cercando lapilli
creando blasfemi
si
rivolgo a te il
mio dire irato
urtato radiato
e traumi postumi
non serve la cruna
mancante
o il flagello
dell’osso sacro
mi fu
retro-guardo e
taccio
**********
necessita assenza d’assenzio
o semplici tratte suffangate
orlate e punti di sutura
capo di brace
pietas
a tratti
su traumi
fratture
incensi
e perdipiù
-(meno)
-(meno)
-(meno)
di quanto sia
**********
Allergica _mente
il fondo sfonda
sfonda
termini di riti
caratteri sfumati
fumi allergici
allergica mente
teme
lo schiantarsi dell’incubo
chiamalo sogno impetuoso
impietoso
nell’impeto
**********
disertando catarticamente
non cigola il campo
malgrado intenda
reali lati
intenti
a travagliare bestiali sensi
opulando
il campo
il campo
il campo
(tratto da L’altro.ed 2010)
**********
lungo la strada
distorta
a tratti obliqua distrutta
poi chiodi di ruggine
chiudono
cose case casse
nel fluire svilito
subito subito
prima del dopo
dopotutto
prima che sia goccia
che ghiaccia
sull’osso sunto
all’untore
e notte di tutte le notti
né respiro
SI TACCIA
Postfazione di Rina Brundu. L’allitterazione (dal latino adlitterare, ovvero “allineare le lettere”), è una figura retorica che focalizza sulla rilevanza fonetica delle parole e consiste nella ripetizione di una lettera, di una sillaba o di un suono all’inizio di parole successive. Soprattutto, è una figura retorica molto nota a chi ha studiato letteratura inglese (ma anche letteratura germanica in generale), in quanto gran parte della poesia in old-english ha utilizzato il metro allitterativo (o verso allitterativo). Tra le opere più famose costruite con queste strategie tecniche ricordiamo lo straordinario poema epico Beowulf e l’Inno di Caedmon.
Ma cos’ha a che fare l’allitterazione con la scrittura poetica online della bravissima Maria Grazia Galatà? A mio avviso molto, soprattutto perché la stessa guadagna valore estetico e ritmo proprio facendo ricorso all’utilizzo delle tante possibilità offerte da questa strategia tecnica. Nella prima opera, senza titolo, segnalata in questo articolo, i.e. cercando lapilli, un ottimo esempio in grado di sostenere la mia tesi è dato dalla sequenza “di/r/e-i/r/ato-u/r/tato-/r/adiato-e-t/r/aumi postumi” dove si evince la rilevanza fonetica della consonante /r/. Bellissimo anche il successivo incipit nece/ss/ita a/ss/enza d’a/ss/enzio.
Naturalmente, ciò che ho messo in breve evidenza nella presente occasione è solo uno dei tratti-stilistici che a mio modo di vedere marcano l’opera di Maria Grazia. Più in generale la sua arte appare il risultato di una continuata ricerca dentro le possibilità estetiche e poetiche dei “segni”. Di tutti i “segni”. Ed è proprio da quelli, e dalle loro infinite qualità-costruttive, che trae la sua innegabile ricchezza.
Nell’immagine, il testo dell’iscrizione runica della Grande pietra di Jelling, Jelling, Danimarca, 965.
Il testo recita:
haraltr:kunukʀ:baþ:kaurua
« Harald Re fece fare »
kubl:þausi:aft:kurm faþur sin
« stele codesta per Gorm padre suo »
auk aft:þąurui:muþur:sina:sa
« e per Thyra madre sua, questo »
haraltr ias:s<ą>ʀ·uan·tanmaurk
« Harald che conquistò la Danimarca »
ala·auk·nuruiak
« intera e la Norvegia »
·auk·tani·<karþi·>kristną
« ed i danesi fece cristiani. »




















Grazie
Grazie a lei Maria Grazia: bello leggere qualcuno tanto intelligente da saper usare le parole e le convenzioni-linguistiche in gran libertà piuttosto che farsene schiavo!
