di Rina Brundu. Samuele Stochino: lui era il re! Che nella cucina rosata, quando la nonna raccontava le sue storie, non si sentiva una mosca volare. Che anche “i grandi” spalancavano le orecchie e spingevano la sedia verso il focolare. Che la zia buttava altre frasche sul fuoco e le lingue rossastre si incendiavano come zolfo fuso a contatto con l’aria. Che lo zio si “svegliava” di botto e i suoi occhi azzurri, bellissimi, prendevano a brillare. Strano. Che lui, lo zio, le storie della nonna le aveva sempre ammirate ma quando si trattava di Samuele era tutto un altro paio di maniche: lui, infatti, lo aveva incontrato di persona, milioni di anni fa. Che quella sera d’inverno del 1923, nell’ovile perduto tra le vallate del Gennargentu, era una sera come le altre: pioveva e soffiava il vento. Che quando i cani avevano preso ad abbaiare non si era visto nessuno anche se poi Stochino e Piricu Marongiu, moschetto spianato, si erano materializzati davanti. Che a Samuele gli avevano appena rubato i maiali e voleva sapere chi era stato. Che, disse, li avrebbe messi tutti quanti a sa “giura” e non voleva sentire ragioni. Che dalla sua bisaccia tirò fuori un libro avvolto in un panno bianco e pretese che ciascuno dei pastori presenti vi mettesse la mano destra sopra e giurasse che non gli aveva rubato i maiali e che non avesse “consigliato” ad un altro di farlo. Che il primo pastore assicurò: “Deo giuro ca non apo furau ne consigiau” e Samuele mosse oltre. Che il secondo pastore ripetè: “Deo giuro ca non apo furau ne consigiau” e Samuele mosse oltre. Che quando Samuele si fermò davanti a lui e lo vide bambino lo risparmiò. Che quando sa cerimonia de sa giura terminò Samuele e Piricu si allontanarono nel buio della notte per non tornare mai più. Che, dicevano, Samuele aveva un senso dell’onore tutto suo e rispettava gli onesti. Che quando lo zio terminava di raccontare la sua storia un silenzio pesante cadeva nella cucina rosata e pareva quasi di udire i fiocchi di neve bianca posarsi sul mantello immacolato che, fuori dalla porta, era già diventata la strada. Che non era raro che subito dopo io uscissi in cortile e guardassi verso su Monte ‘e sa Furca e mi domandassi quanti banditi vi stessero bandiando proprio in quel momento. Che mio malgrado io Samuele lo ammiravo: ammiravo il suo coraggio quando aveva difeso la sua donna dai soprusi del reuccio locale, quando aveva risolto che era meglio latitare, quando aveva sepolto l’amata morta in un qualche picco inaccessibile o canyon impenetrabile destinato a restare tomba nascosta. Per sempre. Che Samuele era un mito legato a doppio spago con l’essenza stessa della nostra sardità e quei nodi non si potevano sciogliere a piacimento. Che già quando si parlava di Mesina l’atmosfera cambiava. Che c’erano gli elicotteri dei carabinieri e dei cacciatori-di-Sardegna che ci ronzavano continuamente in testa con le mille storie dei facoltosi continentali rapiti all’affetto delle loro famiglie. Che quelle storie non ci piacevano proprio e non ci rappresentavano. Che le ragioni della latitanza di Samuele erano state altre, o almeno così ci piaceva di credere. Perché anche noi avevamo bisogno di miti e le montagne di Sardegna non ne conoscevano altre che non fossero quelle dei suoi figli più ribelli. Che nelle regioni interne di quell’isola bellissima re e regine, preti e prelati, quando non avevano deciso che sarebbe stato più prudente fare marcia indietro, c’erano venuti solo per rubare. Depredare. Portare vie decime, balzelli, tasse, imposte, tributi, pedaggi e trattenute varie. Che nel tempo hanno tentato finanche di cancellare il ricordo di quell’altra Sardegna selvaggia e irriverente e per renderlo presentabile hanno creato le proloco e gli uffici del turismo, tutti insieme appassionatamente alla ricerca della nostra sardità perduta. Che la sardità non è un’opzione-trendy: vive con te mentre cammini per strada e ti gusti, o sopporti, a seconda delle circostanze, la vita. Che guardandoti indietro ti rendi conto che in fondo non ti è mai servito altro e, nei casi migliori, è destinata a morire con te.
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Fotogramma tratto da “Banditi ad Orgosolo” di Vittorio de Seta. Fonte Wikipedia.



















