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Continente Mou

Barcellona – Real Madrid 5 -0

di Rina Brundu. Sei mesi dopo le delusioni mondiali è bello scrivere ancora di calcio. Che, tanto per cambiare, parla sempre spagnolo. Tuttavia, dopo la brillante partita e il perentorio cinque a zero con il quale il Barcellona ha battuto il  Real Madrid di José Mourinho, ci sentiamo in qualche modo riconciliati con le ragioni grandi di questo splendido sport e lo scriverne costa meno fatica. Nel farlo è d’obbligo ricordare anche la squalifica inflitta dall’UEFA all’allenatore portoghese per le espulsioni pilotate di Xabi Alonso e Sergio Ramos.

Naturalmente, non siamo qui per godere delle disgrazie sportive altrui. Volendo essere completamente onesta però, dovrei confessare che il modello agonistico proposto dal personaggio Mourinho non mi piace. Soprattutto, a non piacermi è l’icona mitica e mediatica che lo contraddistingue. Una icona che, a mio modo di vedere, mal si concilia con i veri valori che dovrebbero essere messi in gioco nelle competizioni sportive. Valori quali l’umiltà e soprattutto il gioco-di-squadra che consegna al calcio giocato (in questo caso) o, alla peggio, ai giocatori in campo, il ruolo di prima-donna, non all’allenatore.

Naturalmente, mi preme ribadire che io sto parlando del personaggio Mou e non della persona José Mourinho. Di fatto, questo personaggio, questo specialissimo character sportivo è stato costruito a tavolino da diverse parti in causa, primi fra tutti i media. A questo proposito, rimane impressa nella mia memoria la telecamera-dedicata che durante l’ultima finale di Coppa Campioni (finale giocata a Madrid, il 22 Maggio 2010 e che ha visto l’Inter avere la meglio sul Bayern Monaco per due reti a zero), seguiva questo allenatore ad ogni passo. Di più, ne registrava ogni minimo movimento e lo riproponeva ad intervalli brevi e regolari sullo schermo in maniera davvero fastidiosa. Non stupirebbe scoprire che il primo ad esserne infastito fosse proprio l’oggetto di tanta attenzione, ovvero l’uomo-Mourinho.

Certo, lo sport, e il calcio in particolare, vive e ha sempre vissuto di miti e di riti propri. E non è scritto da nessuna parte che questi miti e questi riti debbano essere eticamente perfetti. O che debbano mostrarsi tali per chissà quale beneficio di facciata. Per inciso, siamo pronti a scommettere che l’uomo-Mourinho sia, in cuor suo, l’opposto di quanto detta la sua immagine mediatica. Epperò, se consideriamo che un importante obiettivo ideale degli uomini e delle donne che si dedicano allo sport in maniera professionistica, e che nello sport primeggiano, è anche quello di proporre un dato esempio, allora a me sembrerebbe che davvero non ci siamo.

Per carità, nessuno sta chiedendo a Mourinho che, alla maniera di un Coppi e di un Bartali d’antan, si sfianchi correndo a porgere la borraccia ad ogni giocatore avversario sfinito, e magari in procinto di tirare un rigore contro la sua porta, ma di certo sarebbe bello ritrovare i giocatori in campo e gli allenatori in panchina. Al riparo dalle troppe luci della ribalta. Al più, va benissimo avvistare i coaches ai bordi del campo, mentre intenti a fischiare. Proprio come di solito fa il grande Trap. Grande in tutti i sensi, come ha dimostrato, in questi tempi di crisi economica senza pari per la sua Irlanda,  con la decisione di ridursi lo stipendio. Un cavallo di razza infatti si fa notare anche quando rallenta il passo per trottare insieme alla squadra, lo stesso dovrebbe potersi dire di un buon allenatore di calcio.

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