Gutta cavat lapidem – Il sito della scrittura online, creato il 27 Marzo 2010 – Anno III – www.rinabrundu.com

Ricordando i sentieri dell’infanzia di…

Gavino Puggioni. Camminando in quelle radure, una volta selvagge, mi sembrava di attraversare la parte estrema di un mondo sconosciuto, oltre il quale viveva il nulla. Il silenzio, il cielo, il mare che, all’improvviso, ti abbracciavano, ti costringevano a pensare e a non pensare, tanto forte era l’emozione di trovarti da solo, in cima a quelle colline, che sapevano d’altri tempi. C’era e c’è ancora una chiesetta, arrampicata, che doveva servire alle preghiere delle mogli, delle sorelle, delle mamme, tante, di quei minatori, che entravano in quelle bocche all’alba e ne uscivano quando il buio era padrone di tutto. Scendendo per la strada, tortuosa e fangosa d’inverno, asciutta e polverosa d’estate, si aveva la sensazione, comunque, di dover raggiungere un luogo amato da pochi, ma di un amore viscerale, coinvolgente, forse struggente.
Era, doveva essere un parco romantico, accarezzato o violentato, ma solo dai venti e dalle piogge. Semmai, calpestato da amanti, degni di quella natura rigogliosa e orgogliosa nei suoi splendori. E dopo, più giù, c’era e c’è il mare, comandante assoluto di quelle insenature, di quelle rocce d’argento, sopra le quali quella stessa natura era abituata ad adagiarsi.
C’era il villaggio, che accoglieva quelle poche famiglie che avevano il coraggio di abitarvi, circondate da rumori cupi e continui, altalenanti, ma che, ormai, facevano parte della loro vita.
Quel villaggio, umano, ora, non c’è più, è stato cancellato dai tempi moderni.
Non sono rimaste neanche le più piccole tracce, per rimandarle, come si dice, alla memoria dei posteri.
È rimasta, nonostante tutto, la grande testimonianza della miniera, ischeletrita, ovvero l’impalcatura di legno e ferro, da dove, prima, si accedeva alle entrature di ciascuna galleria.
Il mare, tranquillo o spumeggiante per il maestrale, era una presenza quasi rassicurante; si rispecchiava sempre nel solito quadro, niente lo intimoriva, niente lo sporcava, se non la ruggine di qualche carrello vecchio e sfasciato. Lo stesso mare, però, pareva lamentarsi di quello che poteva dare, e in abbondanza, ma che nessuno prendeva. I suoi frutti erano lì e si beavano nel loro elemento, giocando con le mareggiate e abbattendosi sui litorali di pietre levigate. Quei pochi, pochissimi arditi che osavano pescare, non erano nemmeno del posto.
Arrivavano, magari di notte, e, alla luce di qualche lampara, scagliavano due o tre bombette e il gioco era fatto. Il pesce, stordito, veniva a galla e si faceva prendere nel sacco, anzi nei sacchi di juta, docilmente e senza spargimento di sangue.

Nel villaggio, tuttavia, si viveva di una vita normale, fatta di sacrifici, di attese, di emozioni e di dolori mai ripagati. Le giornate erano tutte uguali, compresa la domenica, anche se questa doveva essere dedicata al riposo o alla preghiera. Quella grande madre, che era la miniera, rigurgitava continuamente i suoi tesori che dovevano essere colti e portati via, in altre terre, in altre regioni. L’arricchimento era per quella società che gestiva, da lontano, l’affare; l’impoverimento era per tutti, compresi quelli che venivano mal pagati per frugare in quelle viscere profonde e portar via più materiale possibile. E questo impoverimento riguardava anche il territorio, con le sue montagne spaccate, scavate, fatte a pezzi, così che anche l’erba non riuscì mai più a crescervi. Vi crebbero, invece, le malattie da quelle polveri e chi ne fu colpito ebbe a pagare fino alla fine dei suoi giorni.
 