Mia cara Rina, il tuo pezzo mi è piaciuto anche se mi sembra che, ultimamente, tra pezzi e commenti, io e te ci siamo troppo lasciate andare all’onda dei ricordi.
Anch’io ho lasciato le mie campagne e preferisco non ripensarci perchè allora la mia famiglia c’era tutta: papà, mamma, mio fratello grande, io, la zia di mia madre che era per noi tutti la Zia Savina e, nel finale di quel periodo, era anche nato il fratello piccolo Stefano. Poi andammo a Ferrara (estate 1960) e forse per quel cambiamento io feci un sogno e cominciai a scrivere.
Da allora è passato più di mezzo secolo e adesso è solo a quel sogno che penso, non tanto a tutto quello che ho fatto e che ne è derivato, ma a quello che ancora devo realizzare. Cioè al futuro.
Con affetto e partecipazione d’animo, Angela
Tanto è vero questo ricordo, Rina, che, ai tempi del banditismo moderno, da anni sessanta in poi, vedi sequestri industriali e commerciali, di Samuele Stocchino non si è parlato mai, proprio perchè quei soldi facili e tragici, non erano nel suo orizzonte, di uomo di parola, di quelli che si sovrapponevano la mano destra per giurare!, e questo bastava per vivere, tranquilli, anche senza pentimenti
Gavino
Cara Angela, ti ringrazio per le tue parole, sei molto cara come sempre, ma questo pezzo non parla di ricordi, parla di sardità… che non è una opzione trendy. E parla di sardità in connessione ad una moderna problematica “deliquenziale” che ti assicuro e’ purtroppo mera attualità in quel di Sardegna e che io, seppure lontana, seguo sempre. Di fatto ci saranno diversi articoli nel prossimo futuro su alcuni “casi” attualmente in corso. Ma soprattutto ci tengo a reiterare che la “sardità” non è un’opzione trendy ma un nodo a doppio spago che lega nostra essenza alla sua terra. Saluti.
Bravissimo Gavino. Sono impegnata al momento ma stasera se riesco faccio un follow-up a quanto dici in previsione di alcuni articoli spero “importanti” che dovrei riuscire a confezionare per Rosebud. Diciamo che se la montagna non va da Maometto noi porteremo Maometto alla montagna. A dopo.
In questo mio breve intervento non ho voluto parlare di “sardita” e son sicuro che tu non parlerai di quella fokloristica, che, oggi come oggi, non serve a niente, ma neanche ieri.
La nostra sardità è il pensiero, il rispetto, la storia e tutta quell’immane roccia di cultura che ci portiamo dentro e che ancora non riusciamo a far emergere del tutto. E la colpa mi sembra sia sempre la nostra e di coloro che credono di governare.
Sarebbe la nostra prima grande vittoria
ciao
gavino
Mia cara Rina, avevo capito quello che era importante nel tuo scritto: hai parlato di un ribelle sconosciuto perchè la sua integrità d’animo non è certo un argomento da mass media. Avevo capito quello che porti con te, la tua sardità, e ho provato a raccontarti quello che io, a 60 anni, porto ancora con me: la mia terra che ho poi lasciato appena ho potuto per trovare lavoro a Torino in un’epoca in cui, tanto per cambiare, il lavoro non c’era, ma soprattutto il mio sogno di scrivere fino all’ultimo dei miei giorni. E infatti sto giusto scrivendo.
