Ti insegnavano, “is mannos (1)”, a loro modo. Per lo più non sapendo di insegnare. Ti insegnavano con il silenzio. Con gesti rari. Educati. Davanti al fuoco. Alla brace ancora ardente e alla cenere più fredda che si impadroniva del focolare e lo colorava della sua tinta smorta. Il fumo, a volte, non saliva lungo la cappa annerita e rientrava nella stanza, rosata, impregnandola del suo sapore, acre. Dalla finestra, minuta, dai vetri stanchi, entrava una luce diffusa, fastidiosa, a suo modo mancante. Di ogni splendore. A maggio tornavano i pastori. Dal Campidano e da ogni corno di Sardegna che nella brutta stagione aveva saputo di sole. Non era raro, allora, che qualcuno tra quelli si fermasse dai nonni. Per farsi raccontare. È fissato nel ricordo di bimba piccolissima la figura di un misterioso visitatore: gigante! Era un signore avanti negli anni, possente, una barba fluente, vestito di velluto scuro, portava i gambali e parlava poco. Mi guardava con occhi neri e profondi e di tanto in tanto annuiva ai discorsi-altri. Intimava rispetto ma non saprei dire perché. C’erano regole di quella atavica filosofia dell’anima che intuivo per affinità ma non riuscivo a spiegarmi. Non mi spiegavo la remissività apparente che mal si conciliava con il germe “balente” che, lo sapevo, viveva dentro di loro. Finanche di me. E non trovava pace. L’ombra sotto cui tale “tratto” prosperava era quella benigna e ad un tempo nefasta della grande montagna, antica di milioni di anni, abituata a comandare. Sul nostro destino, sui nostri pensieri, sulle nostre azioni mai troppo grandi. Ma senza riuscire a domarci. Quella combattuta era dunque antica guerra velata, riproposta ad ogni canto di gallo, ad ogni vagito di bimbo o ad ogni atteso ciclo di luna. Ma in tale continuata e silenziosa battaglia c’era scritto tutto di noi: piegati nel corpo ma spavaldi nell’anima. Soprattutto, liberi. Liberi come le aquile che pattugliavano i cieli chiari sbeffeggiando il cacciatore a valle. Liberi come i mufloni che dai crinali più aspri vegliavano sul loro futuro, segnato, fosse anche fatto di un solo domani. Liberi come leprotti che correvano veloci a nascondersi sotto l’ombrello che erano i funghi titani. Liberi come l’aria che nutriva lo spirito e respiravamo in abbandonza a titolo di compenso. Per il desco. Mancante. Di tutto. Il resto. Di tutto ciò che avrebbe dovuto fornirci coscienza della nostra identità. E delle sue possibilità. Dei nostri diritti e delle nostre speranze.
Ma, lui, il pastore gigante, pareva non farsene cruccio della contigenza, presente o passata, e proseguiva a “spiegarsi”, muto. Seduto su una sedia impagliata, poggiata alla parete quasi per carità, si limitava a fissare ora l’uno ora l’altro. Nella stanza. E non si muoveva. Quali storie mi nascondi? Pensavo. Speravo, le avrebbe rivelate almeno alla nonna, la quale, ne ero certa, le avrebbe riproposte la sera. Che lei aveva un dono per i racconti carichi di significato, per le morali importanti estrapolate dalla roccia più dura anche se a forza viva. L’ospite, era chiaro, non avrebbe proferito verbo. Non avrebbe impartito lezioni, non avrebbe commentato, illustrato, interpretato, chiarito.
Fu infatti nell’andarsene il suo dono più grande. Nella sedia vuota, nella cucina sgomberata del suo Essere essenziale, nelle domande mute destinate a diventare enigma. Per molti versi, eterno. Come dentro ogni filosofia degna che si interroga senza mai rispondersi e consegna un abbozzo di illuminazione alla mera benevolenza… del Tempo.
(1) lett. i grandi, gli anziani.
Featured image, muflone, fonte Wikipedia.




















Bel racconto, pieno di poesia e saggezza!
Ecco un altro tuo racconto, ecco quella memoria che allatta la tua mente, ecco quei personaggi che diventano “giganti” buoni agli occhi di quella bambina che eri,
Non sono pittore, Rina, ma quella stanza l’ho disegnata, c’ho messo tutti nel candore di quel silenzio, anche le pareti affumicate, la nonna, il fuoco, gli sguardi. Non sono riuscito a disegnare quella libertà, troppo grande, perchè in te, in voi che eravate e siete, c’era, custodita e tramandata sempre, da un’alba all’altra, con la scenografia di quei tramonti che vi accarezzavano.
E’ un racconto d’altri tempi, scritto col cuore, per coloro che sanno e capiscono la tua terra, che è anche la mia..
Ti ringrazio Gavino per la lettura romantica che ne fai.
In realtà il pattern era più pragmatico e all’insegna della morale: il silenzio è d’oro.
ps credo di avere perso la visione “romantica” ogliastrina da molto tempo ormai. E non mi manca.
Pensa un po’, se avessi letto questo racconto e non a tua firma, avrei detto le stesse uguali parole, perchè altro non avrei potuto dire.
Ottimo! Ma, ripeto, non è un racconto. E’ una parte, un brandello di un discorso tra me.. E un altro… discorso… Appunto! Saluti.
Grazie a chi ha ripreso questo pezzo.