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Il punto “G”

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Saggio breve di Rina Brundu

di Rina Brundu. Naturalmente la “G” sta per “Giornalismo”, ma non me la sono sentita di spiegarlo-a-catenaccio, soprattutto per timore di perdere quei quattro lettori “interessati”, e sulla cui “curiosità intellettuale” confido per una completa visione di questo articolo. Anticipo, che non si tratta di lettura “di piacere”. Né, tantomeno, di scrittura “per piacere”. Il punto-da-farsi in questione, riguarda, in verità, una mia visione (profana) dello status attuale del giornalismo italiano. Con una particolare attenzione a quello con la “G” maiuscola. Appunto!

C’era una volta un certo giornalismo schierato. Prima del “compromesso buonista” corrente, s’intende. Il giornalismo di-questi-tempi, più che “schierato”, mi pare invece “inquadrato”. Me ne sono resa conto pochi giorni fa, mentre guardavo un noto talk-show di intrattenimento “politico”. D’un tratto mi sono accorta che il suo conduttore mi rimaneva fondamentalmente simpatico. E pure i giornalisti che lavoravano con lui. Per non parlare degli ospiti in studio. Gli opinionisti di destra così come quelli di sinistra. Ma anche i convenuti di centro, finanche quelli di “tre-quarti”.

Subito dopo ho realizzato che mi accadeva di provare le stesse sensazioni quando guardavo le altre trasmissioni  simili.  Conduttori, commentatori, ospiti trendy, persino lo svagato assistente alla regia che correva trafelato per passare il “gelato” mancante: mi erano tutti simpatici! Niente di male, per carità! Fa piacere vedere tanti nemici-per-la-pelle scambiarsi convenevoli. “L’amore vince sempre sull’odio”, dicono. E se la nostra anima risponde con un guizzo-felice, tanto di guadagnato per il fegato! Il problema é semmai dato dal fatto che – oggidì – è in questo tipo di “agorà” post-rivoluzione-televisiva che si presentano argomenti pregnanti per il destino del Paese e si crea-opinione-di-conseguenza. Possibile dunque che nessuno degli ospiti-negli-studi riesca mai a dire qualcosa “degno” di farci incazzare veramente? Ma, soprattutto: possibile che nessuno dei giornalisti-di-grido che di solito presenziano a queste trasmissioni, riesca a mettere un po’ di pepe nella camomilla? Oltre il trito ed il contrito, si capisce.

Quando ripenso, per esempio, alla modalità politico-giornalistica – tanto ormai è difficile capire dove finisce un “seminato” e ne inizia un altro – con cui sono state gestite le “cose” di queste ultime elezioni regionali, non riesco a togliermi dalla mente Winston Churchill. Quel grande statista sosteneva che:” Gli Italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre”. Io aggiungerei che preparano pure le elezioni dei loro rappresentanti con lo stesso spirito caciarone. Nello specifico mi riferisco alle querelle e contro-querelle giornalistiche montate ad arte (sia da chi era pro che da chi era contro) in occasione della “chiusura” dei talk-show, alle candidature di facciata, ai comizi da carnevale-di-Rio-andato-a-male, ai soliti giochi e giochetti e via così trotterellando perché, è noto, non è opportuno porre limiti alla Provvidenza.

Fortuna che poi a far digerire le sconfitte, o a diluire le gioie delle vittorie, ci hanno pensato le vacanze pasquali”. Non a caso, i connazionali ci si sono buttati da par loro. E giù dunque con le tavole imbandite di agnello arrosto e patate al forno, con le uova colorate, con i regalini ultima-generazione, con le gite fuoriporta nel deserto del Gobi. Del resto, perché preoccuparsi quando si sa dell’esistenza di cotanto, insonne,  cane-da-guardia (nda: il giornalismo “inquadrato”) intento a vigilare?

Ma mentre il giornalismo “inquadrato” vigila, a noi cittadini-scettici-e-maldestri, non pare poco ciò che “sembra accadere” in questo nostro disgraziato Paese. Visto dalla destra-del-signore, infatti, parrebbe che una solida maggioranza possa finalmente dare quella garanzia di stabilità a lungo ricercata. Come non bastasse, sembrerebbe ci sia una possibilità-storica, per quello stesso Esecutivo, di mettersi finalmente al lavoro. Indisturbato. Eppur-tuttavia, è proprio in presenza di simili “fortunate-congiunture” che una Stampa davvero libera e davvero degna di questo nome, avrebbe il DOVERE di vigilare con rinnovata attenzione. Questo perché, da noi, man mano che gli anni passano, il “seggio-politico-faticosamente-conquistato” a titolo-individuale, tende a diventare feudo-di-famiglia per usucapione. Ed è inutile dire che, quando ci toccano la famiglia, qui, in Italia, siamo capaci di fare cose “turche”. Spetterebbe dunque anche al Giornalismo con la “G” maiuscola, ricordare, a tutti noi, che i diritti e i privilegi che derivano dalla lotta politica (non vi è nulla di scandaloso, a mio modo di vedere, nel fatto che esistano) vanno conquistati ogni giorno sul campo. E non solamente quando in vista dell’ennesima tornata elettorale.