Angela
Ti dirò Gavino, quando Marcello Fois (mi pare fosse lui), un paio di anni fa scrisse quel suo libro su Samuele mi indispettii, ma non per il bravo Fois, quanto piuttosto perché sentivo che stavano violando un mito che era-nostro come pochi altri e che nessuno avrebbe potuto raccontare, se non dall’interno. Naturalmente mi sono rifiutata di leggerlo quel lavoro e le uniche storie che accetto su Samuele sono quelle che ancora oggi continuo a registrare tra gli anziani quando torno in Sardegna. Samuele infatti non è un Robin Hood come un altro ma è emblema della sardità: dei suoi lati migliori e dei suoi aspetti peggiori. In Samuele, intendo dire nel suo personaggio-ideale, il bene e il male sono legati in un vincolo inscindibile che porta facilmente alla “confusione”. E confonde soprattutto noi sardi. Per esempio, non ho difficoltà a confessare di sentirmi a disagio a causa di questa mia incapacità di liberarmi del mito del bandito-gentiluomo e del Samuele-gentiluomo in particolare. Alla stregua di quegli italiani che ancora rimpiangono il duce e spesso li senti dire “Mussolini non era poi male e se non fosse stato per quelle nefande leggi razziali…”, io ho spesso detto qualcosa tipo: “Samuele non ha fatto che difendersi e se non fosse stato per quella bambina villagrandese uccisa….”. Tendo dunque a preservarne la sacralità del mito. E non solo io. Sono pronta a scommettere che tu stesso senti questo fascino: anzi, ti dirò di più, io non ho mai sentito un sardo attento alle cose e alla storia della sua terra che non sentisse questo fascino. Nel nostro immaginario Samuele vive in un mondo a se. Diciamolo: migliore del mondo dei Mesina e di tutto ciò che è venuto più tardi, inclusa la mera delinquenza che ci circonda, anche in Sardegna, in questi tempi digitali. La verità però forse non la sapremo mai: non sapremo mai quanto Samuele abbia “provocato” i suoi oppositori, ne quali fossero le ragioni di costoro. E perché? Perché ad unire gli uni e gli altri c’era appunto il fattore “sardità”. Uno strano concentrato chimico che ci rende differenti noi sardi: che ci rende ospitali e balentes ad un tempo. Che ci fa amare ed odiare con una intensità che gli altri non potrebbero mai sopportare neppure nel pensiero. Che a suo modo ci fa vivere in un mondo a parte e che restiste qualsiasi tentativo di addomesticamento. Per queste e per infinite altre ragioni Gavino io non ho ancora deciso: la sardità è una condanna o una benedizione?
Ps Ovvio che non sto parlando di folklore per quello ci sono le proloco come ho appunto scritto in maniera concedimelo caustica…
Mi piace questa tua sensibilitàà e la capisco e la condivido, proprio perchè scaturisce da una signora come te, che vive la sua terra e ne sente il suo profumo, anche se lontana, anche se profanata da mille e un avvenimento.
Avvenimenti che certamente non hanno favorito quella nostra “sardita” che tu innalzi, giustamente,a totem del nostro essere figli di Sardegna.
Ma per molti non è così, soprattutto per qualche scrittore sardo che ha voluto “marcare” con parole e fatti romanzati quel sentimento di sardità, al rovescio, cosa che è stata, criticamente, messa in evidenza da altri.
Di Marcello Fois condivido il tuo pensiero, ma lo stimo comunque per la sua scrittura.
gavino
A giudicare da quanti stanno leggendo questo pezzo (tieni infatti presente che ai miei pezzi non do’ mai nessuna pubblicità per scelta!) sembrerebbe che l’argomento interessi ai tanti. Naturalmente quanto io parlo di una coscienza-della-sardità parlo di chi la segue e di chi la studia con attenzione fenomenologica, dall’interno. Fois c’entra e non c’entra, non avendo letto il suo libro (magari un giorno lo farò!), non posso dirimere. Ciò che intendevo è che come sarda delle zone interne della Sardegna, e quindi delle zone che hanno visto nascere e crescere Samuele (Arzana era ad un tiro di schioppo di noi e lui ha “bandiato” sempre nelle vallate di Villagrande e Villanova – da qui anche l’incontro con mio zio che adesso ha 103 anni ma Samuele lo ricorda più di noi nipoti), era che per certi versi Samuele è cosa-nostra e dunque vederlo catapultato in una dimensione nazionalizzante e italianizzante non è il massimo. Fermo restando che la sardità per me connota per lo più in positivo. La vita infatti mi ha insegnato che generalmente i veri banditi non si chiamano Samuele non indossano i gambali ma vestono trendy e portano il rolex al polso!
Cara Angela, Samuele Stochino non è un altro ribelle sconosciuto, Samuele Stochino è la famosa “Tigre d’Ogliastra” che tenne in scacco gli uomini di Mussolini per molto molto tempo… Ed è sicuramente la più grande leggenda del banditismo su suolo sardo-italico….
Puoi trovare tante informazioni in Rete, io copio e incollo qualcosa qui sotto scritto da Emilio Lussu. Che non è specifico a Samuele ma linka in maniera straordinaria con il background pastorale e con le infinite storie della Brigata Sassari fatta grande proprio da tanti uomini che venivano dagli stessi luoghi di Samuele. Definiti da un generale inglese “gli unici italiani che sapevano combattere!”. E non a torto lo assicuro.
