, che il governo-del-fare continuerà a fare-et-ordire più-et-meglio che pria, finanche arrivando ad elogiare l’amata-odiata Stampa per l’ottimo lavoro svolto, addirittura avventurandosi a lasciar intuire una sua prossima uscita dalle scene politiche più calde nel pur lontano 2013. Insomma, un Silvio-Dorian ammaliatore come non mai, se non bello accortamente ringiovanito, oggettivamente mondato da qualsiasi peccato (vedi scoop del cactus e scandali e scandaletti vari), circondato da una sempre più numerosa comunità di sguardi vigili et innamorati, in apparente et perfetta letizia con il mondo intorno. Domanda: ma è tutto davvero così anche se non ci pare – e dunque la prospettiva super-partes che riguarderebbe direttamente i destini della nazione è da guardarsi obbligatoriamente in positivo – oppure esiste, riposto in un qualche cantuccio segreto, un mefistofelico-ritratto (politico, si intende) di tipo wildiano che dimostrerebbe altrimenti? Temo che, come per tutte le maggiori questioni del nostro vivere, lo scopriremo soltanto vivendo e molto potrà raccontare, lungo il suo faticoso corso, l’anno appena iniziato. Gli auguri a tutti sono dunque d’obbligo, gli scongiuri (di qualsiasi natura e da qualsiasi parte politica vengano) una opzione da non sottovalutare.

Rina Brundu

01/01/2011

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