di Natalino Piras. A certi giornalisti di cerebrale lobo raschiato a destra, di sangue anfibio, titolatori di scuola berlusconiana, bubbones del padronato più bieco, che dicono di Luca Abbà rimasto folgorato dall’alta tensione come un esibizionista, proporrei una salita, una sola, sui tralicci. Io l’ho fatto quand’ero operaio e fui costretto ad arrampicarmi. Non è un’esperienza piacevole. Pure se hai la cintura di sicurezza e ci sono compagni che ti incitano, come in un gioco al massacro. L’esibizionismo è l’ultima cosa che viene in mente. C’è un senso di insicurezza, di vertigo. Sai che ti puoi far del male, che rischi, a tratti, la vita. La condizione indispensabile perché uno salga sui tralicci è vincere la paura.
L’impresa milanese dove manovalavo disseminò di questi nuovi moloch l’estensione tra l’altipiano di San Giovanni e la centrale elettrica di Buddusò, passando sulle rovine archeologiche di Romanzesu non ancora venute alla luce. C’era uno scopo: la costruzione di una fabbrica, a capitale regionale gestito e intascato da un bergamasco, che poi fallì. Era evidente, forse non a tutti. A me sì invece, che ero l’ultimo degli ultimi. Fui l’unico a rifiutarmi di salire sui tralicci. Non avevo un causa nobile da difendere come invece Luca Abbà rimasto folgorato dall’alta tensione. Noi ce l’avevamo ai piedi l’alta tensione, scorreva nella canale di cemento armato, cavi grossi come due braccia, intorno ai quattro capannoni alfa, beta, gamma, deltatex. I tralicci dovevano innalzare questi cavi, li dovevano fare penzolare a distanze regolari perché l’energia elettrica alimentasse un sogno industriale che non aveva senso di esistere. Come la Tav, un’alta velocità che corre verso il vuoto, verso l’imposizione di altri non gestibili moloch. Per questo ha ragione l’atto di protesta di Luca Abbà. Le intenzioni lasciamo che siano i giornalisti berluscones a metterle alla berlina e alterarle. Per questa gente che alimenta un malinteso senso dell’ordine e del disordine, che sono e sempre saranno biechi opportunisti, ci vorrebbe uno come me quando manovalavo nell’impresa milanese in terra di Barbagia e Goceano. Bisognerebbe fargli fare, per passare l’esame, analisi testuale di “salario di merda lavoro di merda”. E poi c’è che un giorno, un cottimista dell’elettricità, un campidanese operaio pelle mia-pelle di cane, volle salire sui tralicci che minacciava, era estate, temporale. Tuonava. Pericolo di fulmini e il rame elettrico attira i fulmini. Gli dissi di non salire. Mi derise. Avvitava ancora di buona lena quando vennero giù i primi goccioloni e una scheggia di fulmine lo colpì. Meno male solo alle calcagna, comunque una impressionante chiazza bluastra. Fu una delle poche volte che a pericolo scampato il maestro o presunto tale rivolgendosi al manovale mi disse: “Avevi ragione”. Ma poi ridiventò bieco operaio al servizio di un inutile sogno di progresso industriale. Come la Tav. Come certi giornalisti che maramaldeggiano sulle disgrazie della povera gente.
Nell’immagine, China Railways CRH3, autore Brücke-Osteuropa, opera propria, fonte Wikipedia.



















Mi scuso per l’errore nel lancio, questo articolo é di Natalino Piras…
Che ringrazio al solito…
TAV si, TAV no, sembrerebbe l’incipit per un ballo moderno, sensuale e pieno di sorprese, tipo—lo facciamo sul tavolo o non lo facciamo?
Invece no, è un acronimo che più……” acre” non può essere
E l’amamrezza e il dolore di quelle genti che abitano quei luoghi destinati a quegli ammodernamenti inutili, cresce senza limiti e con essi la rabbia per continuare ad essere raggirati e coinvolti in un’opera mastodontica, la cui realizzazione non porterebbe alcun beneficio agli stessi e alle loro terre.
Ci sguazzano tutti, in questa melma ufficiale, anche perchè, ufficialmente e di sicuro, questa opera s’ha da fare, costi quel che costi, comprese le vite umane, gli imbrogli, la montagna di soldi investiti (speriamo crolli la montagna, di soldi, ovviamente)
Siamo in Europa e pensate che, una volta realizzata quella ferrovia ad alta velocità,
Ma quale destinazione? diceva stamane alla radio un esperto di Bardonecchia, che ha lavorato una vita in questo tipo di imprese.
si risparmieranno, lungo tutto il viaggio, soltanto due ore, per arrivare a destinazione, .
C’è un refuso di righe, scusate, l’ultima che inzia con “si risparmieranno” va letta in quart’ultima riga, dopo “velocità”
Volevo anche finire dicendo che c’è da augurarsi che la TAV faccia la fine del famoso Ponte di Messina, che per i benpensanti erà già arrivato ad essere issato.
Il testo di Rina richiama, alla perfezione e semplicemente, cosa può avvenire mentre si vogliono tracciare le linee per una vita migliore.
Ma i sostenitori di quelle opere continueranno a dire:
ma chi se ne frega dei vari Luca Abbà e di tutti quelli che non vogliono il progresso, dobbiamo andare avanti…..ma poverini!, non si accorgono che stiamo tornando indietro,
spaccando montagne ed abbattendo alberi e inquinando fiumi e chi più ne ha più ne metta
cari miei
a si biri amiici
Gavino come da correzione – e mi scuso – questo articolo è di NATALINO PIRAS.
E dire, Gavino, che tutta questa gente che corre il Tav, ha saltato a piè pari alcuni minimi insegnamenti della civiltà contadina, quando si camminava “a luke de ainu”, a luce d’asino. Diranno: ma quella era una società buia. Vuoi forse eternare l’elogio della lentezza? Soccorre Brecht, che sembra ritornare di contingente riflessione. Dice il drammaturgo: “Cosa vuoi che valga la perdita di una vita di fronte all’elettrificazione che aumenta il ritmo della corsa alla modernità?”. Sperimentarono l’efficacia di questa velocissima luce lungo il filo spinato che circondava Auschwitz e altri campi di sterminio. Non sembri assurdo. La stessa logica del profitto e della morte accomuna i programnmatori di Tav a tanti ideatori di lager nel Novecento, e nel Duemila. Hanno spento “la luce dell’asino” per fare posto a tanti altri sinistri bagliori. E quel che sorregge il loro progetto è la logica di Pol Pot che in nome della modernizzazione dei campi sterminò la gente dei campi.
Eh! Natalino, “sa luke de ainu” era luminosa davvero, perchè al buio, quell’asino ci portava a casa, sicuro di non sbagliare e non aveva di certo il ton ton et similia.
Oggi, ma domani come sarà?, la (in)civiltà ha bisogno di correre e di…..consumarsi prima anche che si riveli tale. Per cui, dicono, i soloni, i benpensanti, i ladroni di stato, i padroni della nostra vita, avranno sempre fretta di raggiungere i “loro” obiettivi, mai quelli del “popolo sovrano”
Grazie a Rina per avermi illuninato, in vero il testo, così com’è, mi suonava un po’ strano.
Tutto a posto