Mio caro amore,
accolgo nel mio seno
la forma del tuo fiume.
Io sono il letto e l’argine
il greto,
il dietro del morire.
Ti scrivo le parole
al margine dell’acqua.
E tu sei il mare.
Non so nulla dei presagi. All’improvviso sento un allarme, un sobbalzo, qualcosa che mi fa sentire straniera nel mio stesso corpo. Sogno molto e mi parlo di continuo; poi arriva questa specie di risveglio, un lampo interiore: la semplice realtà di luoghi, oggetti ed affetti non mi giustifica più la vita, non mi sostiene. Ho dentro dei vuoti, un languore estenuante e provo il desiderio acuto di fuggire, non so di preciso da cosa; le abitudini mi soffocano: le minuzie quotidiane, la normalità, gli assilli domestici; il corpo vi si conforma, la mente si mimetizza.
A volte il lampo mi abbaglia e devo costringermi a chiudere il mio occhio interiore per cercare di rimettere a fuoco il mondo vero: ecco, sono nata qui. E qui continuo a vivere. E questa è la mia faccia. E questo è il mio corpo. E queste sono le persone che mi vivono accanto, le mie radici, il labirinto degli affetti, le stelle polari per orientare il cammino. Ho un marito, adesso, tra pochi giorni anche un figlio.
“Anna, hai visto tu la mia sciarpa?” mi ha chiesto lui prima di uscire. Era lì, appena nascosta dalla mia giacca. Gliel’ho passata con un sorriso chiedendomi perchè le sue spalle così larghe e solide mi diano un senso di completezza.
Cos’è, allora? Dove potrà mai portarmi questa fame? Credevo di aver costruito con amore la gabbia della mia vita; poi, invece, guardando certi dettagli, scopro, in me, una determinazione ottusa, nodi di rancore. Ed ecco il desiderio di fuggire, ma per andare dove? Per essere chi?
Ricordo che ero una ragazzina magra e un giorno, guardando le illustrazioni di un libro, scoprii l’Africa; non riuscivo a capacitarmi: quei colori, quegli spazi, quei volti erano già miei, me li trovavo scolpiti dentro, inspiegabili. Il solo guardarli mi faceva sentire un albero sradicato in cerca di appartenenza: la pelle scurissima, una proporzione di forme anche nei corpi più emaciati, donne coi seni penduli, donne coi seni ancora alti e fieri, volti con tatuaggi incisi nella carne e bambini, bambini, bambini, fame, occhi persi, una tristezza antica. Decisi che sarei andata in Africa, che avrei rimediato così all’errore della mia nascita, avrei ribaltato il mio destino.
Quel sogno mi è rimasto per molti anni; lasciavo scorrere i giorni, il dolore, la solitudine, coltivando la certezza segreta che tutto accadeva perché mi forgiassi l’anima, un’anima nuova che avrei estratto dal mio utero più profondo; il tempo si frammentava, attimi e pensieri sembravano distillati.
“Non so perchè mi assilli con tutte queste domande sull’Africa e sui missionari. Non ne so nulla. Studia, per favore, non c’è nessun bisogno di andar dietro a certe fantasie strane.” Mia madre ha un gesto di fastidio con la mano, si ferma davanti allo specchio dell’ingresso, si sistema il cappotto, si ripassa un tocco di rossetto sulle labbra. Io penso: è perfetta. Cerco di nascondere un piccolo buco nei calzettoni nuovi e una macchia inspiegabile sulla gonna appena stirata. Sento che ho dei buchi bui e che i miei pochi anni non mi bastano, che qualcosa si è smarrito, non so cosa, ma si è smarrito e ne ho una nostalgia acuta; acuta come l’ultima nota di un piano che si ripete e si ripete e picchia dentro alla gola. E’ qualcosa che fa male e non ha nome e che bisogna guardare.
