“Vivere si potrebbe solo che non
ti lasciano campare”.
(Motto yddish)
Sull’arido lembo di terra,
ambito scacchiere d’ intrighi bizantini
piangono con disperata gravità
le donne di Sion.
Sciamano alla “città vecchia”
turisti imbottiti di dollari
fra il ciarpame accatastato dei bazar
e il piancito consunto del Santo Sepolcro.
Nel fulvo tramonto che arrossa
le nude colline di Moab
si sperde lo stridulo richiamo
del venditore di focacce al sesamo.
Il rabbino cantilenando
recita salmi e vagheggia
un segno di speranza
per la sua terra smembrata.
Jerusalem patria dell’anima,
forziere di manoscritti miniati,
teca dorata di reliquie millenarie
scivola nel letargo occidentale
il grido sfocato dei tuoi figli uccisi.
Siena,1984
________________
RUAH
Le stelle, occhi della notte
scrutano dall’ oblò del cielo
la trepida luna infedele.
Così sola è la stanza delle lacrime,
colma delle mie debolezze.
.
Queste inutili mani
sono tralci secchi e nodosi
che non sanno pregare.
Tolti i calzari, come Mosè
mi accosto con tremore
all ‘ardente roveto del Tuo amore
che brucia e non consuma.
.
Nella tenda dell’anima
lacerata da false certezze,
e dal vento insinuante del dubbio,
attendo la Tua visita Signore,
“et a peccato meo munda me.”
Rendimi il senso profondo dello Spirito
e la gioia di essere salvata..
Siena, 5 dicembre 1991
________________
E SARA’ LUCE
Signore che creasti le stelle e le galassie,
l’universo infinito e la terra opulenta
dove la fresca erba spartisce il vento.
Dove il mare si placa
in un salso turchino
irte le prode del viaggio verso Te.
E negli incerti passi che tentiamo
sei come un padre che gioca
e si nasconde al figlioletto
che mal si regge in piedi.
E solo la speranza di vederti
apparire allevia bruciore alle cadute.
Non sempre comprendiamo
gli ignoti giorni del nostro andare
né la dovizia delle pene
che assiepano il cammino.
E quando come bestie ferite
non possiamo leccarci gli sbrani
che tritano le carni e inchiodano
il cuore, non basta un cielo azzurro
non basta il sole per vederci sorridere.
Così contiamo i giorni
del nostro scontento.
Ma Tu che ci hai promesso canestri
ricolmi di gioia dirada
gli agri mattini dell’inverno,
snebbia la strada del ritorno.
Malgrado l’ albagia di labili
preghiere crediamo in Te.
(Siena,rielaborata il 6 febbraio 1993)
E per una verisone audio: http://www.logoslibrary.eu/document.php?document_id=69216&code_language=IT
________________
LA RICERCA DELLA GIUSTIZIA
Ad Antonietta Grignani
Impotente, avvolta di pena
sono solita fremere d’ira
per le umane ingiustizie.
Sarà mai vendicato l’insano gesto
di Caino che seminò la morte
col sangue derelitto del fratello?
Antonietta credimi, mi dilania
Il pensiero dei vecchi abbandonati,
soffro per i raminghi senza tetto
per i malati nel fondo di un letto,
pel corpo profanato di un bambino
per tutti gli angariati della terra.
Non solo perché temo lo scudiscio
Divino che si abbatta sugli empi,
ma pavento la brutale crudeltà
di un pianeta assestato di denaro.
Dimmi diletta amica, cosa pensi
del nostro amaro vivere insensato ?
Valutiamo i percorsi della Storia
le astruse mappe di Letteratura.
Ci illudiamo di intendere però,
non basta miscelare le parole
per sanare l’aridità dell’anima,
le bufere dei cuori calpestati.
Dimmi, quale sarà il sostegno nostro?
Forse l’impegno o solo le omissioni?
Potremo garantire la giustizia
saziandoli col fiele e con la mirra?
A seni sterili e vuote mammelle
come prosciugheremo le lacrime?
Il ladro che ruba cibo agli orfani
odia la luce, agisce nelle tenebre,
nasconde il volto e la mano assassina
nel grigio marciume di Babilonia.
E’ tempo di slegare le catene
di curare le falle della barca.
Avranno i probi il bitume di un Arca
per navigare i procellosi flutti ?
Alta si proclami la verità,
pura e splendente come l’oro di Ofir.
Liberi dalle trame degli iniqui
da codarde omertà, sarà un ritorno
dalla morte alla vita.
Siena, Domenica 24 Novembre 2002
________________
LA META
Irragiungibile pare la meta
Tant’è lontana e aspra.
Pur non dispero
Di arrivare un giorno.
Contusa, affaticata,
ma non vinta.
Avrò mia ricompensa
Sulla vetta e felice
Saprò di aver sofferto.
Siena, rielaborata ottobre 1979
Selezione di testi religiosi tratti da “Codice interiore” di Maria Teresa Santalucia Scibona, Cantagalli Editore, 2012.
Nota redazionale: grazie bellissima Maria Teresa. Per il libro inviatomi e per l’altro regalo colà contenuto.
Nota 2: profilo critico in calce a questo articolo a breve.
Featured image Maria Teresa Santalucia Scibona. Dalla Rete.




