Io ho avuto al mio comando alla Brigata Sassari i Corraine e i Cossu, ed erano giovani buoni e valorosi, che meritavano ben altra fine. E Samuele Stocchino era un sot-tufficiale nell’altra guerra, decorato con medaglia d’argento al valor militare, umano e mite. Il bandito Stocchino fu poi un’altra personalità, non piú il sergente Stocchino, ma un’altra coscienza, non sua, venuta dal di fuori, dentro di lui, dalle lontane tenebre di un mondo bestiale, estraneo alla sua infanzia ed alla sua giovinezza. Io ho avuto il raro privilegio di essere stato il veterano della Brigata Sassari, in cui sono passati tutti i pastori sardi, tutti, poiché in quell’epoca dei sardi fu fatta la leva in massa e i cimiteri e gli ossari di tutti i fronti sono tanto popolati dei loro caduti; e ho di loro un’esperienza che considero unica. Buoni ed umani tutti, che si privavano del loro cibo e della loro acqua per offrirla ai prigionieri fatti in combattimento, affamati ed assetati essi stessi; che morivano tante volte per salvare un compagno ferito, oltre la linea, che morivano volentieri in azioni ardite per poterne mandare il premio – una decina di lire – alla moglie, ai bambini, poveri rannicchiati nei loro villaggi. E sono bene pastori o figli di pastori della Barbagia, uomini come Piero Borrotzu di Orani, che, comandante di una Brigata di partigiani in Liguria, il 7 aprile 1944, si consegnò volontariamente ai tede-schi, che lo fucilarono, per salvare dalla fucilazione per rappresaglia la popolazione di un villaggio, Chiusola – sua base militare –, uomini, donne, bambini. La medaglia d’oro al valore militare ne consacra la memoria. Noi stessi intellettuali sardi, fissi in Sardegna o dispersi in ogni regione d’Italia, che ab-biamo il privilegio di una cultura e di una conquistata coscienza civile, non siamo, an-che noi, una generazione prima o una generazione dopo, figli di pastori? Né alcuno di noi, io penso, ripudierà mai le proprie lontane o vicine origini. Dove cessa il deserto, cessano i furti e cessano le rapine, cessa il brigantaggio. Nella Nurra, nella Gallura, nel Sucis e anche nel Sarrabus (e la Gallura è, una regione a nord-ovest che da sé forma la dodicesima parte dell’Isola, in cui la popolazione non vive ag-glomerata nei villaggi, come in tutto il resto dell’Isola, ma in abitazioni disseminate in aziende individuali agricole e insieme pastorizie), sono cessati i furti, tutti i furti di be-stiame, sono cessate le rapine, è finito il brigantaggio. Eppure erano zone in cui, nel passato, pullulavano malavita rurale e banditismo. Nella Gallura inoltre, che è una im-migrazione prevalentemente corsa, da secoli, la vendetta era la feroce legge; è scompar-sa anche questa.
Emilio Lussu
Ma c’è da ultimo, una bellissima pubblicazione su Samuele Stocchino, un libro di Paolo Pillonca che descrive pregi e diffetti del nostro, che ha subito tanto ma ne ha fatto altrettante, sempre per amor del proprio o della proprietà.
Ne ho dedotto che non era un sanguinario sebbene in mezzo al sangue “vivesse”
gavino
Grazie per avermelo fatto sapere chiedo a Tonio, che è fratello di Paolo, se riusciamo ad averne un estratto per Rosebud. Sono certa che riusciremo. Piuttosto stavo pensando quanto Lussu nel suo breve estratto sia riuscito a raccontare in maniera meravigliosa la dualità della Sardità, non solo in generale ma anche rispetto allo stesso Samuele. Straordinario! Scrivo a Tonio che magari ci sta pure leggendo subitissimo….
Se ritorni al libro di Emilio Lussu, UN ANNO SULL’ALTIPIANO, troverai tanti nostri Samuele e c’era, appunto, anche lo Stocchino, medeglia d’argento al valor militare.
