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PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 9. Breaking News

P.I.G.S.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

E se la “P” stesse per Politica, la “I” per Intrallazzi, la “G” e la “S” per Giornalismo e Stampa?

E se la “P” stesse per Politica, la “I” per Intrallazzi, la “G” e la “S” per Giornalismo e Stampa?

di Rina Brundu. Assodato che la corrente crisi finanziaria è soprattutto il risultato di anni di malaffare continuato, di uno spregiudicato gioco al rialzo, di un vizio speculativo mai venuto meno; assodata la necessità di invertire la rotta al più presto (perché tutto pare stia accadendo tranne questo); assodato che i P.I.G.S. (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna – non Italia, se il contentino può consolare) – ma in verità non solo loro – sono i Paesi che hanno avuto “la peggio” in questo gioco al massacro, non resta che da chiedersi quale futuro ci aspetta. E tenere le dita incrociate.

L’esercizio non servirà a molto però se, alla speranza di un domani più propizio, non si accompagnerà un’azione oltremodo virtuosa e mirata a dare man forte a quella possibilità. Questo vale anche nel campo del giornalismo. A maggior ragione, nel campo del giornalismo, direi!

Che la partita giocata dagli intrallazzi politici delle singole nazioni, dagli intrallazzi comunitari e internazionali, di concerto, o in apparente-contrasto con le-tane-dei-lupi-finanziari (controllori e controllati) sparse per ogni dove sotto il sole, e in dati luoghi più di altri (luoghi che non sono sicuramente né in Grecia, né in Portogallo), sia stata causa, concausa e ragione prima del presente disastro finanziario è anche questo un fattore assodato. Tuttavia, forse non è stata il solo elemento perturbatore che “tanto” ha potuto.

È indubbio, per esempio, che il ruolo avuto dalla Grande Stampa internazionale, nelle cose di questa terribile crisi finanziaria, non sia stato indifferente. Del resto, complici i nostri tempi digitali, non avrebbe potuto essere altrimenti!

Certo, le immagini dei newsboys (strilloni) che, durante la Grande Crisi del ’29, correvano incontro ai loro lettori affamati-di-notizie (et non), nelle strade e nelle piazze di New York, sono rimaste nell’immaginario collettivo. C’è da dire però che, per quanto si affrettassero e per quanto strillassero, quei volenterosi galoppini poco avrebbero potuto contro la potenza e la capacità di “attrazione” e di infiltrazione dei moderni news-media. Così come non più di tanto avrebbero potuto gli editoriali dei loro zelanti direttori e i titoli urlati a caratteri cubitali su quattro colonne.

Una differenza fondamentale, credo, tra il giornalismo che-è-stato, e quello che mi ostino a chiamare giornalismo-online (che non è una mera trasposizione digitale di obsolete metodologie riguardanti il fare-notizia-per-informare-l’onesto-lettore, ma è una applicazione scritturale che vive di sue particolarissime dinamiche e guarda ad un pubblico senz’altro più informato e/o smaliziato) è che il primo le notizie le consacrava a-posteriori, il secondo è in grado di produrle. O, per meglio dire, di anticiparle, di fomentarle, di deviarne il loro corso e, nei casi più gravi, di determinare azioni, tutt’altro che virtuali, che possono fare da backbone sostanziale a quelle novità così pre-confezionate.

Non è poco e non è un argomento da liquidare con leggerezza. Non è poco soprattutto se questo tremendo potenziale informativo (e, ahimé, in teoria, altrettanto “disinformativo”) viene studiato alla luce delle diverse micro-dinamiche che hanno contribuito ad ingigantire la già nefasta crisi finanziaria di cui sappiamo. Di fatto, la possibilità che il giornalismo-online diventi (o sia già diventato) strumento nelle mani degli speculatori e degli approfittatori di cui sopra, è molto forte.

Perché questo accada non è necessario avere una “famigerata” linea editoriale che propizi simili aberranti comportamenti, ma può essere sufficiente la mera “passione” che un onestissimo “professionista” mette nel suo lavoro. Sì, perché – a dispetto delle straordinarie risorse della tecnologia imperante – rincorrere-la-notizia, inseguire lo scoop-informativo sono doveri e sogni rimasti immutati per uno spirito-nato-affascinato dalle “possibilità” di questo mestiere. La differenza sta invece tutta nell’orizzonte d’attesa del fruitore-lettore (in senso lato), che, in genere, di “spirituale” ha ben poco, e guarda piuttosto, in maniera molto interessata, alle necessità del portafoglio. Spesso, come hanno dimostrato i molti Madoff di questo mondo, senza alcuna decenza morale nel perseguire l’obiettivo.

Ne deriva che, un serio giornalismo-online nasce già con date responsabilità a carico. La responsabilità di limitare il titolo-gridato, la responsabilità di moderare i toni e di non strafare, la responsabilità di evitare la vocazione alla voracità e alla bulimia informativa, la responsabilità di evitare la Sindrome Al-lupo Al-lupo, la responsabilità di controllare le fonti, la responsabilità di proteggere gli “interessi” del lettore, la responsabilità di promuovere una informazione libera, e ad un tempo puntuale e credibile.

Ora che ci penso, mi sembrano quasi tutte responsabilità che competevano interamente pure al giornalismo tradizionale. Sarà per questo che sono preoccupata?

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