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PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 9. Breaking News

Il sogno di Sonny

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Amarcord irlandese.

di Rina Brundu. Fa male al cuore sentire le notizie che circolano in questi giorni sull’Irlanda. Mi riferisco alle voci incontrollate sulla tenuta del sistema-Paese, alla quasi certa necessità di finanziare Dublino onde permettere alle banche di ricapitalizzarsi, alle smentite e alle controsmentite sulla presunta richiesta d’aiuto dell’Isola Smeralda all’Europa e via così informando. Fa male al cuore soprattutto perché quella di cui parlano è anche la mia terra, terra amatissima e generosissima, terra bellissima, indimenticata e indimenticabile.

Nel 1993 l’Irlanda era ancora una nazione fondamentalmente dimessa. Viveva annichilita dai suoi mali di sempre: la povertà cronica, il sogno emigrativo in quel d’America o d’Australia, la secolare soggezione davanti al potente vicino di casa. Agli Irlandesi rimaneva soprattutto la naturale dolcezza e un’orgoglio atavico mai domato. Nel Nord l’IRA dettava legge e i carrarmati pattugliavano Belfast: non c’era mese che trascorresse senza lasciarsi dietro un bloody Monday, un bloody Sunday, un qualsiasi dannato giorno della settimana sfregiato dall’ennesima esplosione che reclamava sangue.

Nella Repubblica le cose si muovevano lente. Ma si muovevano. L’accorta politica fiscale, la formazione di un know-how tecnico non indifferente – soprattutto grazie all’utilizzo indovinato dei fondi europei – e in linea con le esigenze di sviluppo dei nascenti giganti americani informatici, il fattore-lingua-inglese erano tutti elementi che lavoravano in maniera sinergica a creare la base per l’incredibile boom economico che nei successivi 15 anni avrebbe mutato il volto del Paese. Per sempre.

Nei pub dublinesi una delle canzonette folk più popolari era Sonny’s Dream, un motivetto malinconico ma orecchiabile che a suo modo raccontava molte delle vite che si annacquavano con pinte di birra mentre lo ascoltavano. Come per tanti di quegli avventori, anche il sogno di Sonny era sempre stato un sogno di evasione, solcare i mari, vedere il mondo. Ma, suo malgrado, Sonny sembrava destinato a restare un contadino, gravato dal pesante lavoro in fattoria, trattenuto nell’agire dal monotono lamento di sottofondo della vecchia madre che lo pregava: “Oh, Sonny don’t go away, I am here all alone, And your daddy’s a sailor who never comes home.  And the nights get so long and the silence goes on, And I’m feeling so tired, I’m not all that strong”.

Fino a quando il miracolo tanto invocato si concretizzò per davvero: venne il tempo del boom e tutti i Sonny d’Irlanda corsero a Dublino. Trasformarono la città, si rifecero il look, diventarono managers, consultants, architteti, costruirono case, ville e palazzi; investivano a Wall Street e negli appartamenti a prezzi modici che la Spagna edonista di Zapatero si premurava di far spuntare come funghi. Subprime. E poi c’era l’Europa, che agli oramai ricchi irlandesi diventò invisa in un battito di ciglia. Quella stessa Europa che oggi dovrebbe tendere loro una mano e alla cui tavola imbandita avevano mangiato per anni. Neppure troppo tempo prima.

Come è corta la memoria umana! Quasi quanto è stato corto il bel sogno di Sonny. A ben guardare, forse aveva ragione la vecchia madre: “Oh, Sonny non andare via, io resterò qui tutta sola, tuo padre è un marinaio che non torna a casa mai. Le notti sono lunghe, il silenzio sa di morte, mi sento così stanca, non sono più tanto forte….”.

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