Le spiagge senza sabbia, colme di ciottoli rotolanti, grigi, bianchi, neri, e striati anche di rosso arrugginito, solitarie, erano sempre uno spettacolo da vedere, solitarie o al massimo con qualche branco di buoi e cavalli, che vi andavano per fare la loro indisturbata passeggiata.
Ti invitavano, quando il mare era una distesa d’acciaio, a meditare, a proporti in maniera quasi primordiale, allargare le braccia, respirare a pieni polmoni e spaziare nell’infinito di quell’orizzonte che credevi di vedere, ma era solo un miraggio. Anche i gabbiani sapevano di essere soli, tant’è che i loro giochi, le acrobazie, i loro incroci su quelle acque sembravano più liberi, ispirati a quello che li circondava, in una tavolozza di colori, sempre sgargianti ma naturali.
Ora, oggi, adesso, a distanza di tanti lustri, quella terra, chiamata Argentiera, è un cumulo di quello che è stato e di quello che vorrebbe essere. Un gran pasticcio, il cui attore, sempre l’uomo, ha stravolto ogni cosa, ha dimenticato il rispetto di quel suolo, sopraffacendolo di intuizioni orride, cercandovi una soluzione mai arrivata, continuando a pasticciare ed offendere quel lembo di ricordi intimi, di uomini e donne che hanno sofferto e gridato inutilmente nel silenzio.
Ancora, e per una volta all’anno, per due lunghi mesi, è meta di popolazioni incivili, arrivati da altri mondi incivili, che vogliono incivilizzare quello che loro non appartiene, tanto, dopo, fanno rientro nelle loro stesse inciviltà. Quel pezzo di terra continuerà a lamentarsi, anche se continuerà ad offrirsi con le sue bellezze ormai contaminate, sporcate e vituperate da tutte quelle imprese di individui post-moderni, incapaci di sentire, di vedere, incapaci di amare ciò che la Natura aveva loro regalato.
 
Nella fotografia, Quercus pubescens. Bielinek, NW Poland, autore Kenraiz, opera propria, fonte Wikipedia.

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Categorised in: Accadeva allora, Contos, Gavino Puggioni, Giornalismo online, Racconti, Rosebud, Sardegna

17 Responses »

  1. Bellissimo Gavino, il racconto-lirico come piace a me! Questo per me è il tuo pezzo più bello!

  2. Non ho letto gli altri, ma questo è davvero un racconto intenso, scritto bene, senza sbavature. Complimenti.

    • Caro Alfonso, l’intensità che tu dici è dovuta all’amore incondionato a questo lembo di terra, unico per me ma anche per tanti che l’han visto per la prima volta. Grazie

  3. Gavino? Finalmente mi hai dato il piacere di leggere una tua poesia. Anzi, una tua grande poesia.
    Angela

    • Che angelo che sei! E non poteva essere diversamente, letta da te, che di racconti te ne intendi e come! Vedi, la poesia-prosa può nascere anche da semplici ricordi-versi dedicati alla vita, quella terrena e vissuta. ciao

  4. Bellissimo, Gavino, il genere di scrittura che mi seduce e m’imprigiona.
    E poi che bello scoprire assonanze nelle immagini di una realtà che un poco ci accomuna! Perchè anche la mia è terra di miniere ormai dismesse, sebbene i pozzi affoghino nella razzola e nei roveti o dormano infidi dietro a spalliere di ginestre, sepolti, quasi soverchiati dal verde rigoglioso della macchia.
    Mio padre in gioventù, per un breve periodo della sua vita, ha fatto il minatore. Pochi anni, ma sufficienti a scavargli dentro un ricordo corposo. Così vivo e pregnante da sopravvivere alle memorie stratificate dalle vicende di una vita lunga e intensa. Non c’è racconto in cui non affiorino suggestioni dalle profondità dei pozzi. Memorie che che il tempo ha spogliato delle asperità per lasciar intatta la sacralità dei gesti, la fratellanza cementata dal fango e dalla polvere.
    Ricordi come pezzi di pirite sparsi per casa, anch’io ne ho uno, che abbiamo imparato ad amare da bambini come il tesoro prezioso scavato dal babbo, che ormai faceva la guardia altrove ma ce li mostrava ammantandoli di un’aura magica.