Ricavare l’essenza pura delle cose. Eliminare le scorie. Reintegrare il nucleo, fecondarsi e rinascere. Mi sembrava un buon modo per trovare la mia ragione d’essere. E però il tempo passava senza che accadesse nulla; il sogno dell’Africa insisteva da qualche parte ma poi sbiadiva, lo scoprivo offuscato e rimandato via via dagli impegni che ciascuno prende con se stesso e con gli altri, o viceversa, i patteggiamenti segreti con la propria coscienza. Che importanza ha? Chi avrebbe potuto rimproverarmi per aver mancato al mio impegno? Ciò che nessuno sa, non esiste. Le certezze assolute dell’adolescenza sembrano, così distanti, puntigli ridicoli: gli anni scivolano via, silenziosi come sabbia nella clessidra: trasmigriamo da un’età all’altra, ci lasciamo smarrire.
Poi, imprevisto, un granello di quella sabbia sfugge al controllo, si insinua nel meccanismo; la sincronia si perde, il quotidiano s’inceppa: questa mattina, sfogliando una rivista, ho ritrovato l’Africa; è stato come riaprire la porta di una soffitta e guardare i giochi e gli affetti infantili con i miei occhi di adulta. E in quel momento tutto, di allora, m’è sembrato assolutamente chiaro e giusto: come avevo potuto dimenticarmene? Ho continuato a sfogliare la rivista; i ricordi, i giorni passati, le attese, i silenzi mi sono piovuti addosso; spaventata, ho tentato di recuperare il mio presente e mi sono stupita di me stessa: provavo la strana, sgradevole sensazione d’essermi ormai incastrata in un posto diverso; non proprio sbagliato: diverso, estraneo; e comunque la certezza di doverci e volerci restare. Per amore. Per abitudine. Per paura. Perché ormai io sono qui – e altrove non so.
E finalmente ho richiuso la mia soffitta e ho rimesso a fuoco la realtà: una telefonata, il letto da rifare, la spesa per il pranzo.
Il mio tempo e il mio corpo sono qui; esco, scelgo la frutta da comprare, controllo i prezzi.
A tratti mi pare che l’Africa, la mia anima d’un tempo, siano qui, vicinissime, dietro qualche angolo di strada; che forse i palazzi, i negozi, la gente che cammina, sono solo una facciata posticcia, un enorme pannello di cartone dipinto dietro il quale c’è il mondo vero, e se tentassi di imboccare la strada giusta potrei scoprirlo. E’ una sensazione curiosa che mi fa paura.
La mia grossa pancia si muove, sobbalza.
Torno a casa, cerco di lasciarmi dietro i vecchi pensieri.
Io e Carlo siamo sposati da poco e ancora non conosco bene i suoi gusti; ho comprato dei funghi ma non so se gli piacciono; mi guardo intorno, cerco di recuperare i miei pensieri sbandati, ma è come se avessi dimenticato la funzione ordinaria dell’esistenza, perciò devo aguzzare la mente per sbucciare le patate, accendere il gas, raccogliere il coltello che m’è caduto.
…(mi ritorna in mente il Madagascar, l’immagine di una rana minuscola tenuta sul polpastrello di un dito)
Devo ricordarmi di controllare la valigia da portare in ospedale; ieri sera ho finito di stirare le ultime cose, è vero che mancano ancora due settimane, però so bene che può capitare in qualunque momento ormai.
…(immaginavo la mia capanna in un villaggio vicino al mare. Avevo raccolto notizie su di un gruppo di missionari che operavano nell’isola, così, con la fantasia, organizzavo già le mie giornate: le cose che avrei insegnato, le cose che avrei imparato…)
Sarà un maschio e lo chiameremo Francesco; esco dalla cucina, vado a controllare per l’ennesima volta la sua valigetta: le camiciole, le tutine; mi intenerisco a guardare i calzini minuscoli, le scarpine piccolissime.
