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Natale ogliastrino 2010

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Ancora sul fare impresa in Ogliastra e sugli incidenti sul lavoro…

Qui, in Ogliastra, e nel comune di Villagrande Strisaili in particolare, non si è trascorso un Natale qualunque. Non avrebbe potuto esserlo davvero dopo il disgraziato incidente sul lavoro occorso martedì scorso in un cantiere di Arbatax, e che ha causato la morte di Daniele Floris un ragazzo villagrandese di soli 20 anni. Gli altri tre compagni di sventura, che come lui sarebbero precipitati da un tetto dotato di una copertura instabile, riversano pure in gravi condizioni all’ospedale.

Naturalmente si potrebbe e si dovrebbe dire tanto, sulla sicurezza nei cantieri, sulla sicurezza nei luoghi di lavoro in generale, sulla formazione professionale, soprattutto sulla dis-informazione professionale che in Ogliastra, così come in altre zone della Sardegna, è conditio nefasta e cronica, e lo faremo. Per intanto, resta il dolore per la scomparsa di una giovane vita e per la sofferenza dei suoi compagni. Di converso, si spengono gli echi delle molte tante parole che, come usata costumanza, in questi casi tragici ci si è affrettati a raccontare.

Il problema, a mio modo di vedere, non è tanto la retorica d’occasione (in date situazioni è pur quella necessaria o comunque aiuta nel consolare l’anima), ma la retorica che sa a priori di essere fine a se stessa. Del resto, non potrebbe essere altrimenti. Ho passato 15 anni della mia vita in svariate multinazionali, americane ed europee, dal settore tecnico (hardware e software) al settore finanziario e, se qualcosa mi hanno insegnato queste esperienze è proprio che l’esperienza insegna. Ne deriva che non si può pensare (meno che meno si può pensare di farlo con la retorica) di costruire una cultura-del-lavoro (conditio sine qua non per creare una qualsiasi base solida di evoluzione economica e sociale) senza averla mai vissuta, senza averla conosciuta, senza averla mai finanche immaginata.

Certamente l’Ogliastra non è l’Irlanda di una decade fa. Ovvero, quell’isola Smeralda che era riuscita a creare una sinergia davvero produttiva tra fattori fondamentali di crescita. Parlo dunque della formazione professionale, parlo dunque di una perfetta politica fiscale capace di attirare le compagnie internazionali, parlo dunque di una indovinata filosofia lavorativa improntata ad un positivismo eccezionalmente produttivo. Dietro questo favoloso sfondo non mancava persino una data attitudine tutta irlandese a compiacere i loro ospiti, a farli sentire a casa, a mettersi a loro disposizione in prima persona.

Per certi versi quest’ultima è pure una caratteristica ogliastrina. O almeno lo era. Di fatto, i tempi cambiano e gli abitanti delle isole interne d’Ogliastra stanno cambiando con loro. I am afraid non in meglio però. Mi pare infatti di avvertire una crescente tentazione ulteriormente-isolazionastica, laddove l’isolazionismo non riguarda più soltanto i diversi centri abitati come accadeva in passato, ma agisce a livello familiare e addirittura personale. Ne deriva che ogni ogliastrino diventa una sorta di microcosmo-a-se-stante in rotta o in diretto conflitto con gli altri microcosmi che lo circondano, che siano questi individui, che siano queste società private o istituzioni, che siano aggregati umani più o meno complessi.

Tutto sbagliato! Non si può costruire una Ogliastra diversa senza la compartecipazione delle diverse comunità accresciute di una coscienza-viva della loro forza e della loro effettiva potenzialità, anche quando guardate a livello di singola entità che le compone. In altre parole, non si può continuare a lasciare il destino della nostra terra nelle mani della retorica, per quanto necessaria, per quanto a volte l’unica arma a disposizione di un qualsiasi animo-amministrativo-impegnato e ben disposto. Occorre dunque rimboccarsi le maniche, tutti quanti, impegnarsi nell’acquisizione di una efficace cultura-del-lavoro, quella stessa che ha fatto miracoli in altri luoghi (spesso e volentieri più aridi, in tutti i sensi, dell’Ogliastra di oggidì), e trapiantarla qui.

Il miracolo naturalmente non possiamo garantirlo e non sarebbe nostro compito farlo, ma un campo ben seminato raramente lascia senza frutti anche durante la peggiore delle carestie. Per non parlare poi di quando torna la buona-stagione e, sotto un sole benigno ed un cielo chiaro e bellissimo come quello ogliastrino,  quel giardino coltivato saprà risorgere e presentarsi rigoglioso da par suo.

Rina Brundu

26/10/2010

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