La liberta, anche nel caso della poesia, è un dono ed interpretarlo in questa maniera è dote eccelsa, non comune.
Un ringraziamento a Maria Grazia Galatà, con tutta la mia stima
Gavino
mi piacciono le parole che escono dagli schemi e si fanno idea
chicca
grazie Gavino, Chicca. Effettivamente l’arte libera di Maria Grazia sta riscuotendo un bel successo su Rosebud. Bello.
parole sapientemente ricercate ma non “effettistiche”, sperimentazioni linguistiche-poetiche , immaginifiche, asciutte, riff che si rincorrono, quasi dei riferimenti alle notazioni musicali di Luciano Berio o di John Cage, a tratti la scuola “sanguinettiana” si affaccia nella poetica di Maria Grazia, insomma un gran bel leggere. Complimenti a Maria Grazia e a Rina per l’ottima postfazione.
Confermo, in toto, questo pensiero di Marco sulla poetessa Maria Grazia, è un gran bel leggere, d’altronde si dice – non si finisce mai di imparare! – ed io sono lo scolaro
gavino
Felice di risentirti bravissimo Marco! Secondo me questo pezzo sarebbe pure adatto per entrare nel vivo di quel discorso poetico che premeva anche a Gavino…
A proposito di Sanguineti artista amato dai tanti e inviso ai molti
ecco alcuni versi a loro modo allitteranti….
Pagina bianca
come i tuoi minipiedi
di neve nuova.
belle poesíe
Un altro esempio:
iperbolici ippomani ipoconici
orchitriti ostricanti ortocanonici…
da cataloghetto catacolophonico di Sanguineti
Quando vuoi, Rina, entriamo nel vivo con Gavino.
Sapete, amici cari, Rina compresa, ed è vero, Sanguinetti era ed è stato “sanguigno”, vero fino al parossismo nella sua poesia. Per questo ha avuto grandi estimatori ma molti non detrattori, ovvero compartecipanti alle sue idee-pensiero che, comunque, vanno accettate per quel che sono, semplicemente da rispettare, leggere, e magari non condividere, senza voler esser contrario a niente
gavino
Be’ nel giudizio su Sanguinetti entrano questioni diverse….
ma straordinaria questa entry di Marco
iperbolici ippomani ipoconici
orchitriti ostricanti ortocanonici…
Straordinaria per una come me che ama guardare alle possibilità della scrittura da molte angolazioni (più o meno dietro tutto il fuss di questi dieci anni in Rete c’é solo questa passione)…. Posso però pensare che per molti altri spiriti questa di Sanguinetti possa essere quella io definirei non-poesia, non-rima, non-verso…
Adonde està la verdad? Me lo domando?
Cosa è poesia Gavino, Marco, Luca, Enrico (se ci sei), Maria Grazia e tutti voi che la componete? Cosa è poesia?
Qualche riflessione…
La realtà è il mio punto di osservazione, lo sguardo percepisce la molteplicità delle angolazioni del nostro raffrontarci con l’esterno, un rapporto complesso che richiede presenza e attenzione, un ascolto che sfocia in dialoghi diretti con un mondo fatto di percezioni, sensazioni, punti “deboli” che si tramutano in pensieri che rincorrono altri pensieri in una danza vorticosa accompagnata dai ritmi del proprio habitat. Il testo pensiero prende così forma nella sua eterna contraddizione come una partitura dove il tempo non è mai stabilito a priori ma è ogni singola misura o battuta a scandirne le trame, sempre diverse ma vicine perché vogliono capire, cercare di prevenire le misure successive. Questo richiede una totale simbiosi con il proprio reale, un mondo “working in progress” che costruisce il racconto, lo sviluppa, lo articola, lo canta nel gusto del vissuto e di “quello che rimane da vivere”, una forbice strettissima che non lascia spazi a voli siderali e pindarici “fuori dall’io, dagli altri e dalle cose”.
