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Sul “Gramsci revival”: ritratto di un pensatore sardo molto originale

Julka_Schucht_Delio_Giuliano_Gramscidi Michele Marsonet. Il “Gramsci revival” ora in corso su alcuni grandi organi d’informazione non sorprende più di tanto. Anche chi non proviene dalla tradizione marxista deve ammettere con onestà che il pensatore sardo appartiene al novero dei grandi teorici politici del secolo passato, e aggiungo che a mio avviso il raggio d’azione delle sue tesi può essere esteso senza problemi alla filosofia politica in quanto tale. L’appartenenza a scuole politiche e filosofiche diverse non dovrebbe insomma impedire di riconoscere l’assoluta originalità di un edificio speculativo così complesso e variegato.

         Ne è riprova il fatto che, nonostante il declino del marxismo, le sue opere continuano a essere lette e analizzate con passione. E’ noto che il “revival” di cui sopra non è iniziato in Italia. Forse perché – e azzardo un’ipotesi – da noi Gramsci viene subito collegato a Benedetto Croce, figura dominante della filosofia italiana per un lungo periodo e oggi meno popolare. Ma anche in questo caso i segnali di una riscoperta crociana non mancano e, anzi, stanno diventando sempre più evidenti.

         Il “Gramsci revival” è invece partito dai Paesi anglosassoni, e soprattutto dagli Stati Uniti. Credo che nessuno, nei decenni passati, avrebbe ipotizzato una rinascita dell’interesse gramsciano proprio in quel contesto culturale. Eppure non è difficile capire perché ciò sia avvenuto. Tra la “filosofia della prassi” di Gramsci e il pragmatismo americano esistono delle assonanze non solo lessicali.

         Gramsci conosceva alcune opere di William James e se ne trovano qua e là gli echi nei suoi scritti. Non solo. Le assonanze ci sono anche con un autore a lui contemporaneo, John Dewey, il maggiore esponente del pragmatismo del XX secolo. Dewey era convinto che la realtà ha un carattere processuale, e che le varie fasi di questo processo vadano interpretate nella loro continuità. Anche per Dewey, come per Gramsci, la filosofia – al pari delle scienze umane – deve tendere alla trasformazione delle strutture del mondo esistente, e indicare la direzione dell’azione trasformatrice. Accomuna inoltre i due autori l’analisi e la valutazione nettamente anti-positivista dell’impresa scientifica, nonché il rifiuto di ogni tipo di realismo forte, di una oggettività intesa in modo meccanicistico, del tutto esteriore ed extra-umana. Senza dimenticare le considerazioni illuminanti di Gramsci sul valore e sul significato della nozione di “senso comune”, che viene relativizzata con osservazioni spesso geniali rispetto allo sviluppo delle diverse società.

Certo i pragmatisti adottano una visione anti-fondazionalista della realtà e insistono sull’impossibilità di adottare un realismo “forte”. I fondatori della corrente anticipano addirittura idee poi rese celebri da Karl Popper. William James, per esempio, scriveva: che “l’astronomia tolemaica, lo spazio euclideo e la logica aristotelica sono stati strumenti adeguati per secoli, ma l’esperienza umana ha oltrepassato quei limiti. Ora sappiamo che quelle cose sono solo relativamente vere, o vere entro i limiti di quell’esperienza. Ma sappiamo anche che quei limiti erano casuali, e avrebbero potuto essere superati dai nostri predecessori proprio come lo sono stati dai pensatori attuali”.

Gramsci aveva colto la modernità di simili affermazioni e si mosse coerentemente in quella direzione. Era quindi anti-positivista poiché non considerava la scienza come paradigma unico della conoscenza umana. I suoi scritti denotano una totale estraneità al celebre “Diamat” imposto come filosofia ufficiale nell’Unione Sovietica staliniana. Inoltre è evidente la sua diffidenza nei confronti di un mondo stabile e ordinato di leggi naturali e prevedibili, ma proprio qui sta la sua attualità (sempre intesa in senso filosofico). Pertanto Gramsci non è importante solo per aver coniato espressioni e termini poi entrati nell’uso comune quali “nazional-popolare”, “partito come moderno principe”, “blocco storico” e “egemonia culturale”, ma anche – e soprattutto – per aver anticipato tesi del pensiero filosofico successivo. Non a caso viene per certi versi accostato da Richard Rorty e altri autori anche al secondo Wittgenstein. Gramsci e il filosofo austriaco erano amici di Piero Sraffa, che entrambi li influenzò. Vorrei infine notare che l’attenzione per Gramsci a livello internazionale non si limita ad autori di poco conto, tant’è vero che se n’è occupato a più riprese pure Amartya Sen.

