di Maria Teresa Santalucia Scibona.
D. Prof. Verdone da uomo eclettico qual è, lei si esprime tranquillamente in varie forme artistiche: in quali si riconosce meglio, nella veste di poeta, di critico cinematografico, di storia del Futurismo o d’autore teatrale? E perché?
R. Innanzitutto aboliamo il professore. Mi condiziona troppo. Diciamo Verdone, e ovviamente Mario, se no entrano in campo altri Verdone, e il problema si complica. Io volevo fare il professore universitario, e cominciai a laurearmi con una tesi in Filosofia del diritto, con Norberto Bobbio, in epoca ancora monarchica, ma sui “ Principi del pensiero politico mazziniano.”
Contemporaneamente facevo del piccolo giornalismo e cominciai con critiche cinematografiche che ingenuamente firmavo con “Verdone Mario.” Ma presto arrivai alla rivista del Centro Sperimentale di Cinematografia “ Bianco e Nero” e ne fui redattore-capo. Alla Università di Siena, dove studiavo, ero conosciuto come autore di operette goliardiche nel rione di Valle-piatta e per il Teatrino del Costone scrissi commedie dialettali e di argomento paliesco: ciò mi frutto la promozione ad autore di libretti d’opera per gli allievi dell’Accademia Musicale Chigiana. In tutto ne scrissi una quindicina, e furono rappresentati, al Teatro dei Rozzi e al Teatro di Bergamo, trasmessi dalla R.A.I. o alla Televisione Ungherese.
Esordii come scrittore di poemetti in prosa con “ Città dell’uomo”, e cominciai a interessarmi di futurismo conoscendo a Siena Marinetti e altri futuristi. Mi sentivo uomo “ moltiplicato,” come loro, e un giorno, quasi angosciato, chiesi consiglio al mio maestro: “Mi esercito in tante direzioni. Sbaglio? Che mi consiglia di fare?” Bobbio amabilmente “Fai tutto. Poi la vita sceglie da sé.” E così feci, anche se alcuni miei compagni di studi più di me seriosi , mi consideravano un “farfallone.” L’ obbiettivo universitario non l’abbandonai mai e dalle prime pubblicazioni su Platone, Mazzini,o il Filangeri, passai al cinema, scrissi nel 1943 il primo saggio “Sulla espressività del costume nel linguaggio cinematografico e poi mi inventai nel 1949 una disciplina universitaria:- “La Storia e critica del film”, chiedendo nel 1964 di essere abilitato alla libera docenza, che ancora in questo settore universitario non esisteva.
Dall’insegnamento al Centro Sperimentale di Cinematografia alla Università Internazionale di Studi Sociali “Pro Deo “ di Roma, oggi LUISS, e alla Scuola di Cultura e Lingua Italiana per Stranieri di Siena, arrivai nel 1970 all’Università di Parma e nel 1973 a Roma, dove innovai la disciplina. Fondai e diressi prima l’ Istituto di Scienze dello Spettacolo, poi il Dipartimento Musica e Spettacolo. Intanto compievo viaggi per conferenze e congressi in tutto il mondo e mi considerai quasi come un futurista, “uomo moltiplicato e ubiquitario.” Ciò detto, non saprei proprio di tutte queste attività, quale scegliere. Però sono molto attaccato alle mie esperienze letterarie, forse per il grande amore per un maestro ideale Federico Tozzi e le mie poesie “Di Fuoco e di miele”, dagli anni quaranta in poi e i racconti della “ Piazza Magica,” che come “Città dell’ uomo “ sono dedicati a Siena, mi sono particolarmente cari. Come Don Chisciotte direi: “Li tengo sulla “ cabeza.”
D. Come emerge dal suo volume “ Diario Parafuturista” ( Lucarini Editore, 1990) Lei è ritenuto un precursore degli studi sul futurismo. Ci vuol descrivere i rapporti intercorsi con i maggiori esponenti di questo movimento?