(…non so cosa m’attiri tanto dei bambini d’Africa, i loro denti smaglianti, il bianco dei loro occhi che risalta maggiormente sul nero della pelle, i corpi liberi, i piedi scalzi, l’idea -vagamente dolorosa- di una naturale innocenza…)
Devo pulire il bagno e avviare la lavatrice. Desidero che la casa sia sempre in ordine in modo che Carlo, al momento del mio ricovero, non debba avere troppi problemi.
(…sono ossessionata da quei volti, da quella pelle scura, dal deserto, dal silenzio, dal cammino della pazienza fra un’oasi e l’altra, fra un villaggio e l’altro. Ma più di tutto, sempre, sono ossessionata dai bambini e ho come l’urgenza di toccarli per sapere se hanno male, se hanno fame, se sono soli… )
Ho dolori dappertutto; il mal di reni poi è più forte del solito; finisco di pulire la cucina e vado a sdraiarmi un po’.
(… so che li avrei amati molto; li amo già senza conoscerli; mi mancano. In un punto imprecisato della mia vita esiste questo vuoto, questo buco di tristezza, questo amore sprecato e irrisolvibile)
Presagi.
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Cos’è questo affanno? Questa continua ricerca dell’altro? Come se l’anima sentisse il bisogno di un’altra metà per cominciare a concepire il volo.
Ho letto: “Siamo angeli con un’ala soltanto e possiamo volare solo restando abbracciati”.
Forse è la nostalgia di questo volo, di una memoria antica, che sollecita i nostri ormoni e ci incastra nelle illusioni d’amore: ogni tanto, insieme all’altro, spicchiamo un salto che ci solleva un metro da terra, e quel poco sembra tutto, e la trappola scatta.
Mi dico: ma non potrei, anch’io, innamorarmi del naso, della bocca, degli occhi, del colore dei capelli di mio figlio senza ostinarmi, fin d’ora, a cercare in lui risposte di cui, io stessa, non ho capito bene le domande?
E se scoprissi che l’anima non esiste? che, semplicemente, non ho saputo attivare quel naturale processo organico che avrebbe consentito alle mie emozioni di scaricarsi attraverso il complesso sistema delle mie fibre nervose e, di lì, raggiungere la pelle di mio figlio e carezzarla, alla maniera di tutti gli animali. Senza domande.
E’ accaduto ieri: ero tranquilla, quasi indifferente. Francesco deve aver percepito questa mia insolita disposizione d’animo perchè, per quasi tutto il giorno, non ha pianto. Al mattino, quando ho preso il biberon e gli ho dato la prima poppata, ho provato una dolcezza indescrivibile: mio figlio, ubriaco di latte e di sonno, ha appoggiato la sua piccola testa rotonda sul mio seno e, a occhi chiusi, col viso premuto contro di me, sembrava volesse accomodarsi un nido nella mia carne. Riconosceva il mio odore? Distingueva la mia pelle sudaticcia dal fresco inamidato della camicetta di Gianna? Voleva me? Ho cercato di mantenermi neutra e mi sentivo scomoda, sudata e felice.