Che sarebbe accaduto se il pensatore sardo fosse stato liberato da Mussolini e spedito nell’URSS? Non sarebbe quasi certamente sopravvissuto: troppo distante dal dianzi citato Diamat. Non so quanto sia fondata l’ipotesi – formulata da alcuni – di un Gramsci simile a Trotsky, sostenitore della “rivoluzione permanente” come il teorico bolscevico fatto assassinare da Stalin a Città del Messico. Forse il suo pensiero avrebbe preso proprio quella piega, nessuno è in grado di dirlo.

Ma quanto è davvero attuale il pensiero di Antonio Gramsci? Se guardassimo solo alla crescita della letteratura gramsciana nel mondo, specialmente a quella in lingua inglese e spagnola, dovremmo rispondere che è attualissimo. Già nel 1991 la bibliografia compilata da John Cammett fornì un quadro più che eloquente della fortuna di Gramsci, non solo in Europa, ma pure in Asia e in America. Oggi le citazioni si sono moltiplicate. Tre specialmente sono i versanti di questa crescita d’interesse: il campo vastissimo delle discipline antropologiche; quello degli studi sui rapporti tra struttura economica e sovrastrutture ideologiche e culturali, e quello infine delle ricerche sulla storia degli intellettuali e del loro ruolo nella società contemporanea.

         In tutte queste direzioni l’eredità culturale gramsciana continua a rappresentare un riferimento d’obbligo per studiosi di varia nazionalità e formazione ideologica; e non solo in Paesi del Terzo Mondo (nei quali a Gramsci si è fatto ricorso come teorico originale della rivoluzione) ma negli stessi Stati Uniti d’America, e nei centri più celebri della ricerca sociale e politica dell’Occidente. Se un calo d’interesse si è registrato è proprio in Italia, dove la crisi repentina non solo del sistema politico ma delle stesse culture dei grandi partiti di massa che ne erano protagonisti ha offuscato l’attenzione non solo nei confronti del pensatore sardo, ma in genere per tutti i grandi teorici della politica della prima parte del Novecento.

         Di Gramsci appare oggi inattuale la teoria del partito politico e quella, a essa strettamente collegata, degli intellettuali organici. Scomparsi i grandi partiti comunisti e socialisti, la stessa tematica del rapporto tra dirigenti e masse ha finito con l’esserne travolta, cadendo nel dimenticatoio. Ingiustamente, però, perché viceversa, a rileggere oggi le pagine gramsciane, specialmente quelle illuminanti dei “Quaderni del carcere”, non si può fare a meno di notare il valore di un’analisi che mette l’accento sulla problematicità del nesso tra chi rappresenta e chi è rappresentato, tra chi partecipa in prima persona alle attività della politica e chi ne costituisce troppo spesso il contorno silenzioso.

          La stessa Sardegna, che Gramsci collocò al centro della sua riflessione sulla rivoluzione italiana, cogliendone con acutezza la peculiare situazione sociale (assenza del grande latifondo, pastorizia nomade, relativa “libertà” degli intellettuali dal peso degli strati borghesi superiori) è ora ben diversa da quella degli anni Venti del secolo scorso. Nulla, o quasi, corrisponde più alla realtà oggetto dell’analisi gramsciana. Di quell’analisi, però, resta valido il metodo, la capacità di “leggere” le varie società nelle loro peculiarità, di coglierne i segni di identità e le differenze. E’ importante per lui l’identità, cioè la sensibilità per le radici, l’attenzione verso la cultura, la lingua e le manifestazioni dell’animo popolare, compresa quelle della Sardegna. “Lascia – scrive nel 1927 alla sorella – che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino spontaneamente nell’ambiente naturale in cui sono nati”. Il Gramsci “sardista” è tuttavia bilanciato dall’universalismo e dal cosmopolitismo propri della tradizione marxista.

Tutta la riflessione gramsciana sulla “religione dei semplici”, imperniata sul tema cruciale della necessaria riunificazione delle due culture e della partecipazione dal basso ai destini comuni coglie un punto delicatissimo della politica di oggi: com’è possibile, in società complesse come le nostre, impedire che l’élite dirigente si distacchi dal contesto sociale che la esprime? Come impedire, per dirla con lo stesso linguaggio gramsciano, che le avanguardie si separino dalle masse?