R. A Siena conobbi alla fine degli anni trenta Marinetti e i poeti bacchici del Concorso di Poesia Bacchica Amorosa e Guerriera:- Viani, Farba, Scurto, Acquaviva, con i loro amici Marchi Sanminiatelli, Forlin, Notari e non ricordo ora quanti altri. Nel 1952 scrivevo il mio primo saggio sulla cinematografia futurista. Leggevo Pudvkin (Film e fonofilm)già diciottenne. Al Centro Sperimentale frequentai gli insegnanti Virgilio Marchi, Antonio Valente, Umberto Barbaro e tanti altri,quali esponenti del futurismo, quali di altri gruppi di avanguardia. Anton Giulio Bragaglia lo conobbi a Siena, per una conferenza sulla scenografia alla Accademia dei Rozzi. Nel dopoguerra tutti i futuristi, o quasi tutti, erano dei delusi o dei dimenticati. Mi imposi, soltanto per puro obbiettivo culturale, di “risarcirli.” E vennero i primi studi su A. G. Bragaglia, Arnaldo Ginna, Mario Dessy, Bruno Corra, Bruno G. Sanzin, Enzo Benedetto, e così via via, anche stranieri che avvicinavo nei miei viaggi. Quasi tutti si stupivano che qualcuno tornasse ad occuparsi di loro. Poi, rincuorati riprendevano a scrivere, o a dipingere. Erano il fiorentino Primo Conti, il pavese Pino Masnata, il greco Alk Gian, il ceco Oscar Vavra per il libro “La luce brilla nelle tenebre”, Remo Chiti di Staggia Senese (il suo unico libro “La vita dsi fa da sé” gliel’ho pubblicato io) e Rosa Rosa, Vinicio Paladini, Enif Robert, il drammaturgo e poeta messinese Ruggero Vasari, “il poeta pecoraio” di Bagheria Giuseppe Giardina. Scoprivo e riscoprivo futuristi a Cuba ( Maurcio Pogolotti) a Buenos Aires – Parigi (Emilio Pettoruti), a Oslo (Ivo Pannaggi), in Spagna, in Giappone, in Ungheria, a Mosca (allora) lo squalificato Grigori Kozincev. “Diario parafuturista”, estratto di un diario più esteso che non pubblicai e che doveva chiamarsi: “Ogni giorno ogni vento” ne è testimonianza. Nel mio libro del 1970 “ Prosa e critica futurista” raccolsi testi dimenticati di cinquanta futuristi: successivamente tutti quei nomi, spesso misteriosi per i più, diventarono oggetto di tesi di laurea: e ricevevo telefonate per indicazioni e consigli da tutta Italia, ma anche da Barcellona, Budapest, Bruxelles, Germania…. Naturalmente io stesso non mi fermavo. I miei libri sul futurismo sono certamente più di venti, anche con traduzioni a Madrid, Sofia, Cracovia ecc. Sono di questi giorni “ I Fratelli Bragaglia” e “La Casad’Arte Bragaglia”. Il prossimo di cui ho già corretto le bozze e su uno scrittore “ maudit”, per così dire “ Emilio Settimelli e il suo teatro.”
D. Nei suoi molti viaggi ha conosciuto autori famosi. Vuol ricordare per noi l’incontro avuto a Budapestnel 1965 col pittore e poeta magiaro Lajos Kassak. Inventore del verso libero ungherese?
R. Ero a Budapest per un incontro con i giovani registi Ungheresi, fra i quali Istvan Gaal, un ex allievo del Centro Sperimentale di Cinematografia. Avevo avuto allievi anche di altri paesi, fra cui molti sudamericani. Quattro di questi ultimi si misero d’accordo,.a Roma, di fondare un scuola consimile a Cuba e mi fecero invitare da Fidel Castro a tenere il discorso inaugurale. A Budapest commisi l’imprudenza di chiedere al Ministro della Cultura, che mi dimostrava benevolenza, di farmi conoscere il filosofo Gyorgy Lukasc, che allora era in disgrazia. Non ottenni niente.. Allora andai alla chetichella da Lajos Kassak che era ugualmente in disgrazia. Mi accolse bene, mi regalò sue poesie inedite e un quadro intitolato “ Otto e mezzo”, ispiratogli dal film di Fellini. La nostra corrispondenza continuo fino alla sua morte.
D. Molti scrittori portano nel cuore il ricordo indelebile di una città. So che Lei predilige Praga. Vuol dirci perché e raccontarci qualche episodio particolare legato a questa città?
R. Ad essere esatti io porto nel cuore “la città”, cioè “la città” che ha un carattere, un’anima, un suo visibile senso di umanità tradotto in architettura. La prima poesia che ho tradotto dal tedesco è “La città” di Theodor Storm, una città anseatica, di mare, ma io vedevo in quei versi che parlavano di pietre antiche e di mare, le pietre della mia città e, al posto del mare le colline. Un’altra città che amavo era quella di Budelaire: “Io ti adoro o capitale infame…” Mi hanno aiutato ad amare Praga, dove sarò stato venti volte, anche le fotografie di un grande cineasta e fotografo slovacco, Karel Plichka, e i colloqui con uno storico dello spettacolo, in particolare del circo, Jan Brabec, col quale parlavamo dei comici dell’arte italiani, del mimo Debureau, di giocolieri come Rastelli, di alchimisti e maghi… E qui c’era il riflesso del mio interesse per il cinema espressionista, “Il gabinetto del dottor Galligari” e “Golem.”