    • IL tuo pensare, Francesca, a questo mio racconto come un pezzo di vita, tua e della tua famiglia, mi tocca nel profondo. Quei minatori, da fanciullo, li ho conosciuti anche io e tutti avevano un sorriso in bocca, nonstante il nero-fumo del loro viso. Erano felici, spossati dal lavoro a 800 metri di profondità, ed arzilli come gazzelle, mentre l’amanuense registrava, come poteva, la loro uscita dalla bocca delle galleria, vicino al mare. Era un altro mondo, più pulito, poco umano ma necessario, i lamenti e le recriminazioni potevano attendere…
      non come adesso, cara mia. Grazie perchè hai spacchettato un vecchio diario dove sono nascoste tante verità di vita. ciao

  5. Gavino, ha colpito anche me la tua struggente immagine di un tempo duro, ma con un vissuto pieno di amore, comparato alla devastazione incivile. Veramente sembrano gli stessi miei ricordi, che non ho mai vissuto personalmente, ma attraverso i racconti di mamma. Si Francesca, anche mio padre, per una manciata di anni, è stato minatore, nell’Inglesiente, tornando a casa col viso annerito dal carbone. Non era sardo, ma la guerra gli ha dato una scelta: o partire per il fronte, o un lavoro militarizzato in una miniera sarda. Si era sposato nel 1939, e lo stesso giorno del matrimonio, lui e mamma sono partiti per Carbonia. Due anni dopo, è nata mia sorella. io invece sono arrivata ben dopo la guerra, e di questi patimenti non ho sofferto, se non attraverso il ricordo di mamma, che ancor oggi, a 92 anni, ricorda quei tempi, quando doveva tostare il semolino per preparare la pappa a mia sorella, C’erano i soldi, la paga di papà, ma dal continente non arrivavano viveri, e dovevano arrangiarsi come potevano. Non ricordo che mio padre abbia mai parlato di quel periodo, l’ha come sepolto nella memoria: troppa fatica, troppa polvere, di carbone e di tempo. Papà è scomparso 34 anni fa, a causa di una metastasi. Da minatore aveva contratto una bronchite cronica, che poi si è evoluta in qualcosa di grave. Mamma però mi racconta di quando andava a Sant’Antioco, e una donnina vendeva barattoli di vongole da lei pescate, o come la signora Puddu le insegnasse, lei sposina diciannovenne un po’ inesperta,a preparare i pistoccus, o savoiardi sardi, o come fare i malloreddus, oppure una specie di Kus-Kus, sfregando la semola di grano tra le mani. Mamma ha sempre desiderato ritornare in quei posti, come fossero i suoi, lei che è di origine veneta, e nell’ormai lontano 1978 la portai sulla Costa Smeralda, dove a Porto Rotondo vivevano i miei cognati, ai quali era nato un bambino. L’intenzione era di fermarci lì una settimana, e poi con l’auto scendere fino a Cagliari. Non è stato possibile:dopo pochi giorni mio padre – che era rimasto a casa – telefonò dicendo che non si sentiva bene. Accompagnammo all’aeroporto la mamma – noi non potevamo partire subito poiché avevamo la prenotazione sul traghetto per l’auto – così quel viaggio non si fece più. Papà morì un mese dopo.Tornai ancora in Sardegna, a San Teodoro, per portare i bambini al mare. E quella fu l’ultima volta che toccai le coste sarde. La mia non è una poesia, non ha nulla di lirico, ma il racconto di Gavino mi ha riportato alla mente ricordi tanto belli quanto dolorosi!

    • Danila, onore e gloria ai vecchi, alla tua mamma un abbraccio, da noi si dice, in sardo, a chentannos, che penso capisca. mille auguri, a cent’anni e ci vuole poco.
      Quello che mi dici, brevemente o no, è pur esso un racconto di vita che si forma attraverso la memoria, il ricordo, per i quali, dopo, nasce la poesia, quella vera, che ha un sub.strato dell’anima che si confessa, anche nel dolore, nella delusione, nel sacrificio fisico per sottostare ad un ordine, c’era il lui, capisci, e un ordidne era legge, anche non scritta.
      La Sardegna, per tanti, è stata anche quella da te descritta, ahimè!, se non terra di punizione-confino, quando si intendeva punire un personaggio poco incline ai dictat di allora.
      Sì, dopo è arrivata la Costa Smeralda, Porto Rotondo e tutti gli ammenicoli vari del turismo
      ma anche delle industrie fantasma che ci han regalato altra desolazione, quella umana e globale, in mezzo alla quale ci sentiamo, tutti, sempre più isolati in un isola.
      Grazie Danila per i tuoi ricordi ciao