         Per Gramsci, che dal carcere guardava con preoccupazione alla degenerazione staliniana del gruppo dirigente sovietico degli anni Trenta, il punto era di assicurare nello Stato e nel partito la dialettica perduta, che egli considerava invece fisiologica, tra i “capi” e le “masse”. Nella società attuale la crisi della politica preconizzata da Gramsci appare in tutta la sua drammatica evidenza: crisi di linguaggio innanzitutto (i “semplici”, nella società dominata dai media, sono sempre più semplici, ridotti a subire e assorbire slogan elementari), ma anche crescente isolamento dei gruppi dirigenti, con la loro burocratizzazione, l’inesorabile separazione tra i vertici della piramide politico-sociale e le aspirazioni quotidiane, i sentimenti, le percezioni del mondo della gente comune.

          Leggiamo nei “Quaderni”: “La supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come dominio e come direzione intellettuale e morale. Un gruppo sociale è dominante dei gruppi avversari che tende a liquidare o a sottomettere anche con la forza armata ed è dirigente dei gruppi affini e alleati. Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere); dopo, quando esercita il potere diventa dominante ma deve continuare ad essere anche dirigente”.        L’egemonia è il concetto che, secondo Gramsci – permette di comprendere lo sviluppo della storia italiana e del Risorgimento in particolare, che avrebbe potuto assumere un carattere rivoluzionario se avesse acquisito l’appoggio di vaste masse popolari, in particolare dei contadini (la maggioranza della popolazione). Il limite della rivoluzione borghese in Italia fu quello di non essere capeggiata da un partito giacobino, come in Francia, dove le campagne, appoggiando la Rivoluzione, si rivelarono decisive per la sconfitta delle forze della reazione aristocratica.

          E’ noto che questa interpretazione del Risorgimento è stata a più riprese criticata. Mi preme tuttavia notare che per “egemonia” s’intende in questo contesto l’esercizio della funzione di direzione intellettuale e morale unita a quella del dominio, del potere politico. Il problema per Gramsci è di comprendere come possa il proletariato o in generale una classe dominata, subalterna, riuscire a diventare classe dirigente e a esercitare il potere politico, a divenire classe egemone. Le classi subalterne non sono unificate e la loro unificazione avviene solo quando “divengono Stato”, quando giungono a dirigere lo Stato, altrimenti svolgono una funzione discontinua nella storia della società civile dei singoli Stati. La loro tendenza all’unificazione “è continuamente spezzata dall’iniziativa dei gruppi dominanti” dei quali esse “subiscono sempre l’iniziativa, anche quando si ribellano e insorgono”.

Innovativa anche la concezione del “partito”. Il Principe invocato da Machiavelli non può essere un individuo singolo, bensì un organismo e “questo organismo è già dato dallo sviluppo storico ed è il partito politico: la prima cellula in cui si riassumono dei germi di volontà collettiva che tendono a divenire universali e totali”. Il partito pertanto diventa l’organizzatore di una riforma intellettuale e morale, che si manifesta concretamente mediante un programma di riforma economica, divenendo così “la base di un laicismo moderno e di una completa laicizzazione di tutta la vita e di tutti i rapporti di costume”.

E poi c’è il ruolo degli intellettuali. Certo, è inattuale l’intellettuale organico, che di quella teoria costituisce il perno cruciale. Del resto, organico “a cosa”, se lo stesso partito politico appare ora come un residuo superato del ventesimo secolo? Ma attuale resta tutta l’analisi sul ruolo sociale degli operatori dell’intelligenza, visti da Gramsci non tanto quali astratti elaboratori di idee, ma come un ceto professionale legato a precisi contesti sociali e a obblighi collettivi.

         Personalmente sono stato in un’occasione accusato di manifestare un’ammirazione “filosofica” per Gramsci che talora rasenta uno zelo di cui fanno le spese i suoi avversari ideologici. Ed è vero che io ammiro Gramsci come filosofo, anche se dai più non viene percepito come tale. A uno studioso di filosofia accade spesso di apprezzare l’opera di un autore che pure è lontano da lui sia per formazione sia per le tesi sostenute. Mi succede di ammirare, per esempio, anche Carl Schmitt nonostante la sua adesione al nazismo. E non sono certo il solo, vista l’originalità assoluta del suo pensiero. Lo stesso vale per il teorico sardo. Gramsci è stato un teorico e filosofo politico di grande statura anche perché ha introdotto innovazioni linguistiche poi entrate nell’uso comune. Non è un fatto banale: sono pochi i pensatori in grado di farlo e, quando accade, essi vengono giustamente ricordati e studiati. Il che significa che possono anche essere “interpretati” in modi diversi.