Dunque la scrittura, a mio avviso, deve essere vicina al tempo che si vive, a questo nuovo millennio che, tra una tecnologia esasperata e i nostri passi che faticosamente arrancano, aspetta di essere rappresentato in tutta la sua complessità emotiva, nevrotica e aggiungo piuttosto confusa. Mi piace, così, osservare, descrivere, quasi come un cronista armato di ironia ma anche di tanta amarezza , il caos del nostro tempo, partendo, appunto, dalle piccole cose, dai singoli oggetti, feticci divenuti una nostra seconda pelle, dal nostro essere in questo mondo senza una vera identità, una sorta di cloni che attraversano questa vita senza rendersene conto. Che sia una totale assenza di valori? Molto probabile. C’è molta rassegnazione, a mio avviso, e quando descrivo la metropoli in cui vivo, Milano, mi soffermo spesso su questi sguardi fissi come delle bilie di acciaio che sembrano fisse nella loro vacuità, su questi pedoni , quasi degli automi, che consumano la loro fretta non godendosi il tempo della pazienza e che camminano con le teste reclinate come se cercassero la soluzione nella punta delle proprie scarpe, unico riferimento nel proprio nascondersi, insomma una blade runner del terzo millennio.
Ho sempre pensato, infine, a proposito della costruzione di un testo, che leggere una partitura musicale sia molto simile a scrivere una poesia dove la misura o la battuta corrisponde al singolo verso e all’interno del medesimo rigo scegliamo, dunque, la nostra libertà di espressione. Per quello che attiene le fonti “sotterranee” ho sempre ritenuto che le parole così come le note debbano sgorgare in modo spontaneo, diretto e l’immersione avviene quando è la scrittura che ci chiama dall’inconscio di quella fonte e non viceversa.
Posso rispondere?, Rina.
La poesia, da sempre, è verità. Non è fantasia, non è un romanzo, non se ne aspetta la fine per scoprire chi sa cosa. E’ la sintesi del pensiero, in quel momento, non in tutti i momenti. La poesia si compone quando la si sente, dentro, quando c’è qualcosa che spinge nell’intimo, anche a protestare per chi è capace. Le sue parole, in versi liberi, così è oggi, devono rispecchiare l’animo di chi l’ha scritta e devono “significare”, devono avere un substrato fatto di sentimenti ed emozioni che altri possono non avere, perchè distratti e poco attenti a quell’attorno che ci ammorba.
Chi scrive di poesia deve essere credibile, non deve ingannare il lettore sotto mentite spoglie (non so di chi sia questa frase, la faccio mia), non deve essere alchimico nè iperbolico, nemmeno stravagante, anche se ciò da tanti è bene accetto
Ma mi fermo, ci sarebbero mille altri motivi per descrivere la poesia, oggi
gavino
Che meraviglia leggervi !
Si potrebbe continuare all’infinito , a proposito del linguaggio poetico e di come si accosta alla musica , alle arti ingenere .
Grazie di cuore
“Qualche riflessione”, ecco cosa è la poesia, “fuori dall’io, dagli altri e dalle cose”, ma, allo stesso tempo, dentro quei tre elementi che hanno contribuito a formarla. Diversamente non è poesia. Descrivere il proprio habitat, in mezzo al tumulto del tempo che passa e si fa padrone del corpo, è opera di chi si sente avvolto da sensazioni di vita, di energia pura che si coglie, magari, passando per un mercato o ammirando i quadri di Versailles, passando tra file di barche a vela o calpestando immondizia di questa terra che ben conosciamo.
La musica, quella seria, è poesia alta ed avendo un figlio violinista di professione, ti posso assicurare, Marco, che quella poesia bisogna leggerla, come dici, con il cuore e l’anima, i versi come le note, poichè queste ti restituiscono tutto ciò che di più bello uno può
desiderare, senza pentimenti o ripensamenti
gavino
Condivido Gavino, alla fine siamo “coinvolti” altrimenti non riusciremmo a scrivere. oppure potremmo essere solo degli onesti mestieranti della scrittura come i coveristi o i turnisti della musica, quelli che vengono chiamati per suonare un pezzo in sala registrazione o per riempire una pagina di un’anonima antologia. ecco, non è quello che vogliamo e la poesia qui non c’è, c’è solo il vivere di rendita ( troppo comodo ) in un copia/incolla di ciò che è stato copiato/incollato da secoli, emozioni preconfezionate, così credo. la poesia sta nella direzione opposta.
e la poesia di Maria Grazia è un esempio di scrittura che guarda in avanti e non strizza l’occhio ai bianchi gabbiani, agli oceani, agli infiniti, a tutta quella retorica che sta, purtroppo, omologando gran parte della poesia in rete.