Quel valore che, dopo, è stato misconosciuto e tradito…..e da lì una nuova vita
gavino
Io ho letto la storia di Stochino in un libro che mi diede mia zia da piccola e che darei chissà che cosa per riavere: non riesco a ritrovarlo! Quella che tu chiami la “nuova vita” di Samuele fu istigata, secondo quell’autore (di cui purtroppo non ricordo il nome), da alcune angherie che il ragazzo avevo subito a suo danno e a danno della giovane donna che amava. Detto questo appunto abbiamo il fattore sardità e quanto in quel dell’Arzana di quei tempi, dell’Ogliastra di quei tempi, il sangue andasse facilmente alla testa. E decidesse il destino dei molti. Come vedi quando parlo di Samuele io non so dirimere con correttezza proprio perché sarebbe come distruggere un mito. Indistruttibile a questo punto della mia vita. Rispetto alle cose della Brigata Sassari, e degli altri che ne hanno fatto parte, ne so pure qualcosa. Di fatto, quegli uomini che Samuele a messo a giura nel mio pezzo, erano uomini tornati dalla prima linea della Grande Guerra. Uomini che tentavano di ricominciare una vita… Mio nonno, uomo buonissimo, che ha vissuto in maniera tragica la guerra (e di cui un giorno mi piacerebbe scrivere), raccontava di quanto non ne potesse più di passare sui corpi dei morti, letteralmente passandoci sopra dato che lui appunto era in prima linea. Mio zio invece suo fratello, che aveva studiato, aveva vita più facile seppure sempre in guerra… e infatti l’ha avuta pure dopo. Eppure nonostante le sue disavventure… io preferisco di gran lunga mia nonno che con l’aftermath ha dovuto fare i conti tutta la vita. E sicuramente aveva altro animo rispetto a quello di Samuele. L’animo dell’onesto che in un modo o nell’altro paga la sua onestà. Ripeto: il bene e il male!
Leggasi ha messo ed errata corrige sugli altri refusi….
Non ho avuto occasione di leggere nessun libro su Samuele Stocchino, ma nel mio girovagare culturale, ho avuto occasione di ascoltare molto e moto attentamente, cercando di discriminare il verosimile dalle aggiunte fantasiose. Una delle cose che mi aveva attirato di più l’attenzione è l’Amore (si con la A majuscola) di Samuele. Una consuetudine tutta Sarda (?) che, nel bene e nel male, si ripete dalla note dei tempi. Penso che se il signorotto del paese non si fosse invaghito della donna di Samuele, forse la sua storia sarebbe stata meno tragica. Fra Samuele e la ragazza, era nato un amore che oggi sarebbe ridicolo e anacronistico! Solo sguardi, mai una parola, solo occhiate solide più di un contratto in bollo. E solo aver passato tanta di quella sofferenza che avrebbe steso un reggimento, Samuele stanco di soprusi, porta via la sua donna e scelgono sui monti la loro vita. Dopo quasi due anni, la donna morì di broncopolmonite e fu sepolta a Perda Liana (una punta dei monti di Lanusei) e mai ritrovata. Dopo di questo fatto, Samuele si inaridì ed i giornali lo descrissero come “la Tigre dell’Ogliastra”. Lo stato, aveva messo la più grande taglia al mondo (mai eguagliata). Anche allora, lo stato dimostrò le sue storture.
La stessa fine fece anche Samule lui anche se, qualcuno poi non perse l’occasione di vantarsi dieversamente….., ma anche questa volta non fu un fatto isolato…..
Cari tutti voi che vi state interessando alla “storia” di Samuele Stocchino.
Ricordiamoci soltanto una cosa, quasi recente. Quando, dalla fine degli anni cinquanta e, se vogliamo, fino ai nostri giorni, si parlava e si scriveva di banditi sardi, più o meno “famosi” per le loro gesta, solo sequestratorie e lucrose, il nome di questo signor Stochino mai era apparso sulla stampa, mai a lui erano state addebitate nefandezze di cui andavano macchiandosi i suoi emuli e tristemente.
Per cui un po’ di “merito” deve averselo meritato questa “Tigre d’Ogliastra”.
Sarebbe bello, se si potesse, poter ascoltare qualcuno di quegli is mannos di Rina, sempre che siano disponibili, ne uscirebbe altrettanta storia, in rispetto anche di quella sardità che non fa capo, attenzione!, soltanto a queste testimonianze, o no?
ciao a tutti
gavino
Gavino? Rina? Giannetto? Devo dire che mi sento fuori posto. Sono di Ferrara, ma non ho smanie di affetto particolari per la mia città né per la mia regione: ci sono nata e basta. A un mese sono stata trasferita in campagna e ci ho vissuto quasi nove anni, ma anche qui, se si fa eccezione per il fatto che vivevo con la mia famiglia, avrei potuto vivere e sognare in qualunque altra campagna e l’odore a me caro del letame mi avrebbe accompagnato comunque e dovunque, magari con un aroma un po’ diverso a seconda della sua composizione e della sua origine che nel ferrarese poteva essere: ‘aldam ad caval’, ‘aldam ad besti’ …
Non ho una mia ferraresità. Ho lavorato per mezza Italia, dall’ovest all’est dal nord al centro e mi sono trovata sempre bene.
Dunque mi sento fuori posto. E come sempre mi accade in questi casi, mi metto in gioco pericolosamente. Soprattutto quando leggo qualcosa, riferito alla sardità, come :
“L’animo dell’onesto che in un modo o nell’altro paga la sua onestà.”