D. Il circo è una delle sue passioni. Perché ?
R. Probabilmente perché ho amato il Palio, ovvero il circo senese, come diceva lo storico Pecci. Fui invitato da uno storico dei clowns, Tristan Rémy, e da Jan Brabec, a far parte della “ Union des Historiens du cirque”, che aveva sede a Parigi. Eravamo una quindicina di paesi diversi ed avevamo il solo obbligo di scrivere ogni anno un saggio originale sulle fonti della storia del circo. Io mi occupai del Circus Maximus, del Film Atletico e acrobatico, del Gag, del Teatro d’ombre, ecc. Avevamo circa un’ ottantina di saggi, per la maggior parte ciclostilati, ma i fondatori dell’Union morirono. La consuetudine dei “saggi” si arrestò e tutto parve andare disperso. Fortunatamente Giancarlo Pretini di Udine si propose di collezionare quegli scritti e di stamparli. Sono due volumi di oltre mille pagine (ed al prezzo di lire 550.000). Io accettai di scrivere la prefazione e detti il titolo al libro: “ Thesaurus circensis ”, sono orgoglioso di quel titolo.
D. Nella sua raccolta poetica “ Fuoco di miele”( Edizioni il Ventaglio) hanno una parte di rilievo le “ Odi armene a quelli che verranno” di Egishe Ciarenz, che lei ha tradotto e fatto conoscere in Europa occidentale. Vuol parlarci di questo poeta?
R. Ciarenz era conosciuto anche a Mosca. Io lo scopersi a Erevan durante le mie ricerche sul futurismo; ma era già morto, in un campo di concentramento staliniano. Intuii che era un grande poeta e mi feci mettere in italiano letterale le sue poesie dai miei allievi: poi le interpretai e pubblicai. Era qualcosa come un Majakosvkij armeno,ma con una vena elegiaca. Questa poesia d’amore mi toccò profondamente: “ Tutto il fuoco / che è nel mio cuore / tutto a te / tutto il fuoco e il sorriso/ tutto a te / tutto te l’offro in dono ed a me non me ne resti / perché tu non tremi nel gelo invernale / tutto a te.”
Quando a Erevan seppero che avevo pubblicato un libricino su Ciarenz ( Ceschina Milano 1970) mi chiesero il “manoscritto” per conservarlo nel museo intitolato al poeta, e allorché tornai nella capitale armena mi fecero recitare le traduzioni, le incisero e le depositarono nel museo. In una gita sulla montagna armena fui colpito da due avvenimenti: la scoperta di un tempio romano- ellenistico vicino a dove erano passate le schiere di Vespasiano e un monumento alle vittime del Genocidio armeno, con alcuni versi di Ciarenz: “ Io della mia dolce Armenia….”, “ Noi siamo un piccolo popolo – disse ai visitatori occidentali un interprete – ma abbiamo grandi poeti ed artisti. Ora – disse proprio a me con orgoglio – anche Ciarenz comincia ad essere conosciuto al mondo”. Io annuii in silenzio e sentii che il cuore mi batteva…
D. Insomma, poesia, teatro, racconti, critica, saggistica….
R…. molti libri, trenta documentari…..
D. Come ha potuto realizzare tutto questo?
R Le risponderò con una favoletta in versi:
“Non mi chiedere come ho fatto” /
disse il ragno al tarlo / acquattato nello
stipite in soffitta / abbagliato/ dalla tela
d’argento / illuminata / da un dardo del
sole: / l’ho fatto! “
Grazie alla Rivista : INTERFERENZE Anno V – N .24 -25 Settembre – Dicembre 1993



















Per inciso questo articolo, titolo incluso, è stato pubblicato come fosse tutto “al presente” e il prof Verdone fosse ancora con noi. Questo è naturalmente voluto perché gli spiriti grandi non hanno tombe.
Dolce Rina, grazie per aver segnalato sul tuo accattivante giornale, una persona a me tanto cara.
Il figlio Luca che viene spesso a Siena. per mostrarci i suoi documentari. a Mario assomiglia meno.
Suo fratello Carlo invece, sembra il Suo sosia, per carattere e anche nel modo di gestire .
Ogni volta che lo vedo in TV, sobbalzò e mi sembra che il padre sia tornato.
Sono sicura che Mario, sia contento del tuo gentile gesto e da lassù ci
sorrida, soddisfatto e sornione.
Ti ringrazio anche a Suo nome e per i figli.
M. Teresa
Maria Teresa sono io che ringrazio voi. Il prof Verdone ha formato tanti critici, ha avuto studenti che poi hanno avuto cose da dire (io ne ho conosciuti alcuni), e dunque è personaggio che ha insegnato in molti modi. Anche con questa intervista per cui, di nuovo, io sono solamente grata.