Nel pomeriggio ho voluto riprovarci: gli ho dato il biberon, ho passeggiato aspettando che digerisse, mi sono seduta tenendolo in braccio e mostrandogli piccoli oggetti: una giraffa di plastica, una palla, un mazzo di chiavi. Non riuscendo ad attirare la sua attenzione, ho deciso di portarlo in giardino; mi sono seduta su un’aiuola fiorita di margherite, rose e lillà; mi aspettavo di vederlo tendere le mani verso la magia dei colori e invece Francesco ha girato la testa dal lato opposto, come se fosse irritato. Poi è sopraggiunta Gianna per ricordarmi che era ora di cambiargli il pannetto. Ho evitato con un sorriso le braccia che lei tendeva; sono andata in bagno, ho denudato Francesco e, sotto lo sguardo vigile di Gianna, ho lavato mio figlio; con una delicatezza quasi spaventata ho versato acqua sul suo piccolo pene, sul suo sederino paffuto e sodo. Ho avuto un tuffo al cuore quando, alzando i miei occhi, ho incontrato i suoi che sono ancora indefinibilmente grigi. Per istinto ho distolto subito lo sguardo, ma intanto lui aveva già spostato altrove la sua attenzione. E, a quel punto, non saprei dire come, ho percepito con una chiarezza assoluta che il nostro tempo magico era scaduto e bisognava aspettare un’altra occasione, un gesto fortuito, un rito istintivo che un giorno, forse, ci lascerà combaciare senza stupore. E però ho esitato, ho cercato di sostenere ancora, fra noi, quel ponte di tenerezza provvisoria; con ostinazione, ho ignorato i chiari segnali di insofferenza di Francesco e ho continuato ad occuparmi di lui cercando di mantenere tranquilli e fluidi i miei movimenti. Quando l’ho ripreso in braccio, lui ha cominciato ad urlare e, così, l’ho restituito a Gianna. Circa un’ora dopo, era di nuovo calmo; l’ho tirato su dal suo sediolino e, tenendolo in grembo, ho guardato distrattamente la TV. Poi, la giornata è scivolata via, placida e un po’ irreale.
A sera, Carlo è rientrato più tardi del solito e ha subito preso in braccio Francesco; li ho guardati e ho pensato che, così, sembriamo quasi una famiglia normale. Che, anzi, potremmo essere una famiglia normale, serena: cosa ci manca?
Pure, nonostante la precisione apparente, l’accumularsi naturale delle incombenze, dei gesti, dei discorsi più o meno utili, il nostro vivere appare come sospeso, inanimato. Ogni tanto mi scuoto, dentro di me, tento un movimento interiore, uno spostamento, un punto diverso di osservazione; ed ecco, ho notato che Carlo, negli ultimi giorni, è meno teso, meno ostile nei miei confronti; in un paio d’occasioni m’è parso che i resoconti serali di Gianna lo infastidissero un poco. Ho seguito gli indizi e ho avuto la percezione che un ingranaggio stia riprendendo lentamente il suo movimento naturale; il tempo, paziente, riduce le distanze e scolorisce i contrasti; col passare degli anni le nostre vite, a guardarle, appaiono sempre più come certi dipinti antichi: i colori sbiaditi dalla troppa luce come dalle intemperie, i personaggi che hanno perduto i contorni precisi delle loro forme così da sembrare ombre sullo sfondo che si compenetrino l’un l’altra, in una morbida luce crepuscolare; ci si può cullare in questa figura di esistenza quasi pacificata, un vago dormiveglia in cui anima e corpo, fusi insieme, abbiano un peso solo. L’inquietudine arriva come una violazione; si tenta di cumuffarla, perchè nell’inquietudine è nascosto l’abisso, il mistero della profondità che si tramuta in altezza; e l’inquietudine mi ha riportata al sogno terribile di qualche giorno fa, quel grumo di sangue che mi si scioglieva addosso e che non poteva essere soltanto l’avvertimento del mio primo ciclo dopo il parto di Francesco, come constatai il mattino seguente. Magari sarà stato anche quello, ma io ricordo Maria nella sua stanza di luce con i suoi merletti e il pensiero consolante dei suoi modesti affetti. Nel sogno mi suggeriva una ricerca o una scelta, un percorso da completare o qualcosa in cui credere; non ricordo bene. E questo sogno me ne riporta in mente un altro in cui Francesco, già adulto, guidava una macchina nera; io, dietro di lui, priva di voce, tentavo di fermarlo, di richiamarlo a me perchè avevo capito il malinteso delle nostre reciproche attese.