Sono io che ti ringrazio mia cara, anche a nome dell’Editore, per l’attenzione al mio nuovo libro e per il dono prezioso della tua raffinata scrittura che con tanta pazienza mi segue
negli anni e mi incoraggia.
Un grato saluto.
M. Teresa
E’ come incoraggiare il sole ad essere caldo, il vento ad essere fresco, lo sguardo di un bimbo ad essere dolce. Non serve! Un abbraccio carissima. RB
Belle, sofferte e disperate.
Bello è un aggettivo tipico dei sardi col quale non si esprime solamente un giudizio strettamente estetico, ma significa di volta in volta anche buono, saporito, sano, cresciuto, grosso, ecc.
Se Leopardi le avesse potute leggere, ne avrebbe tratto giovamento, nel senso che si sarebbe sentito ottimista almeno per un giorno.
Concordo pienamente Franco. Anzi, in una mia critica ad un precedente lavoro dicevo proprio di come in Maria Teresa, alla maniera del Leopardi, la sofferenza, anche fisica, sappia diventare “siepe” che esalta l’io lirico. Riporto il passo incriminato sotto, ma comunque ne scriverò ancora…. Ciao.
___________
Noi che non lesinammo
sacrifici e fatiche
invecchiando si rimpiange le mille
cose che non presero corpo.
Ora trasformati in paria
vogliamo tamponare
ricordi che s’avventano,
ponendo le transenne al cuore.
ZONA FRANCA è dunque MANIFESTO d’intenti ma, a livello strettamente lirico, diventa “siepe” che delimita ed esalta il viaggio dell’io-lirico.
http://rinabrundu.com/2011/12/18/maria-teresa-santalucia-scibona-lagnello-docile-desdemona-ed-il-tocco-di-blake-2/
belle e sincere
Quella “siepe” che il Leopardi non voleva o non poteva affrontare, mentre nella poesia della signora Maria Teresa è manifesta la volontà di “riuscire”, pur sapendo di avere sofferto. Queste sono poesie che si trasformano in un profondo lirismo, difficile, oggi, da incontrare
Grazie davvero
Un grazie particolare a Rina, ottima padrona di casa, per ciò che scrive sul mio conto,
Il nostro reciproco profondo affetto, la porta ad essere assai indulgente nei miei confronti..
*****************
Ringrazio molto il Signor Francu Pilloni, per l’attenta lettura dei miei testi
Il Suo paragone è troppo alto. Malgrado il pessimismo, Leopardi è una pietra miliare
della Letteratura, Al Suo confronto i miei modesti versi sono degli incerti balbettii!
Come malata di lunga degenza ( trentacinque anni di paralisi progressiva), ho adottato
il motto di PETER CAMERON; ” Sii forte e paziente: Un giorno questo dolore ti sarà utile.”
Infatti la fede e le preghiere sono per me un valido rimedio alle dure asprezze quotidiane.
Le pene invece, le uso come moneta celeste, quando chiedo i favori per le persone che amo ….
***************
Sono grata al Signor Emilio Gallo, è confortante sapere che la poesia possa ancora allietare la nostra mente. Inoltre sono convinta che la verità, oggi così obsoleta, sia
una forma di intima libertà intellettuale.
***************
Gentilissimo Signor Gavino, la sofferenza mi restituisce la gerarchia dei valori, mi aiuta
a scegliere con assoluta priorità le cose essenziali, e mi induce a valutare le effimere
precarietà dell’esistenza per scorgere la luce oltre l’immediato.
Lo scrivere poi, rappresenta un provvido ponte fra le strette barriere, il fecondo regno
dello spirito e l’esteso deserto della mia solitudine.
Vi ringrazio di cuore, per le vostre amicali considerazioni che mi hanno reso veramente
felice.
M. Teresa
Io ringrazio lei, signora Maria Teresa, perché ha letto il mio commento nel verso giusto. Dopo averlo riletto, infatti, mi è venuto il dubbio che fosse equivoco, che potesse essere interpretato diversamente. Ne ho parlato con Rina di questo mio timore, ma lei mi ha rassicurato.
Non sapevo delle sue sofferenze, se Rina ne ha scritto nel post, evidentemente l’ho saltato a pie’ pari, perché mi piace leggere le poesie senza averne sentito prima il commento da chicchessia. La ringrazio dunque per avermi concesso, nel dubbio, l’attenuante dell buonafede.
La saluto di cuore.
Gentile Signor Francu, evito di dire che sono malata poiché desidero che i miei testi siano
giudicati obbiettivamente, senza falsi pietismi, per carattere non mi piango addosso..
Mi creda, sono serena e alquanto ironica. Nessun equivoco dunque.
Solo la gioia di confrontarsi con gli amici, con i quali ogni tanto ci si confida.
Grazie di cuore per la sua ricca sensibilità.
Leggo solo oggi le sue parole, e avrei voluto leggerle prima perchè come acqua di fonte dissetano, così vicine a Dio nella sua forma più umana. Poso solo dirle grazie, grazie del brivido leggero che mi ha percorsa leggendo, grazie per parole che si possono indossare come un caldo mantello, mai auliche eppure sublimi.