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Dis-unions

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Sul ruolo dei sindacati in tempi di crisi

di Rina Brundu. Dopo il default Lehman Brothers del 15 Settembre 2008, e nella successiva crisi finanziaria globale che ne seguì, uno degli aspetti che maggiormente mi colpirono in quel d’Irlanda fu il quasi totale venire meno del ruolo dei sindacati. Vi era qualcosa di paradossale in quello che stava accadendo, dato che mai come in quel momento una loro presenza attiva sarebbe stata indispensabile.

Di fatto, mi rendevo conto che l’assenza delle unions non era viziosa. Non era neppure un’assenza. Semplicemente, tanto più è perniciosa la crisi tanto più il ruolo del sindacato diventa marginale. È  una verità e non può essere altrimenti. Di sicuro, non poteva essere altrimenti nel burrascoso aftermath del crollo Lehman quando i posti di lavoro cominciarono a rovinare a centinaia di migliaia come ciliegie appese ai rami fragili di un albero sbatacchiato dall’uragano più spaventoso.

Ma non poteva essere altrimenti neppure nel tempo che ne seguì quando, dopo mesi e mesi di orizzonte cupo, la situazione cominciò a stabilizzarsi. Solamente in apparenza si intende. Fu infatti quello l’inizio di uno status-quo veramente deleterio e che, a mio modo di vedere, nessuno si è mai preso la briga di andare a verificare con l’attenzione che meriterebbe. Uno status-quo insalubre soprattutto nell’Isola Smeralda, appena reduce da un boom continuato che, per più di una decade, aveva suo malgrado contribuito a distaccare mentalmente gli Irlandesi e i loro ospiti residenti dalle dinamiche lavorative più severe che di solito governano il mondo.

Fu allora dunque che, con lo spettro del licenziamento che vagava libero lungo le verdi colline d’Irlanda, iniziò quel periodo di assoluto padroneggiare delle company sul destino dei loro uomini e delle loro donne. E proprio come accade durante il momento più oscuro di un qualsiasi regime dittatoriale la paura serpeggiava. La paura di dire la paura di fare. Ricordo soprattutto il silenzio rassegnato che lentamente andò prendendo il posto delle grasse risate e dell’incoscienza propiziata da anni di abbondanza e di edonismo esagerato.

Ricordo il passo affrettato degli Irlandesi che la mattina si alzavano insolitamente presto per andare al lavoro, ricordo i loro visi segnati dallo stress, ricordo i titoloni sui giornali e ricordo  i cartelli ON SALE appesi dalle agenzie immobiliari alle decine e decine di graziose villette spuntate come funghi durante la decade precedente. Ricordo anche cartelloni giganti aggrappati lungo tutta la superficie di edifici destinati ad uffici, e che un tempo avevano procurato affari d’oro, nei quali si leggeva un invito alle società a trasferirvisi e a pagare soltanto le spese.

E infine ricordo quel ritrovato parlare di emigrazione, di visita ai parenti in Australia, di desiderio di cambiamento. Erano gli stessi discorsi che gli avi di sempre avevano conosciuto per una vita e che per un fuggevole istante il tempo avevo dato l’illusione che potessero non farsi più. Ma si facevano. Occorreva farli. E ogni lavoratore d’Irlanda li faceva a se stesso. Nella più completa solitudine.

Ripensando a quel tempo mi viene adesso da parafrasare Proust. E da dire quindi che i legami tra gli esseri umani esistono solamente nel pensiero. La difficoltà (la crisi finanziaria?) nell’acutizzarsi li allenta, “e, nonostante l’illusione di cui vorremmo essere le vittime, e con la quale, per amore, per amicizia, per cortesia, per rispetto umano, per dovere, inganniamo gli altri (o veniamo ingannati?) noi viviamo soli. L’uomo è l’essere che non può uscire da sé, che non conosce gli altri se non in se medesimo, e che, se dice il contrario, mente”.

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