Questo accade sempre agli onesti, a qualunque latitudine.
Angela
Ciao Angela, non ti devi sentire fuori posto, anzi, permettimi un po di presunzione, sei nel posto giusto, dove si PARLA!
Da anni c’è l’operazione strisciante “silenzio” che meno male è stata superata dalla Rete e non ci facciamo più inchiappettare da nessuno.
Parliamo, parliamo, parliamo, finchè siamo noi.
Buon Anno!
Giannetto
No, gentile Angela, lei non è fuori posto, anzi si prenda pure il primo posto della prima fila, in questo teatro, antichissimo e ancora sconosciuto, che è la Sardegna. Mi dirà – ma la Sardegna è conosciuta in tutto il mondo! – assolutamente falso, soprattutto se guardiamo quello che fanno le istituzioni sarde, assessorati, turismo e cultura, pro-loco, agenzie viaggi, che dovrebbero essere le prime ad informare correttamente “l’ignorante” di questa isola. Avviene che chi compila quei manuali di informazione, per lo più, conosce poco la Sardegna e copia da altri depliants ricopiati dove errori ed orrori, di luoghi e di lungua, la fanno da padrone
“Sardegna quasi un continente” edito da Fossataro di Cagliari, alla fine degli sessanta e scritto da Marcello Serra, per me, è ancora l’unico documento ad uso turistico-informativo
che possa esistere.
Della sardità e Rina ne è un “prodotto” con l’anima si può parlare e scrivere per giornate intere, partendo comunque e sempre dall’onestà, onestà per quel sentimento ferito, compresa la donna che non si è potuta amare, comprese tutte le incomprensioni nate da chi ha scritto senza capire di cosa stava scrivendo.
C’è una biblioteca infinita su questo argomento e c’è anche stata una commissione nazionale antibanditismo, per non dire antiBarbagia, compilata da sprovveduti o interessati che non avevano a cuore il vero problema della nostra Sardegna.
Ma qui mi fermo, non voglio tediarla.
Con stima
Gavino
Giannetto può darsi pure che l’amore tra Stochino e la sua donna fosse platonico… ma questo non è un fattore importante. Importante è invece il fatto che che quella relazione-platonica diventa il motore della sua storia personale e del suo tragico destino. La “scusa” per regolare i conti con colui che era probabilmente già un rivale, balente quanto lui…. Però queste sono mie speculazioni al momento… Non è mia speculazione invece il fatto che Samuele Stochino è leggenda come nessun’altra tra le nostre montagne. Leggenda sopravissuta fino ai nostri tempi digitali. La scorsa estate conversavo con una signora della marina, figlia di un cantoniere, che mi ha raccontato storie di prima-mano della sua gioventù…. E di quando Samuele, ferito, chiese aiuto al padre di lei per venire nascosto nella sua casa cantoniera. Dato che questa signora è una scrittrice, e anche molto brava, proverò a chiederle se ci manderà qualcosa….
Rapportando il discorso ai nostri tempi io credo che la balentia sia figlia della nostra sardità appunto. Non è morta con Samuele ma morirà con l’ultimo di noi…. E quando si fa un’analisi della criminalità in quel di Sardegna non si può fare senza tenere in conto questo fattore fondamentale… Che poi a scatenarlo sia l’amata (o l’amato – dato che noi abbiamo avuto anche grandi banditesse, pensate solamente a Pasca), o un pezzo di terreno, o un agnello rubato sono altre storie. Più che altro dettagli.
Rina, Samuele ha regolato i suoi conti a modo suo, solo dopo anni di esasperazione ed impotenza verso il Potere. Aveva fatto tutto per evitare scontri e soddisfando il potere: guerra in Africa e guerra sulle rive del Piave. Distinto nelle operazioni tanto da guadgnarsi la medaglia d’oro (che non gli hanno mai datto). Un uomo (maschio o femmina) in ogni latitudine, lo carichi di soprusi per un giorno, un anno, una vita: poi questo esploderà e ti ripagherà anche con gli interessi. E’ sempre stato così. Guarda i dittatori: chi c’era più forte di loro. Poi è arrivato il momento che qualcuno ha detto basta ed è successo quello che non avevano previsto. Nella violenza e della violenza, non giustifico ne salvo nessuno, ma mi sforzo di pensare, di analizzare e di capire.
Faccio mio il pensiero che ogni reazione è data da un’azione. E se capirò una reazione, mi servirà da monito per non fare un’azione!