Mi infilo sotto la doccia e ripenso a tutto questo e mi sembra di girare a vuoto, come Francesco nel sogno, nella sua macchinina rossa a pedali. Sono le otto e mi vesto in fretta per dare la prima poppata a Francesco ma, arrivata nel soggiorno, scopro che Gianna mi ha preceduta e che lui sonnecchia, sazio e ripulito, nel suo lettino. Sono irritata e, per nascondere il mio malumore, ho deciso di uscire. Ho detto bruscamente a Gianna: “Esco”. Lei ha contenuto un’espressione di stupore: “Cosa devo dire a suo marito, nel caso dovesse telefonare?” Io ho ostentato sicurezza: “Dica che lo richiamo. A dopo.” Lei ha mormorato un buongiorno e io sono uscita sentendomi tremare le gambe. Sono andata in garage pensando che, forse, la mia auto non andrà in moto, visto che ha camminato poco negli ultimi mesi; se così fosse, avrei una buona scusa per rinunciare subito al mio piccolo atto di ribellione. Invece l’auto s’è accesa quasi subito; questo mi è sembrato un buon segno e mi ha ridato il buonumore.
Mentre completavo la manovra in retromarcia, ho avuto un attimo di panico: ma dove me ne vado, tutta sola, dopo tanti mesi di quasi reclusione? Sarò capace? Capace di che? mi chiedo. Non so: di respirare, di mantenermi in equilibrio, di ingranare la marcia giusta, di fare cose appropriate. Di non perdermi, anche se questo mi sembra assurdo. Ma poi, superato il cancello e la macchia d’alberi del mio giardino, sono rimasta abbagliata dal cielo azzurro e da un cumulo di nuvole candide all’orizzonte.
“Gesù” ho bisbigliato; m’è preso come un fremito nella schiena. Procedevo lentissimamente perchè, di colpo, il mondo mi sembrava limpido come un vetro fragile, un’apparizione in cui ci si possa avventurare solo in punta di piedi. Dentro mi zampillava questo bisbiglio: Gesù, Gesù. Ma avrei voluto cantare, pregare in qualche modo. Certo non potevo guidare e mi sono accostata al bordo della strada. Ho pensato che avevo bisogno di spazio; che quello, là fuori, era troppo e il mio, invece, angusto come una tana di talpa. Perchè questo cielo così azzurro mi brilla addosso e accende luci che non so; perchè le nuvole non sono più nuvole, sono catene di monti e montagne di neve, sono a due passi da me, a portata d’anima, a un tiro di voce: se bisbiglio ancora mi verranno addosso. Sono rimasta immobile cercando di risistemare i sensi e i significati soliti che, però, si sono fatti sfuggenti. Ho ripreso a camminare sforzandomi di prestare attenzione alla guida. Penso che ho da rinnovare un patto, un accordo segreto e un po’ dimenticato. Con chi? chiedo, e la schiena riprende a tremare. Cammino. Il cielo ha preso a sfavillare. Penso a questo patto segreto e decido di andare ai giardini verso il mare. Dalla balconata di pietra bianca a strapiombo potrò tentare uno slancio e aspettare una risposta.
Cammino, cammino ed ecco, parcheggio l’auto vicino al cancello del parco pubblico. Sono passati anni, dall’ultima volta: ero bambina. Tasto la borsa, accanto a me, perchè mi sembra di aver dimenticato l’essenziale. Ho una vertigine, scendo, chiudo l’auto. Mi avvio; ma non sto camminando, mi sto immergendo, faccio fatica a respirare. I rami degli alberi si incrociano verso il cielo, infittiscono il verde; bisbigliano anche loro, sussurrano fragori. Come farò? mi chiedo. L’asse del mondo si inclina, come il giorno che ho partorito Francesco; si inclina, si protende nel preciso momento in cui io, come una minuscola formica che si sente salda sul suo granello di polvere, vengo a trovarmi nel punto estremo di sporgenza e, col suono lungo e silenzioso della foglia che si stacca, scivolo via.
