di Rina Brundu. “Siete delle me**e!” ha detto ieri un noto comico tv riferendosi agli attentatori di Brindisi. Non si può che condividere. Ci sono momenti infatti in cui le parole forti servono più delle altre, pena lo scadere nella retorica connivente. Omertosa. Che tende ad abbondare. In ogni tempo.
Forse Charles Dickens avrebbe detto, invece, che questi sono “hard times”. Tempi difficili. Da un lato i vili attacchi della criminalità organizzata (di qualunque matrice sia), ai danni di angeli innocenti, dall’altro la furia della natura che di etica e coscienza nulla sa e continua impassibile ad interpretare il suo duplice ruolo di madre benigna e suocera irascibile. Di sicuro, per caso o destino, nel calderone sociale post-digitale, e post crisi tecniche e finanziarie, bolle di tutto, mentre ogni nuovo ingrediente che vi si butta dentro, con premeditazione o per mera incoscienza, aggiunge caos al caos e sembra in grado di scatenere reazioni anche difficilmente controllabili.
L’eco fastidiosa che ho negli orecchi, in questo particolare momento, è quella procurata dal teatrino politico messo in scena in occasione delle ultime consultazioni amministrative. E dal teatrino antipolitico, che dir si voglia. L’eco fastidiosa che ho negli orecchi in questo momento è quella dei proclami urlati, delle chiamate “all’armi”, degli aizzamenti alla rivolta sociale, delle previsioni apocalittiche, dell’acqua incalanata verso il proprio mulino senza tema, o preoccupazione, delle ragioni del vicino.
Soprattutto, senza una valutazione meditata delle possibili conseguenze che può portare seco questo agitatissimo “fare”. E dire. Senza una valutazione ponderata delle “reazioni” impossibili a prevedersi e a controllarsi di cui sopra. Che basti un sassolino rotolato dalla montagna a creare un disastro a valle è cosa nota. Tuttavia, è nel destino dell’uomo il non riuscire ad impedirsi di dargli un calcio al solo scopo di… vedere l’effetto che fa! Per quanto possa sembrare strano, l’effetto procurato da simili proposizioni urlate (umane o naturali che siano) – il dramma brindisino di ieri, il terremoto nel ferrarese di oggi lo insegnano meglio di tutte le sagge parole dei saggi di ogni tempo – è in genere un effetto-silenzio.
Il silenzio che avvolge il mondo alla fine. Alla fine di tutte le sue storie. Belle o brutte che fossero. Giuste o sbagliate che fossero. Come a dire che in fondo in fondo tutto è un poco ridondante. La nostra stessa esistenza compresa. Ne deriva che il viverla al meglio in quel minuscolo istante cosmico in cui ci è quasi concesso di gestirla è l’unica chance che abbiamo per fare una differenza. Propositiva e positiva. Per lasciare un ricordo diverso di noi ai posteri.
Perché forse la nostra storia più grande ci insegna pure che gli “hard times” sono solo negli occhi di chi guarda, nelle menti che pensano, nelle mani degli uomini che possono scegliere se usarle per compiere gesti compassionevoli – anche dentro le terribili dinamiche di una tragedia naturale incontrollabile – o per portare all’altro mondo i proprio simili. Meglio ancora, forse gli “hard times” sono semplicemente il nostro rovescio della medaglia, nell’eterna, quanto vana, attesa di cambiare. Il che è tutto dire!
Featured image, una illustrazione per Hard Times (1854) di Charles Dickens.



















Gli “hard times” che tu citi, Rina, eccoli, sono qui, a distanza di anni e di pensiero, mai sopito. Il “crogiuolarsi” in parole dettate dall’opportunismo manieristico e giornalistico dei nostri tempi, mi fa pensare, e sempre, purtroppo, che questi eventi siano al di sorpa di noi,
che, però, li aspettiamo, sembrerebbe, con ansia, per parlare, parlare e parlare…inutilmente, da un leggio straconsumato di retorica senza fine. Melissa, povera bambina andata in Cielo, ne è l’esempio lampante, sarà icona infinita di dolore e su questo, forse, anche qualcuno ci scriverà sopra un romanzo, senz’altro best-seller.
Il silenzio davanti a questa tragedia diventerebbe il massimo risspetto per quella creatura, fermo restando il fatto che gli inquirenti dovranno fare il loro mestiere, sempre in silenzio, senza forum o dibattiti tv-pomeridiani.
I, terremoto? La Natura vio lentata dall’uomo, da s empre, non è più nostra amica, l’abbiamo vi olenetata ed ora lei si sta vendicando, piano, piano
una mia amica mi ha detto che quando sente parlare con insistenza di “fine del mondo” e di segni correlati non pensa alle grandi catastrofi planetarie ma a questi gesti di follia, magari singoli, spesso interni alla famiglia, angoscianti e incomprensibili; meditiamo.
Capisco le catastrofi naturali e planetarie e non saranno mai “la fine del mondo”
Non capisco le altre catastrofi, quelle legate all’uomo che le vuole e le attua, con insistenza, quasi fosse un campionato
E in quanto ai terremoti, non tiriamo sempre fuori la favoletta della natura violentata dall’uomo, attribuendole addirittura sentimenti prettamente riservati all’umanità e cioè la vendetta. Sono stufa di queste storielle che umanizzano la natura e in tal modo indicano, anche se inconsciamente, che è l’uomo il centro del mondo.
La natura fa le sue cose e talvolta interagisce con noi in modo che noi giudichiamo violento mentre il suo agire è servito, come in questo caso del terremoto, a smuovere un ostacolo gigantesco che si poneva davanti al movimento della lava che, come un mare, scorre sotto la crosta terrestre e quindi solo per caso sotto ai nostri piedi.
Angela, da Ferrara, quasi epicentro del recente sisma delle 4:03 antimeridiane di domenica 20 maggio 2012.
Cara Angela, quella favoletta che dici non è da tirare sempre in ballo, ma qualche volta può anche ballare. Certo, il terremoto non è opera dell’uomo ma questo vi concorre distruggendo la Natura, sistematicamente, dappertutto, senza alcun rispetto, anche per quello che abbiamo sotto i piedi. Un esempio? I pozzi petroliferi, in terra e in mare, non fanno danni? E tutto il resto? sempre sotto i nostri piedi? E se non è l’uomo al centro del mondo, allora gioco forza è la Natura da cui è sempre dipesa l’umanità intera
Domanda a Gavino: cosa c’entra la tua replica con i terremoti? E cosa c’entrano i pozzi petroliferi? L’uomo che vive si sostenta e talvolta stenta a sostentarsi. Lo stesso capita alla natura. Perchè, quindi, attribuire secondi fini all’umanità o alla natura? Entrambe esistono e basta. Non bisogna cercarci materia per un discorso elettorale che va così di moda in questi tempi.