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Giornalismo online: il filo di Arianna

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Sul fallimento dei format giornalistici digitali Made in Italy

di Rina Brundu. Ho scritto in altre occasioni, di come il The Huffington Post, di Arianna Huffington, sia l’unica esperienza giornalistica online che si sia conclusa con la creazione di un vero e proprio giornale digitale in grado di rivaleggiare, per prestigio e capacità di influenza, con i più blasonati concorrenti cartacei. La riuscita dell’operazione è testimoniata dall’indubbia “popolarità” (in senso lato) raggiunta dal quotidiano, dalla sua capacità di creare nuove firme e, dulcis in fundo, dalla sua capacità di generare reddito e dunque di autofinanziarsi.

Una analisi delle dinamiche che hanno portato ad un tale risultato, non potrebbe prescindere da un’analisi della figura che lo ha propiziato. Arianna Huffington, nata Arianna Stassinopoulos, non era infatti una novizia quando ha cominciato ad interessarsi di digital journalism, quanto piuttosto una professionista di successo che aveva già tentato una discesa nell’arena politica. Come non bastasse, la signora in questione conosceva bene le “necessità informative” della Politica, anche in maniera indiretta, e dunque  nel suo ruolo di moglie del miliardario repubblicano, e membro del Congresso, Michael Huffington.

Queste brevi note biografiche non sono state scelte a caso. Di fatto, le stesse dimostrano che la Huffington poteva contare, per una felice riuscita della sua esperienza di direttore-online, su tre elementi fondamentali: il nome, i mezzi e le circostanze, ovvero il perfetto universo di riferimento dentro cui fare vivere e fare crescere la sua creatura. Anche un lettore non troppo addentro alle dinamiche tecniche che governano l’esistenza di un qualsiasi blog, dopo pochi giorni di frequentazione, si troverebbe costretto ad ammettere che la strabiliante capacità di quell’angolo virtuale di ramificarsi, di assimilare e riconvertire la notizia non potrebbe prescindere dal notevole “sforzo” finanziario necessario a farlo vivere. Così come non potrebbe prescindere dal compiuto universo di riferimento di cui si è detto, laddove migliaia di users, che incidentalmente sono anche la crema dell’establishment culturale, politico, tecnico americano (ma non solo) di oggidì, concorrono, tutti-insieme-appassionatamente, a fare del The Huffington Post il vero “quotidiano” del futuro.

Da non sottovalutare è infine l’importanza del primo elemento citato, ovvero la notorietà della firma (il nome) che ha dato il via al progetto. Sembrerebbe infatti che in questi tempi di preistoria della Rete,  sia questo un fattore ancora determinante al fine di garantire una “giusta partenza”. La validità di una simile affermazione è verificabile anche in Italia, dove alcuni blog o magazine online sono riusciti ad emergere sui-tanti proprio in virtù della notorietà (soprattutto televisiva) precedentemente acquisita dai loro fondatori. Tuttavia, questo non è mai accaduto per quanto riguarda il giornalismo-tout-court. Ne deriva che nel nostro Paese non esistono dei veri quotidiani digitali. E dunque non esistono angoli giornalistici virtuali in grado di rivaleggiare, per prestigio e “capacità di influenza” con gli spazi occupati dai quotidiani tradizionali (sia su carta che in formato digitale).

Paradossalmente, da noi, tutte le esperienze giornalistiche internettiane che avrebbero avuto il potenziale per cambiare il nostro modo di fare giornalismo, e proiettare questa professione verso il suo imprescindibile futuro (che sarà solo e soltanto in Rete), hanno optato per quella che potrei definire  una modalità propositiva di “basso profilo”. Vale a dire hanno rinunciato in partenza alle possibilità offerte dall’elemento “nome” di cui abbiamo già detto. Francamente non so se Arianna Stassinopoulos avrebbe “potuto” quanto ha potuto Arianna Huffington. È tuttavia ipotizzabile che quel suo secondo appellativo (pure più americaneggiante) abbia saputo diventare elemento importante nella costituzione del fantomatico “filo” orientativo necessario per non “perdersi” dentro gli intasati e imprevedibili labirinti dell’interweb.

Questa riuscita combinazione di fattori vincenti non è invece mai esistita in Italia. Tra le tante ragioni il fatto che i format digitali impiegati (dal giornaletto online, al magazine più impegnato e memore delle severe impostazioni editoriali del giornalismo tradizionale, ai bulimici siti di aggregazione della notizia, etc) sono stati, rispetto alle necessità giornalistiche che andiamo considerando, una specie di fallimento. Oltre all’elemento “nome” è infatti venuto a mancare l’elemento “mezzi”, e dunque il fattore risorsa-economica (non mi risulta di alcun editore che abbia deciso di finanziare una avventura giornalistica digitale che mirasse a fare diretta concorrenza ai quotidiani tradizionali), ma finanche l’elemento compiuto-universo-digitale-dentro-cui-vivere. Ovvero, è venuto a mancare quell’establishment culturale, politico, tecnico a supporto che abbiamo già verificato essere una condizione obbligata per una riuscita dell’impresa.

Del resto, è difficile immaginare nel Bel Paese un filo virtuale che aiuti ad uscire dall’intricato labirinto di problemi reali. Sarà che sono troppi questi ultimi, o più semplicemente che non fa parte della nostra cultura. Per dirla altrimenti, i minotauri metà e metà non fanno per noi e nel dubbio che intendano mirare alle parti basse, meglio bloccarli subito per le corna!

2 Comments on Giornalismo online: il filo di Arianna

  1. Anche in questo caso, oltre al mitico Vittorio Pasteris, vorrei ringraziare il sito di FAI NOTIZIA.

    http://www.fainotizia.it/2010/08/19/giornalismo-online-il-filo-di-arianna

  2. Vorrei rimandare ancora a FAI NOTIZIA che ha permesso anche la nascita di un piccolo dibattito sul tema giornalismo onle. Grazie.
    http://www.fainotizia.it/2010/08/19/giornalismo-online-il-filo-di-arianna#comment

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