Flaaap. Una leggerissima ala che si apre nell’aria. Libera e sola in questo cielo di gridi. Ed ecco il mare, l’orizzonte che s’è perso, il bianco delle nuvole che si solleva dall’acqua e si gonfia nell’aria. Chiedo ancora: come farò? mi fanno male gli occhi: sono piccoli: ho bisogno di tagliare i bordi, farli più grandi. L’asse del mondo vibra; si tenta una risalita; io mi aggrappo a qualcosa che non tiene.
Una voce mi disturba: un bambino che piange, che pretende; la madre lo strattona un po’. Francesco di sicuro è gia sveglio. L’asse del mondo torna a raddrizzarsi piano. Vado a casa, penso, e provo a dargli quella minestrina di verdura. L’orizzonte sbuca dalle nuvole. I rami degli alberi si riaccomodano.
Il bambino piange più forte, sbatte i piedi e poi scappa via. La madre insegue il figlio verso l’uscita; nella fretta lascia una rivista sulla panchina. Io grido: Signora! Signora! Agito il giornale in aria. Un giovane, incuriosito, mi guarda. Mi riprende la vertigine, un disagio, una folla ammutolita dentro. Mi siedo e sfoglio il giornale per prendere tempo, per raddrizzarmi anch’io. Dalla superficie lucida delle pagine un’immagine risalta, cattura la mia attenzione: Un bimbo di qualche anno, la testa china, le mani strette intorno a un pupazzo di peluche, lo sguardo che sembra opaco; ne provo, d’istinto, una grande tristezza.
I miei occhi scorrono velocemente alcune righe per tornare al viso del bambino dal quale non riesco a distogliermi; penso: così piccolo e così solo, perchè?
Ancora una ricerca veloce tra una frase e l’altra dell’articolo.
L’occhio ha catturato una parola, da qualche parte, ma non riesco più a trovarla. Mi sembra importante.
A….
Una parola che comincia con “a”.
Nei miei sogni non riesco mai a vedere gli occhi di Francesco.
A….
Leggo sul giornale:
“Alcuni sintomi sono identificabili già nel corso del primo anno di vita…. Apatico nei confronti dell’ambiente: non protende le mani per farsi prendere in braccio e non tenta di stringersi alla madre…”
Che significa? Stavo cercando una parola che ho intravisto per un momento e che mi sembra di conoscere….
E la parola è qui, intatta, assoluta; uno scomparto segreto che mi si riapre nella testa.
Autismo.
E’ così, allora? E’ così?
Lo sapevo. Signore, non so come, lo sapevo.
Credo di saperlo da sempre.
Estratti da “Controcanto” di Elvira Manco.
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Postfazione di Rina Brundu. Pubblicare questi estratti dal romanzo di Elvira Manco “Controcanto” è per me fonte di grande piacere. Piacere artistico, umano. Ma non solo. “Controcanto” è infatti il romanzo vincitore della prima (ed unica) edizione del Premio Gennargentu, il premio letterario di cui mi occupavo alcuni anni fa.
Tra più di trenta testi che parteciparono a quella esperienza artistica noi scegliemmo questa particolare opera perché, come ebbe a scrivere uno dei giurati, si trattava di un romanzo breve ma: “Emotivo, forte, colmo di umanità” con un “Incipit memorabile”. Ancora, perché era stata “Una bella scoperta “vivere” un parto dalla parte della madre”. Ad un tempo, l’autrice portava alla nostra attenzione un’opera costruita con “Una scrittura colta, essenziale, piacevole, dove situazioni equivalenti vengono raccontate con sfumature differenti. Un intreccio “senza intreccio”, con un finale coraggioso che rifugge dall’evento drammatico clamoroso, tipico e ricorrente nel giornalismo sensazionale”, e si risolveva in un grande “racconto delle fragilità e delle insicurezze di una giovane donna, che fa emergere la straordinaria forza d’animo di cui sono dotate le persone assolutamente “ordinarie” che “non fanno notizia””.
