di Rina Brundu. Sedevi nel tuo angolo e specchiavi nei miei occhi grandi, lucenti. Sedevi nel tuo angolo e te ne stavi lì, in silenzio. Non addormentarti, pensavo, raccontami di allora! Mentre fuori la neve cadeva, posava sullo stradone allargato, affogato, imbiancava le case, gli infissi, le porte, le nostre, le pietre, le panche, gli antri, le stalle. Mentre fuori posavano fiocchi leggeri, porosi, collosi, viscosi, vischiosi che sapevano di freddo, di calma solenne, perenne alle pendici della grande montagna che uggiosa, tediosa, pesante, vegliava sui nostri destini. Di bambini, di uomini, di donne, di vecchi. Mentre fuori l’aria gelava, ghiacciava, spaventava, atterriva, figliava rumori strani: belati fievoli di agnelli orfanelli, muggiti di vacche scocciate, seccate, a loro modo stanche, chiacchiericci di capre pettegole e i tuoi racconti pensati. Costruiti con poche parole, con ricordi rubati ad una memoria sempre presente, che ci teneva, che avrebbe voluta raccontarla tutta la sua verità. Che, nonna, sei stata donna saggia e le parole le pesavi, credevi che il passato, per quanto datato, scordato, obliato, collocato in un angolo spento, a suo modo… parlasse. Raccontasse le vite dimenticate de is mannos, di quegli uomini e di quelle donne grandi che ti era capitato incontrare, che avevano vissuto, respirato giornate misere, scarne, semplici, dimesse, modeste. Illuminate, per caso o sfortuna, da accadimenti naturali, banali, prevedibili come l’alternarsi delle stagioni segnate, marcate, marchiate dal tempo, atmosferico, e che diventavano… notizia! Come quando nel ’56 nevicò e la bianchezza del mondo rischiarava la sera, aurore boreale ad altra latitudine, candore, pulizia, lucentezza. Bellezza piovuta dal cielo che ad un tempo rallegrava il cuore e appesantiva il passo già stanco, affaticato, sfiancato, spossato, stremato di chi quel bianco mantello lo calpestava per dovere. Inutile piacere, raccontarlo poi la sera, davanti a fiamme circondate da carbonelle vive, mentre seduta nel tuo angolo specchiavi nei miei occhi grandi, lucenti e, facendoti…. guardare…. raccontavi, narravi, esponevi, illustravi anche se, lo comprendo soltanto adesso, forse avresti preferito…. ascoltare….
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Nella fotografia, neve, autore Gac, opera propria, fonte Wikipedia.


























Questi novelli Spoon River, Rina, sono liriche stupende, e ricordi incancellabili! Questo è scrivere!
Bellissimo. Occorre ripercorrere strade abbandonate, strade che divergano dal razionalismo cocciuto, che allarghino di nuovo la mente a parole che docili accarezzino e soddisfino il bisogno di “bello”, e ritrovare quella bellezza leggera, fluida, calda, che accoglie e nutre come un seno materno…
Fuori dal mood, se qualcuno che ha dei ricordi della nevicata del 56 (dell’Ogliastra in particolare, ma più in generale anche della Sardegna e dell’Italia), passasse di qui, oggi, domani o in futuro, farebbe qualcosa di bello se li condividesse con noi… Grazie
Grazie Francesca e Danila. Ciao.
Cara Rina, ho letto più volte questo tuo racconto, perchè volevo accertarmi di una cosa, frugando nelle parole, che dopo sono ricordi d’infanzia, pennellati in un quadro di mille colori, anche se quello predominante è il bianco della neve.
E quella “cosa” sai cos’è? E’ poesia pura, forse e dico forse, scappata da te, una che di poesia, come dici, conosce e scrive solo “urla”, e che urla!
In queste poche riche hai “miscelato” tantissimi aggettivi, uno più bello dell’altro, ognuno al proprio posto, con la nonna, a schiena dritta, dominante quell’atmosfera magica e naturale, a cui quegli “is mannos” erano abituati, naturalmente, senza i di più e anche senza i di meno. Quelle atmosfere, registrate nella memoria ed ora ricordate come monumeti alla vita, non possono,(è bugia!) distrarci dall’oggi, da quest’oggi pieneo di neve del 21° secolo, la quale, sembra, poverina!, che dia fastidio a noi umani, che abbiamo sempre fretta e ci da fastidio ogni cosa, della natura, che si frappone nelle nostre faccende quotidiane, come quella di andare a comprare il latte per la bambina e non trovarlo! come dire, ma anche la natura mi è contro quando vado a comprare il latte per la mia bambina?
Certo, a volte la natura può esserci contro, malgrado noi ci impegniamo a fare in modo che tutto funzioni in modo perfetto: la natura è natura e come il vento, va nella direzione che meglio le aggrada. E noi dobbiamo adeguarci! Anche rinunciando al latte per la bambina. Ma sono d’accordo con te, Gavino, questo brano di Spoon River Sardo, così come il primo scritto in ricordo dello zio, sono pezzi d’autore. Per questo mi “arrabbio” con RIna, quando deprezza le sue poesie o urla che dir si voglia! Rina ha un animo sensibile, e si evince proprio da questo suo modo di narrare con quell’aura poetica che le è propria. Inutile dire che siete molto vicini – forse perché sardi, non saprei? – nel modo di dipingere le cose. Ed io affondo ò’anima nei vostri scritti! Grazie!
Io non confonderei un mood tecnico scritturale con l’animo di chi scrive. Perché gli animi occorre conoscerli prima. Senza contare che quando giudico severamente i miei libri, le miei poesie, i miei articoli (e a differenza di tanti ho avuto il piacere di essere pubblicata in tutta Italia e in Europa, in diverse lingue, da editori validi) non significa che io pensi che lo scrivere altrui sia migliore… semplicemente la speranza è che…. guardando ciascuno nel proprio basket…. si possa insegnare a migliorarci. Tutti.
Mi piacerebbe davvero che questo spazio sottostante venisse lasciato per eventuali racconti sulla nevicata del 56. Un grazie immenso a chiunque volesse condividere qui quei momenti… che… appunto… insegnerebbero…
Bella lirica in prosa.E poi la descrizione: superba