Detto questo, vi sono alcuni aspetti dell’attuale “revival” italiano che mi lasciano perplesso. Alcuni tirano, per così dire, Gramsci per la giacca pretendendo di staccarlo dal comunismo per farlo diventare socialdemocratico o – addirittura – liberale. Altri lo mettono in contrapposizione a Filippo Turati sostenendo la superiorità intellettuale di quest’ultimo. In questo caso è persino banale osservare che Turati fu un grande organizzatore politico, ma non certo un teorico che si distingueva per l’originalità delle sue tesi. E’ chiaro che dal punto di vista storico Turati aveva ragione e Gramsci torto. Il grande politico socialista vide subito quali sarebbero state le conseguenze della visione rivoluzionaria del marxismo e della sua interpretazione leninista. Di qui l’appassionata adesione al socialismo riformista e democratico. Tuttavia nei manuali di filosofia, italiani e stranieri, Gramsci è ben presente. Turati no: altri sono gli autori che si nominano quali teorici della socialdemocrazia, per esempio Eduard Bernstein. Del resto Turati non ambiva a essere un teorico; calava nella pratica politica concreta i principi elaborati dai padri fondatori del socialismo democratico. Quanto allo staccare Gramsci dall’alveo comunista, penso che l’operazione sia del tutto fantasiosa.

Torniamo per un attimo a uno dei più celebri concetti gramsciani: l’egemonia culturale. La questione politica dell’egemonia è strettamente connessa al tema della “società civile” ma, a ben guardare, essa pone l’elaborazione politica di Gramsci in contraddizione con una visione liberale della democrazia e dei suoi valori. Supponiamo che il partito-principe riesca davvero a conquistare l’egemonia in ogni strato sociale senza ricorrere alla coercizione. Nella teoria gramsciana tale risultato si può ottenere grazie al fatto che il partito della classe operaia è portatore di una visione del mondo superiore alle altre e, pertanto, “giusta”. In altre parole si tratta di un partito che ha scoperto le leggi di sviluppo della società umana diventando, di conseguenza, “storicamente necessario”.

Che accadrebbe se si scoprisse poi che le suddette leggi non ci sono, revocando in dubbio l’egemonia prima conquistata? Un tale partito sarebbe disposto a lasciare il potere cedendolo ad altri soggetti politici? La risposta è un chiaro “no”. Un’ipotesi di questo tipo non è neppure contemplata negli scritti del teorico sardo, anche se alcuni interpreti pretendono di inserirvela a forza. Questo è dunque il nodo cruciale: l’alternanza al potere è esclusa in linea di principio. Ne consegue che genialità e originalità a Gramsci vanno debitamente riconosciute, mentre è escluso che la sua teoria possa essere fruibile nel contesto politico odierno.

Significa – tutto questo – svalutare Gramsci? La risposta è un altro “no”. Va certamente ammirato e apprezzato, ma per quel che era: un teorico della prima parte del Novecento. Un marxista della Terza Internazionale, che intuì i limiti del suo stesso universo ideologico senza essere in grado di superarli in modo definitivo. Risulta ancora attuale perché è un classico e, com’è noto, i classici non tramontano mai. Può capitare che siano trascurati per periodi più o meno lunghi, ma in seguito vengono sempre riscoperti.

Dal mio punto di vista trovo assai strano che alcuni interpreti attuali si meraviglino di trovare nelle pagine gramsciane considerazioni come la seguente: “Il partito è il punto di riferimento di ogni atto utile o dannoso. Il Principe prende il posto nelle coscienze della divinità o dell’imperativo categorico”. Perché meravigliarsi? La frase si inserisce alla perfezione nella visione del mondo – e della politica – che Antonio Gramsci aveva in mente. Intendo semplicemente rimarcare che Gramsci è tanto un classico quanto un autore totalmente inserito nella tradizione comunista. Non ha quindi senso stravolgere il suo pensiero e farlo diventare, mediante contorsioni mentali, un esponente della socialdemocrazia o un teorico del lib-lab. Se è un classico leggiamolo come tale, senza tentare di modificarne l’identità.

Featured image la moglie e i figli di Gramsci. Fonte Wikipedia.

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