L’intenzione era, allora, quella di riuscire finanche a pubblicare quest’opera. Non ci siamo riusciti e l’abbiamo premiata (molto tempo dopo) col solito premio in denaro che usavamo dare per queste esperienze. Non ci siamo riusciti perché riuscire a far vivere simili iniziative nella Sardegna interna di oggi, lo garantisco, è praticamente impossibile. Per farlo bisognerebbe scadere in pratiche pseudo-clientelari, peggio ancora bisognerebbe ricorrere al denaro pubblico e alle dinamiche che governano questi processi. Se c’è una cosa che credo di poter dire con orgoglio è che tutte le iniziative online da me organizzate sono state pagate mettendo mano al personale portafoglio. Manco un soldo, manco un centesimo è saltato fuori da altre parti. Soprattutto, in tutte quelle iniziative ci ho messo la faccia. E continuo a mettercela (questo vale anche per il concorso L’indizio Nascosto che, lo dico chiaramente, chiuderà alla grande!). Sono, a mio modo di vedere, questioni che fanno una differenza e dicono tutto sulle persone. Di fatto, memore di quelle esperienze (di cui comunque vorrò parlare molto presto in questo luogo e nella maniera aperta che mi è tipica), invito tutti gli autori, giovani o meno giovani, che partecipano ad un concorso letterario, o che si fanno pubblicare un libro, a porsi sempre questa importante domanda prima di partecipare o di firmare un contratto: chi paga? Chi ci mette i soldi e la faccia nel progetto? A priori, s’intende. Dopo, a pontificare sono buoni tutti. Nonché a saltare sul carro del vincitore come mi è capitato, putroppo, di toccare con mano.
Ma tornando all’arte di Elvira (Elvira che ringrazio e che abbraccio per la sua grande pazienza in un momento particolarmente difficile), sono soprattutto contenta perché il tempo mi ha dato infine ragione e ha a suo modo promosso sul campo i lavori del Premio Gennargentu. Di fatto, Elvira Manco, artista a tutto tondo, ha vinto di recente anche il premio letterario organizzato dall’Accademia Belli con l’opera corale “Le forme del sogno”. Bravissima Elvira!
Ne deriva che, per quanto riguarda Rosebud, questo è solo un inizio, un assaggio della sua bravura. Elvira permettendo, infatti, mi piacerebbe portare in questo atipico angolo virtuale che finalmente comincia a “vivere” da par suo, diversi esempi della sua grande capacità artistica. E della sua grande umanità di donna. Perché non può esistere artista senza la sua umanità e, dopo averne conosciuti numerosi di cosiddetti artisti (purtroppo?), credo di poter fare questa affermazione senza tema di essere smentita!
Nell’immagine, Edouard Manet – Olympia (1863)


























Dagli spezzoni pubblicati, ho preso atto della bravura di Elvira Manco, ma anche, con grande dispiacere, che per riuscire a rendere visibile un proprio romanzo – non solo premiato ma proprio edito – non basta la bravura, l’arte dello scrivere, ma bisogna ricorrere ai padrini, agli angeli protettori. Un tempo, almeno, l’artista era mantenuto dalla nobiltà o dai principi del clero, che fungevano da mecenati. Apprezzavano l’arte, in tutte le sue forme, e la sovvenzionavano. Oggi si sovvenzionano solo “cose” (non oso chiamarle artistiche) che garantiscono proventi. Chissà che non avvenga un giro di vite, e la gente cominci a distinguere le creazioni intelligenti e sensibili, dalla carta….igienica!
Be’ di queste e altre cose voglio parlarne più avanti Danila. Ti posso solo dire che io ho chiuso la mia casa editrice quando ho capito che non sarei mai riuscita a sottostare alla “prassi”. Per me i libri non si risolvono nelle “presentazioni dei libri” e per me occuparmi delle cose dell’anima non significa scrivere recensioni per titillare l’ego. Ciò che gira oggidì intorno al mondo dell’editoria… beh lasciamo perdere. Da dire però vi è che al giorno d’oggi esistono gli e-book e sono quelli il futuro. Si evita di distruggere alberi e soprattutto l’autore guadagna in maniera direttamente proporzionale alla sua bravura. Io li trovo un’invenzione bellissima. E presto tutti saremmo dotati di un e-reader che renderà l’editoria tradizionale e le sue dinamiche datate del tutto inutile quando non ridondante.