  6. Splendido. Ogni parola in più sarebbe superflua.
    Salvo

    • In ritardo Salvo, io, ma le parole, anche superflue, vanno ad aggiungersi ad altre parole che formano la nostra vicinanza formata da sentimenti e da emozioni, comunque rare al giorno d’oggi.
      Grazie e ciao

  7. Grazie Gavino, per le belle parole! Vedi, come dicevo anche a Rina, la Sardegna ce l’ho nel cuore, ereditata dai miei genitori. Da mia sorella che è nata a Gonnesa, e da mio nipote che è nato a Ozieri. Ho amiche sarde che vivono a Milano e a Legnano, quindi Rina. Ora te. Come vedi, c’è sempre un forte legame con questa meravigliosa isola, che ho imparato ad amare anche per quel poco che l’ho visitata. Ora la costa Smeralda è cementificata al massimo, anche se con un certo gusto ma, tornata dopo alcuni anni, non ho saputo riconoscere neppure l’ubicazione della casa che abitavo. Sono rimasta incantata da Capo d’Orso e dalla Maddalena: un mare tanto azzurro e trasparente non l’avevo visto che in Grecia! Per il resto, amo moltissimo i documentari, e ne ho gustati parecchi girati in terra Sarda: meravigliosa terra, anche se depredata dalle industrie! Soru che ha fatto? Perché ha lasciato? Ora sta facendo fallire anche Tiscali, la sta vendendo a pezzetti, ed era un colosso delle telecomunicazioni. Non so se lo sapete,ma a Sa Illetta la Tiscali ha creato un villaggio tipo campus, molto bello, dove non solo c’è la sede, ma anche alloggi e servizi vari per i dipendenti. Ora stanno licenziando a tutto spiano. Dove abbia sbagliato Soru, non so. Mio figlio per Tiscali ha lavorato un anno, come Network Engineer poi, sentita l’aria che tirava, ha cambiato azienda. Vedi che il filo che mi lega alla Sardegna continua nel tempo, e continuerà….nel bene e nel male! Ma sai perché? Perchè i sardi sono bella gente, infatti anche mio figlio continua a mantenere ottimi rapporti coi colleghi di Cagliari!
    Capito mi hai? Oja!!(non so se scrive così!).

  8. Danila, va a finire che sei più sarda di me, ma non sono geloso, anzi.
    In breve mi hai fatto ricordare un bellissimo libro di Marcello Serra, intitolato MAL DI SARDEGNA, edito a fine anni sessanta, dalla Fossataro di Cagliari, ormai introvabile ma lo sto cercando, avendolo io regalato ad un caro amico di Sorbole, in provincia di Parma.
    Il libro più bello che sia mai stato scritto sulla mia isola, assente il folclore, quello mangereccio e di bassa lega e tutte le puttanate che oggi si scrivono per far arrivare turisti in Sardegna. La tua memoria è vera, è vivida, quasi romantica. Soru? uguale agli altri, vedi l’esempio di Tiscali, ma proprio ieri, su quella casa d’aste famosa, di Londra, è apparsa in vendita la sua villa, non Sa Illetta che sta morendo, per ben 34 milioni di euro, base d’asta, che ne dici? Starà copiando il Berlusca?
    Capito ti ho! oja!, mi sembra giusto, come ajç!

    ciao

  9. Un bellissimo nostalgico pezzo, così sognante. Leggerlo riconcilia con la vita e fa rimpiangere l’italica agreste campagna, che abbiamo abbandonato per un insediamento
    abitativo cittadino irritante e caotico.
    Grazie per l’accurata godibile descrizione e mi scuso per il ritardo col quale scrivo il breve commento.
    un corale saluto.
    M. Teresa

  10. Ciao Maria Teresa, bellissimo angelo. Baci.

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