E che dire dell’uovo-pasquale visto dall’altra parte della barricata, se si fa fatica ad individuare finanche una credibile linea d’azione politica? Un qualsiasi valido piano di riscossa? Un piano di lotta importante soprattutto quando, da quello stesso lato dello steccato, corrono le speranze dei lavoratori, dei precari, dei meno privilegiati tra i nostri conterranei.  Di quella parte del Paese che, se cinquanta anni fa si illudeva di avere comunque una propria valida rappresentanza – e, grazie a quella, di riuscire ad esprimere in maniera visibile la propria insoddisfazione, di contare qualcosa – oggi si ritrova privata persino dell’illusione-che-così-possa-essere. L’aspetto che salta immediatamente all’occhio, è il tentativo stoico di aggrapparsi ad una leadership carismatica (che non vuole dire fare riferimento ad un leader incaricato) attraverso una cooptazione a-random. Di fatto, per diventare parte dell’establishment sembrerebbe sia sufficiente essere affetti dalla Sindrome del basta-che-qualcuno-dica-qualcosa-di-sinistra-da-un-qualunque-pulpito-a-favore-del-partito. Ed ecco allora il grande capo spirituale: pronto, cotto a puntino, impacchettato e già-illuminato-sulla-via-di-Damasco. Francamente, di-questi-tempi-tecnologicamente-industriati, non basta!

Anche davanti a codeste prospettive di immobilismo perenne, é inutile dire che, ad attivarsi per sensibilizzare l’opinione pubblica con una certa urgenza, dovrebbe essere compito di un “dato” Giornalismo. Non si nega che sia uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur farlo. Difficilmente però potrà farlo un giornalismo apertamente schierato o, viceversa, “inquadrato”. Quasi “piacione” nel suo bearsi dell’essenza-arrivata. Insomma, quel giornalismo che si produce quando lo spirito-che-scrive cede il passo al corpo-che-si-mostra.

Naturalmente, non credo affatto che il giornalismo del corpo-che-si-mostra sia tutto ciò che produce la madrepatria in questo campo. C’è senz’altro anche un giornalismo con la “G” maiuscola. O, per meglio dire, ci sarebbe. In Italia però, quest’ultima categoria, avrebbe il vizio di guardare e di lasciar-fare. Alla meno-peggio, osserverebbe con attenzione. Magari da un qualche rifugio inarrivabile situato in alta montagna. In un luogo romito, ideale. Un sito fisico, e virtuale ad un tempo, da dove dirigere, come valenti professori d’orchestra, le infinite querelle con i colleghi di pari grado. Perché, date intese intellettuali, riguardano solo un ristretto drappello di eletti.

Per i comuni-mortali basta un saggio, pubblicato con puntualità svizzera, ad ogni fine d’anno. O inizio. O giù di lì. Basta per i contemporanei, ma soprattutto basta per i posteri. Saranno loro, infatti, a beneficiare-al-meglio delle perle-di-saggezza contenute in quei preziosi tomi e a ritrovarsi il cammino illuminato di conseguenza. Saranno soprattutto loro, a capire, nel giusto tempo, la vera-natura-dei-nostri-mali contemporanei e ad “intuirne” la cura che-avrebbe-fatto-il-miracolo, man mano che procedono nella lettura. Peccato però che la pastiglia della felicità serva adesso. Dopo, potrebbe essere troppo tardi. Soprattutto per i posteri, s’intende!

Credo che una differenza fondamentale tra la letteratura e il giornalismo, possa essere il fatto che la letteratura, volendo, può limitarsi a puntare il dito verso il guado melmoso, mentre il giornalismo deve necessariamente sporcarsi mani e i piedi nel tentativo di attraversarlo quel guado. Insieme agli uomini e alle donne di buona volontà. Politici-per-professione o apolitici che siano. Senza quel sacrificio, il giornalismo non sarebbe tale. Meno che meno nella nostra bellissima Italia. L’alternativa sarebbe un ritrovarsi a concludere che il giornalismo con la “G” maiuscola da noi non esiste. O, per dirla con i miei quattro lettori “interessati”, che il punto “G” non esiste!

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