Secondo me però è molto più omologata la poesia tradizionale (editata e pubblicata su cartaceo), non la poesia-online che ha troppe, infinite possibilità di sfuggire la censura. Anche critica.
Detto questo ancora complimenti a Maria Grazia. La sua arte ha sbaragliato ogni record su questo sito relativamente giovane….
Inseriamo anche altre anime-poetiche: ecco quella cantaa di Jacques Brel
JE CONNAIS DES BATEAUX
Je connais des bateaux qui restent dans le port
de peur que les courants les entraînent trop fort.
Je connais des bateaux qui rouillent dans le port
à ne jamais risquer une voile au dehors.
Je connais des bateaux qui oublient de partir.
Ils ont peur de la mer à force de vieillir,
Et les vagues, jamais, ne les ont séparés,
Leur vovage est fini avant de commencer.
Je connais des bateaux tellement enchaînés
Qu’ils en ont désappris comment se regarder,
je connais des bateaux qui restent à clapoter
Pour être vraiment surs de ne pas se quitter.
Je connais des bateaux qui s’en vont deux par deux
Affronter le gros temps quand l’orage est sur eux,
je connais des bateaux qui s’égratignent un peu
Sur les routes océanes où les mènent leurs jeux.
Je connais des bateaux qui n’ont jamais fini
De s’épouser encore chaque jour de leur vie,
Et qui ne craignent pas, parfois, de s’éloigner
L’un de l’autre un moment pour mieux se retrouver.
Je connais des bateaux qui reviennent au port
Labourés de partout mais plus graves et plus forts,
je connais des bateaux étrangement pareils
Quand ils ont partagé des années de soleil.
Je connais des bateaux qui reviennent d’amour
Quand ils ont navigué jusqu’à leur dernier jour,
Sans jamais replier leurs ailes de géants
Parce qu’ils ont le coeur à taille d’océan.
(Jacques Brel)
Leggo con un pò più di calma le note di ieri…
Marco ha scritto: “quando descrivo la metropoli in cui vivo, Milano, mi soffermo spesso su questi sguardi fissi come delle bilie di acciaio che sembrano fisse nella loro vacuità, su questi pedoni , quasi degli automi, che consumano la loro fretta non godendosi il tempo della pazienza e che camminano con le teste reclinate come se cercassero la soluzione nella punta delle proprie scarpe, unico riferimento nel proprio nascondersi, insomma una blade runner del terzo millennio….”
Per associazione di idee mi torna in mente Eliot e la poesia modernista. Quel capolavoro che è The Waste Land e che racconta la vacuità del mondo, nonché gli automi che l’abitavano nell’aftermath della prima guerra mondiale. Un capolavoro assoluto, che a mio avviso sta alla poesia come “l’urlo” di Munch sta alla pittura: entrambi che raccontano l’angoscia insita nella condizione umana come mai è stato fatto prima e mai verrà fatto dopo. Questa per me è POESIA! L’unica che può essere.
I. THE BURIAL OF THE DEAD
April is the cruellest month, breeding
Lilacs out of the dead land, mixing
Memory and desire, stirring
Dull roots with spring rain.
Winter kept us warm, covering
Earth in forgetful snow, feeding
A little life with dried tubers.
Summer surprised us, coming over the Starnbergersee
With a shower of rain; we stopped in the colonnade,
And went on in sunlight, into the Hofgarten, 10
And drank coffee, and talked for an hour.
Bin gar keine Russin, stamm’ aus Litauen, echt deutsch.