La bravura di un artista invece è salva sia con l’elettronico che con il cartaceo e, appunto, questi estratti dal testo di Elvira lo dimostrano. Ripeto, Elvira a mio avviso è anche una grande donna e me lo ha dimostrato. Io queste cose non le dimentico. Mai. Perché nella vita bisogna sempre scegliere dove vogliamo stare. In tutti i sensi.
Si, lo so che esistono gli e-book, ed è un’invenzione eccezionale. Pensa che il primo che ho scaricato è Eugene Onegin! E mio figlio possiede già un e-reader, che trova utile quando, viaggiando in treno tra Legnano e Milano, può tranquillamente studiare senza doversi caricare di pesi cartacei! Ma chi ama ancora l’edizione cartacea, non se ne può privare, credimi, e per evitare di distruggere foreste, basterebbe utilizzare al meglio il riciclo, con tutta la carta che ogni giorno viene eliminata! Ma è altrettanto vero che con il sistema informatico, si eliminerebbero certi giri viziosi e certe sovrastrutture che spesso sono di parte, e prive di equo giudizio!
Ho letto. E mi esprimerò solo a frammenti perché non riesco a fare di meglio.
E’ bello tutto questo osservare, quando Anna, prima del parto, esce di casa
‘forse i palazzi, i negozi, la gente che cammina, sono solo una facciata posticcia, un enorme pannello di cartone dipinto dietro il quale c’è il mondo vero’
e può darsi che dica questo solo perché mi è così vicino, perché lo faccio sempre anch’io.
E’ tutto ovattato mentre lei si occupa della casa per prepararla agli altri quando sarà in maternità.
E’ tutto ovattato anche quando si occupa di suo figlio appena nato e lo lava con infinita attenzione ed è sola anche mentre lo guarda perché il confronto con lui non è ancora davvero cominciato.
Ma l’ovatta sparisce improvvisamente quando decide di uscire e il mondo la assale così intensamente brillante che non può sostenerlo.
Ecco, credo che la frase del giurato al Premio Gennargentu abbia detto molto più di me:
“E’ stata una bella scoperta “vivere” un parto dalla parte della madre”.
Angela Fabbri
Un ultima cosa. Se il testo trasmesso non mi avesse preso, non l’avrei mai letto fino in fondo, visto che per me era troppo lungo, invece era scritto così bene che mi sono lasciata coinvolgere.
Grazie a Elvira che ne è l’Autore e a Rina che ce ne ha fatto partecipi.
Grazie a te Angela, serve sempre un bello spirito per riconoscere i meriti altrui!
X Danila. Si, viva gli e-book! Servirà ancora molto tempo perché ci abituiamo, forse un’altra generazione ma poi sarà per il meglio. Nessun dubbio su questo.
Lo spirito non c’entra per nulla. Il merito è merito e il merito di altri mi fa sentire meno sola nella mia incredibile unicità e originalità. Va bene così? Ho espresso bene la mia megalomania?
Anche quella serve!
Qui una storia che taglia corto sulla questione ebook si ebook no
http://ehibook.corriere.it/2012/01/31/nessuno-mi-pubblicava-in-ebook-ho-venduto-15-milioni-di-copie/
grazie rina, grazie danila, grazie angela. grazie per la vostra attenzione e per i vostri apprezzamenti. angela, hai colto benissimo la dimensione ovattata, in taluni momenti persino aliena, nella quale la protagonista vive e il suo disagio, lo stupore, quando il mondo reale la riassorbe. naturalmente nel romanzo c’è altro e spero che un giorno possiate leggerlo. a presto.