Giannetto, Samuele non ha mai regolato i conti col potere. E non ha mai avuto intenzione di farlo. Come ben sai non se l’e’ mai presa neppure con i carabinieri che riteneva stessero facendo il loro dovere (una sorta di Pasolini d’antan insomma, rispetto a questi argomenti)…. Lui aveva calcolato il numero dei suoi nemici (mi pare 13 ma non vorrei dare un dato incorretto), ovvero di coloro che effettivamente gli avevano fatto del male, e’ ha semplicemente giurato di vendicarsi. Nello stile tipico dei balentes ma anche obbedendo ai diktat non scritti della balentia. Il suo unico “errore” fu, da questo punto di vista, l’uccisione della bambina villagrandese che trovo’ in casa quando vi ando’, credo, per uccidere il padre. Quel delitto, quel singolo delitto segno’ il momento di frattura con la gente che fino a quel momento lo aveva sempre difeso e considerato vittima di un’ingiustizia… Nonostante questo pero’ il suo mito alla Robin-Hood e’ rimasto. Per certi versi e’ cresciuto nel tempo. Non si sarebbe qui a parlarne altrimenti.
Ciao Angela, perdonami, debbo una risposta anche a te! E voglio farlo perché scrivi alcune cose importanti…. Lo farò al più presto perché vorrei ancora dirimere su questo argomento che naturalmente mi interessa molto…
PS Ho visto una tua domanda da qualche altra parte: TPW, comunque, è l’acronimo per Terza Pagina World, un sito antesignano di Rosebud.
Ah sì, Rina, Terza Pagina World lo conosco dall’epoca del I° Premio Gennargentu e dell’avventura della mia ELIZABETH che poi ci ha fatto incontrare.
Scusami tu, ma da vecchio informatico devo sempre sapere cosa si nasconde dietro alle sigle.
Angela
Non ti preoccupare. Presto riparleremo anche di quell’argomento comunque. E domani, prometto, foglio fare un follow-up rispetto all’argomento di cui stavamo trattando… e anche rispetto al tuo intervento. Ciao.
Be’ grazie agli aggregatori che hanno raccolto questo pezzo nelle notizie BEST of dalla Sardegna…. bello!
http://www.liquida.it/sardegna/bestof/news/?id=17676967
Scusami Angela ti debbo una risposta qui. Io, a differenza di Gavino e Giannetto penso che tu abbia ragione a dire che ti “senti di troppo”….. Mi spiego meglio. Secondo me si sentirebbe “di troppo” anche un cagliaritano, un sassarese, un cittadino, insomma… E Gavino e Giannetto mi perdoneranno ma io a momenti ho sentito anche loro “di troppo” in questo discorso…. Perché? Perché a mio avviso la “sardità” di cui sto parlando io non appartiene neppure a tutti i sardi (figuriamoci ai continentali!) ma solo a quelli nati tra le montagne da dove veniva Samuele e da dove vengo io…. Per inciso quelle montagne che anche i romani rinunciarono a conquistare…. e che per questo chiamarono Barbagia (anche se né io né Samuele veniamo da quelle zone, essendo noi ogliastrini!). A mio avviso il fattore geografico infatti in tutta questa storia conta molto e conta perché… all’ombra del Gennargentu nel corso della sua lunga storia sono accaduti molti fatti: alcuni bellissimi alcuni molto meno edificanti. Tu mi dirai: accadono dovunque! Vero, mai ai piedi del Gennargentu modellano e corrompono l’anima. E la sardità iperbolicamente-guardata non è altro che questo: una corruzione dell’anima! Che io però sono contenta di avere. Anzi, ne faccio vanto.
Su altro lato so che di Samuele ne riparleremo molto molto presto in maniera molto più informata. Ciao.
Sorry, leggasi “ma ai piedi….” e non “mai ai piedi”:)
E naturalmente non sono le montagne che si chiamano Barbagia ma tutto un territorio intorno…. Sic.
Mia cara Rina, mi hai colpito quando dici che i fatti ‘ai piedi del Gennargentu modellano e corrompono l’anima’. Questo, vedi, posso capirlo perchè è l’energia che abbiamo tutti noi che non abbiamo paura di dire la verità che anzi ci fa sentire talvolta gli altri come morti o peggio come fantocci (un po’ i dummies della vostra grammar) che camminano senza sapere cosa vuol dire sentirsi vivi. E a me fanno tanta rabbia, talvolta. Mi sembra che mi frenino inutilmente. Perchè tanto percorrerò la mia vita con rischio come ho fatto sempre e la corromperò anche, sarà una naturale conseguenza, ma non la sola. Vedrò anche cose che non a tutti è dato vedere perchè senza coraggio si perde, non poco, ma tutto.