And when we were children, staying at the archduke’s,
My cousin’s, he took me out on a sled,
And I was frightened. He said, Marie,
Marie, hold on tight. And down we went.
In the mountains, there you feel free.
I read, much of the night, and go south in the winter.
What are the roots that clutch, what branches grow
Out of this stony rubbish? Son of man, 20
You cannot say, or guess, for you know only
A heap of broken images, where the sun beats,
And the dead tree gives no shelter, the cricket no relief,
And the dry stone no sound of water. Only
There is shadow under this red rock,
(Come in under the shadow of this red rock),
And I will show you something different from either
Your shadow at morning striding behind you
Or your shadow at evening rising to meet you;
I will show you fear in a handful of dust. 30
Frisch weht der Wind
Der Heimat zu
Mein Irisch Kind,
Wo weilest du?
“You gave me hyacinths first a year ago;
“They called me the hyacinth girl.”
- Yet when we came back, late, from the Hyacinth garden,
Your arms full, and your hair wet, I could not
Speak, and my eyes failed, I was neither
Living nor dead, and I knew nothing, 40
Looking into the heart of light, the silence.
Od’ und leer das Meer.
Ma io amo anche Prevert, le sue canzoni-poesia ed eccone una, breve ma intensa
Chanson
quel jour sommes-nous
nous sommes tous le jours
mon amie
nous sommes toute la vie
mon amour
nous nous aimons et nous vivons
nous vivons et nous aimons
et nous ne savons pas ce que c’est que la vie
et nous ne savons pas ce que c’est que le jour
et nous ne savons pas ce que c’est que l’amour
Avrò avuto 18 anni, poco meno o poco più. Un’amica è stata investita da un’auto. Ho composto una poesia, non sapendo cose fossero le poesie allitterative: però pensavo che i suoni delle parole potessero aiutare a “sentire” i versi. Eccola:
Scivola sul lastrico
della strada
Strazia lo stridore
dei freni.
Schianto.
Una chiazza
rossastra
testimonia
tragica
l’angosciante
tragedia.
Sci- stra si ripetono, e danno l’effetto sonoro dell’incidente. L’avevo dimenticata (non l’incidente mortale e non l’amica) intendo la poesia. Questo articolo me l’ha riportata alla mente, e sono andata a cercare, tra le poesiucole che una ragazzina poteva scrivere, sugli amorucoli, sulla tristezza adolescenziale (tutte da lanciare dalla finestra senza rimpianti!!) questa, decisamente diversa. Chiedo agli esperti: potrebbe essere considerata una allitteratura? Grazie!
Intervenga un esperto/a, bisogna verificare se, nella recita, quelle ripetizioni abbiano le stesse sonorità sillabiche
gavino
Direi quasi-alliterativa:)
There you go some more data sull’alliterazione.
L’alliterazione è fenomeno molto più comune
nelle lingue germaniche che nelle neo-latine. An-
che air infuori della poesia, nei modi comuni di dire,
abbiamo in inglese: safe and soundj thich and thin^
weal or wee^fair orfoul^ plump and plain^ spick
and spanyjishjflesh orfowl^ kith and kin… (1).
Essa consiste propriamente nel ricorrere della
stessa lettera (principalmente della stessa conso-
nante^ più raramente della stessa vocale) in di-
verse parole, sopratutto nella loro sillaba iniziale.
Questa condizione del ripetersi della lettera nella
sillaba iniziale talvolta non si avvera, essendovi
ripetizione della lettera in sillabe non iniziali;
ma è quella la condizione fondamentale, caratte-
ristica della alliterazione (2).
(1) Confronta anche: But and ben; Cark and care; Chick nor
child; Fear nor favour; Haveandhold; House and home; Ehyme
and reason : Sick nor sorry ; Stock and stone; True as touch ; Watch
and ward; Wise and wary; Wit and wisdom; Wind and Weather;
Sac and soc; ToU and team. Motti araldici : Manners màkyth man;
Time Metà trota, Confr. Earlb, Philol, ofthe Engl.tongne: Prosody.
Grazie Rina, sei stata chiarissima!