Dalle “Pagine di un diario ritrovato” di Gavino Puggioni: l’ultima lettera.

Ho ricevuto un’altra lettera, era strana,

una di quelle che non ti aspetti

anche se viene dal fronte ormai infuocato

di quell’Amore che sembra assopito.

La busta era chiusa e non era nemmeno bianca

Cercai di aprirla, si attaccava alle dita

che già tremavano perché sapevo

o immaginavo quel che conteneva

Strappai la busta, allargai il foglio, sciupato

forse da lacrime non ancora prosciugate.

Respirai profondo leggendone il contenuto

che diceva:

 

Sono fermo, immobile, sono seduto su una pietra fatta a pezzi da un cecchino

che dopo è fuggito, là, dietro il nostro fronte che ormai puzza di anime incenerite.

Ed io sono rimasto solo, con questa matita quasi spuntata

e sto cercando di scrivere leggero per consumarla di meno.

Mi hanno attraversato decine di corpi, feriti in tutte le parti,

chi senza gambe, chi senza braccia, chi senza niente in testa,

solo una flebile vista per scappare ancora verso il proprio Infinito, mai incontrato.

Son riuscito a salvare il mio cuore dietro un muro di odio, fatto di cemento,

crollato subito dopo la mia fuga verso un non so dove, in un momento.

Ora sono qui a scriverti questa mia con la quale chiedo aiuto a tutto il Mondo

perché, sì, io mi sono salvato, ma tutt’intorno a me s’è scatenato, lontano,

un cataclisma di uomini scarlatti che si fanno la guerra

con pugnali, con lance acuminate e luccicanti

e a me sembra davvero che siano diventati tutti matti.

 

A fatica mi metto in piedi, sono ancora solo e una nuvola mi si avvicina.

M’appare scura e m’allunga una sua mano dalla quale fa grondare

tanta di quell’acqua piovana da ripulire tutto, anche il pastrano

che mi riparava dal freddo intenso di questa mattina.

Uno spicchio di sole, ma è già mezzogiorno, m’accarezza il corpo,

privato da ogni sentimento che provo a ricostruire, ma non ci riesco

ed ho paura di non fare in tempo a finire questa missiva

che può viaggiare solo con la luce, al buio no, ché spiriti maligni

se la porterebbero via ed io non posso nemmeno protestare.

Sono sempre in aride pianure di quell’Indifferenza

che uccide e umilia ogni presenza umana.

Ah! ci fosse vicino il mare a cui affidare la solita bottiglia

con dentro questo messaggio!

Invece no, niente di tutto quello che vorrei che fosse,

avvinghiato al  Nulla, sopra questa altura

dove ammiro l’Universo che mi circonda, anch’esso solo,

pieno di menzogne, di utopie vecchie e nuove,

tramandate di vita in vita, senza speranza alcuna

di raggiungere attimi di pace, non dico di allegria,

sopra e sotto questa terra sempre scossa dall’infelicità degli uomini,

alla ricerca della loro essenza ormai chiusa in casseforti

di cui si son perse anche le chiavi.

Mi è rimasto un po’ di coraggio in mezzo a tutta questa confusione.

Non ricordo e non ho la data, l’ora e il giorno che mi sta tenendo compagnia,

ma sono sveglio e l’azzurro del cielo mi ricopre della sua coltre che mi da

caldo e freddo, in questa solitudine, dipende dal mio pensiero.

“Surge et ambula” odo strana e lontana questa voce che non è la tua

E’ quella del Signore che diceva al suo Lazzaro di continuare

a calpestare terra e fango, anche nel dolore, senza memoria,

come in un salmo dedicato all’eterna gloria.

 

Mi sono distratto, ma ero incantato da quel silenzio che parlava a voce alta

tra raffiche di vento abbracciate ai miei pensieri  di anima vagante

che scrive niente al mondo che non sente la sua presenza

ormai diventata trasparenza.

Da questo letargo di parole vuote vorrei fuggire

per dirti che quello che ho scritto fa parte del mio passato,

vissuto come ho potuto, sempre innamorato della vita

e di quel tanto o di quel poco che essa mi ha donato.

 

Come vedi e siccome m’illudo di essere un poeta,

finisco e cado spesso in qualche rima, trascinata, forse,

da una poesia superata dalle manie  culturali,

nella quale tuttavia io ancora credo e spero di non abbandonare mai.

Sai, adesso sono pure un po’ stanco, ho anche freddo

e brividi di nostalgia, voglio ritornare quanto prima alla terra mia

dove la Verità, quella degli uomini, delle donne e dei bambini

è stata cancellata dalla violenza, dalla finta opulenza,

consumata ora come usanza di vivere una vita troppo in fretta.

 

Anche la mia matita si è consumata ora e non so se ne sia contenta.

Ma faccio in tempo a dirti, a dire a voi che godete, che urlate e fate baldoria

Abbiate quella forza, quel coraggio di stare un po’ da soli,

privi di fronzoli inutili e dell’effimero presente.

Meglio nudi con la propria pelle sana

che vestiti di abiti maleodoranti, magari costruiti da innocenti mani.

Nell’immagine, Ludwig van Beethoven, ritratto del 1820 di Joseph Karl Stieler.

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3 commenti su “Dalle “Pagine di un diario ritrovato” di Gavino Puggioni: l’ultima lettera.”

  1. redazionerosebud
    7 febbraio 2012 a 18:25 #

    Come dirla? Una forte fibra in prosa che costruisce l’impalcatura dove lampi di poesia riescono a crescere finanche… le ali. Bravo! RB

  2. 7 febbraio 2012 a 19:45 #

    Le ali sono ampie, aperte per il volo, ali d’aquila che spaziano tra pensieri profondi e delicata poesia, e la storia…….un’allegoria! Bravo? Ma molto, molto di più!!
    “ed ho paura di non fare in tempo a finire questa missiva

    che può viaggiare solo con la luce, al buio no, ché spiriti maligni

    se la porterebbero via ed io non posso nemmeno protestare.

    Sono sempre in aride pianure di quell’Indifferenza

    che uccide e umilia ogni presenza umana.”
    Questo brano dice tutto, ma come estrapolare un brano, da una storia che è completa e perfetta così?

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  1. Dalle “Pagine di un diario ritrovato” di Gavino Puggioni: l’ultima lettera. - 7 febbraio 2012

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