Così anch’io ho composto la mia ‘piccola epopea angelica’ (a dir il vero dovrei essere un’esperta di angeli, dopotutto ci ho scritto su più di un libro).
Angela
Concordo Angela: bravissima. L’energia del sentirsi vivi, di essere onesti e di non avere paura di essere! E questo è pure l’aspetto buono della sardità….
Onestà vuole però che si debba anche scrivere che nella “sardità” c’é pure l’altra parte: quella che non riguarda gli angeli ma i diavoli. Non a caso infatti l’inno della Brigata Sarda si chiama Dimonius…. perché i sardi in battaglia erano considerati “dimonius”, “demoni”, appunto…..
Copio qui da Terza Pagina World le parole scritte dal capitano Luciano Sechi per quell’inno che adoro…. Prima in sardo e poi in italiano…. e questo è il link dove c’è anche la musica…. se lasciate caricare….
http://villanovastrisaili.homestead.com/Dimonios.html
DIMONIOS
China su fronte
si ses sezzidu pesa!
ch’es passende
sa Brigata tattaresa
boh! boh!
e cun sa mannu sinna
sa mezzus gioventude
de Saldigna
Semus istiga
de cudd’antica zente
ch’à s’innimigu
frimmaiat su coro
boh! boh!
es nostra oe s’insigna
pro s’onore de s’Italia
e de Saldigna
Da sa trincea
finas’ a sa Croazia
sos “Tattarinos”
han’iscrittu s’istoria
boh! boh!
sighimos cuss’olmina
onorende cudd’erenzia
tattarina
Ruiu su coro
e s’animu che lizzu
cussos colores
adornant s’istendarde
boh! boh!
e fortes che nuraghe
a s’attenta pro mantenere
sa paghe
Sa fide nostra
no la pagat dinari
aioh! dimonios!
avanti forza paris.
__________________________
DIAVOLI
Abbassa la fronte
se sei seduto, alzati!
perchè sta passando
la Brigata “Sassari”
e con la mano benedici e segna
la miglior gioventù
di Sardegna
Siamo la traccia
di quell’antica gente
che fermava il cuore
al nemico
Oggi le loro insegne
sono nostre
per l’onore dell’Italia
e della Sardegna
Dalla trincea
fino alla Croazia
i “sassarini”
hanno scritto la storia
seguiamo le loro orme
onorando quell’eredità
“sassarina”
Rosso il cuore
l’animo come il giglio,
questi colori
adornano il nostro stendardo
e forti come i nuraghi
siamo sempre vigili
per mantenere la pace
La nostra fedeltà
non ha bisogno di essere remunerata
andiamo! Diavoli!
avanti, Forza Insieme!
Di fatto l’Italia é stata fatta e scritta con tanto sangue sardo che a raccoglierlo riempirebbe un mare. E qui credo che Mario Puddu mi conferirebbe almeno almeno una qualche medaglia!!:)
Be’, Rina, quando ho detto che dovrei intendermi di angeli, avrei dovuto essere più precisa. Infatti mi sono occupata dei vari aspetti di un angelo e anzi, ho proprio scritto un piccolo libro che riguarda la vera storia di Lucifero.
Comincia così:
” Dovete sapere che anche gli Angeli vengono retribuiti. Ciò comporta qualcosa come un Piano dei Conti, una Partita Doppia, una Cassa e via dicendo, insomma una vera e propria Contabilità e la gestione di un Bilancio. Nel cedolino degli Angeli, quali voci sono riportate? Vediamo le principali ” e così prosegue.
Se pensi che possa interessare, sono qui.
Angela
Gli “angeli” anche per di solito arrivano in short-supply interessano sempre. E poi occorre passare oltre e muovere dal loop-demonico. Mandaci qualcosa quando vuoi. Ciao.
Non so perche’ ma questo articolo sembrerebbe un hit oggi. Chi volesse inserire altri dati sul banditismo in Sardegna…. puo’ farlo tranquillamente… Il pezzo non e’ a scadenza… Spero.
Grazie anche ad Alessio di Contusu.it (un bellissimo sito) che ha voluto inserire questo pezzo colà
http://www.contusu.it/personaggi-e-storia/921-banditi-di-sardegna-atros-contos-beros
Grazie a chi ha creato addirittura una pagina su fb per questo articolo….
vabbé allora raccontiamo poi qualche altra storia… anche perché credo proprio siamo l’ultima generazione che possa farlo….. prima che tutto vada dimenticato.