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Giornalismo online: la leva “borghese”

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Sul compromesso buonista corrente ed altre considerazioni

Sul compromesso buonista corrente ed altre considerazioni

di Rina Brundu. Nell’articolo “I giornali e gli operai” (Avanti!”, edizione Piemontese del 22 dicembre 1916), Antonio Gramsci così scriveva: “Centinaia di migliaia di operai, danno regolarmente ogni giorno il loro soldino al giornale borghese, concorrendo così a creare la sua potenza. Perché? Se lo domandate al primo operaio che vedete nel tram o per la via con un foglio borghese spiegato dinanzi, voi vi sentite rispondere: ” Perché ho bisogno di sapere cosa c’è di nuovo”. E non gli passa neanche per la mente che le notizie e gli ingredienti coi quali sono cucinate possono essere esposti con un’arte che diriga il suo pensiero e influisca sul suo spirito in un determinato senso….. E non parliamo di tutti i fatti che il giornale borghese o tace, o travisa, o falsifica, per ingannare, illudere, e mantenere nell’ignoranza il pubblico dei lavoratori. Malgrado ciò, l’acquiescenza colpevole dell’operaio verso il giornale borghese è senza limiti”.

A parte il termine “borghese” che, di questi tempi, sembra davvero un residuato di una lontanissima era geologica, ciò che colpisce in queste considerazioni gramsciane è la loro estrema attualità. Basta infatti una svagata lettura per comprendere che, lungi dal soffrire di una deprecabile sindrome degenerativa moderna, il giornalismo italiano è purtroppo nato con le sue croniche magagne.

Particolarmente interessante, a mio modo di vedere, è la metaforica “leva” descritta da Gramsci nel paragrafo considerato. Ovvero, l’arte di indirizzare il pensiero del lettore nella direzione desiderata. Il tema diventa tanto più interessante quando pensiamo al segmento temporale trascorso. Neppure la nostra epoca digitale, e senz’altro più smaliziata, sembra in grado di liberarsi da simili importanti condizionamenti.

Un valido esempio? Gli effetti del corrente compromesso buonista politico sulle “notizie” presenti in prima nei principali siti giornalistici italiani. Ritengo infatti che, nulla, se non l’azione di una provvidenziale leva-smacchia-tutto, avrebbe potuto determinare questo miracolo neanche figurabile solamente pochi mesi fa. Di quale miracolo parlo? Di quello della moderazione dei toni, dei titoli meno strillati, delle critiche da oratorio se comparate alle scudisciate-senza-pietà inferte quando la battaglia infuriava a colpi di indimenticabili scoop-del-cactus e via così.

C’eravamo tanto odiati, insomma! Ma così come non penso che l’espressione “Politica buonista” sia sinonimo di “buona Politica”, allo stesso modo non penso che il buon giornalismo si misuri con la sua “bontà” d’approccio. Rispetto al primo punto si potrebbe forse dire che non si può immaginare scenario peggiore per chi si aspetta risposte dalla Politica, di un momento in cui governo e opposizione vanno a braccetto e si scambiano salamelecchi nei salotti televisivi. Il portare rispetto per l’avversario politico, l’evitare esagerazioni da circo equestre dovrebbero essere la minima “qualifica professionale” che mette in tavola chi di Politica vuole occuparsi. Questo fattore non dovrebbe comunque impattare, in nessuna maniera, sulla forza e l’incisività della linea d’azione portata avanti. Perché non è con le buone parole e i salamelecchi che si ottengono risultati, ma con una capacità di chiara visione delle soluzioni da portare a ciascun problema considerato. E con la determinazione a implementarle.

Di converso, in simili contingenze, il compito del buon giornalismo dovrebbe essere quello di suonare la carica. E magari risvegliare le coscienze addormentate da tanta soporifera bontà. E’ in questi momenti infatti che un giornalista davvero indipendente dovrebbe dimostrarsi capace di fare il suo lavoro al meglio. Dovrebbe darsi da fare per portare in primo piano le molte questioni “nascoste” dalla cappa anestetica che le circonda. Dovrebbe “frustare” laddove gli “altri” si complimentano a vicenda, dovrebbe ammonire laddove gli altri rassicurano.

Nella nostra epoca digitale, oltre alla parola “borghese”, è purtroppo diventata obsoleta anche la parola “operaio”. Mi viene da pensare che questo possa essere accaduto perché la stessa aveva acquistato, col passare del tempo, e per merito delle lotte portate avanti da chi lavoratore si sentiva davvero, una dignità ed una novità che procura fastidio. Di fatto, gli operai dei nostri tempi si chiamano extra-comunitari, si chiamano badanti, si chiamano turnisti dei call-center, si chiamano nei modi più “cool” e disparati.

Tuttavia, con gli operai di cui parla Gramsci condividono le stesse aspettative, lo stesso desiderio di conoscere e di sapere. E soprattutto godono, o dovrebbero godere, degli stessi diritti. Il diritto ad essere rappresentati, il diritto a ricevere risposte oneste da chi li rappresenta e… dulcis in fundo, il diritto a leggere un giornale che, sebbene “borghese” nella sua impronta (quando borghese significa padrone, o più modernamente datore di lavoro), gli/le propone scenari quanto più possibili veritieri. Ed impegnati.

Questo, anche quando il romantico “soldino” di Gramsci, si è di fatto trasformato in un click pure distratto sulla Prima Pagina di un quotidiano online. In altre parole, la serietà d’intenti della stessa pubblicazione e del suo editore non dovrebbe mai potersi mettere in discussione.  “L’acquiescenza”, di questi tempi, infatti, un qualche limite ce l’ha.