Fantasmi e crisi: no, non si tratta di Berlusconi che torna!

di Umberto Scopa – Tra i luoghi più cari ai fantasmi, come ci insegna la letteratura in materia, ci sono i musei. Capisco che è difficile essere presi sul serio iniziando un discorso in questo modo, ma la situazione purtroppo è seria.

A parte il noto fantasma del Louvre, figura letteraria e cinematografica, ce ne sono dappertutto; pochi mesi fa per esempio è stato avvistato, come ci hanno raccontato le cronache di alcuni giornali, un fantasma, sotto forma di bambina, al museo archeologico nazionale di Napoli; anche a Pompei a dire il vero è apparso un fantasma, ma in quest’ultimo caso l’enigma è stato svelato presto, perché  si trattava del ministro dei beni culturali in visita dopo i noti crolli.

I musei non sono la prima opzione per i fantasmi naturalmente. Preferibilmente troverebbero dimora in locali destinati ad uso abitativo, come avviene in un ormai abusato filone cinematografico, aspirazione quella all’abitazione non troppo originale, che è propria anche degli esseri non ancora trapassati, se non fosse che questi ultimi incappano sempre più spesso in impedimenti di natura materiale, come ottenere un mutuo, onorarlo (finché morte non vi separi), oppure pagare affitti sempre più esosi, fino al provvedimento di sfratto, o all’apparizione di un ufficiale giudiziario che pignora tutto quello che trova in casa. Anche questo è un volto della crisi.

La crisi non risparmia neppure i fantasmi. Benché non risulti agli atti che alcun fantasma sia mai stato sfrattato, può però accadere che sia stato pignorato, se l’ufficiale giudiziario non risparmia neanche i lenzuoli dall’inventario dei beni che redige in loco.

Le civili abitazioni sono luoghi sempre meno sicuri anche per i fantasmi. I musei sono invece rifugi che conservano una certa affidabilità. Per lo più sono luoghi pubblici dove è possibile godere anche di una certa quiete, al riparo da ogni disturbo dopo l’orario di chiusura.

Il fantasma peraltro è un’entità che appartiene al passato, un’ombra che una creatura proietta oltre il tempo assegnatogli dal destino. Non molto diversamente dagli oggetti che nel museo sono conservati. C’è un’affinità tra il fantasma e il luogo che custodisce la memoria. A volte il fantasma è rappresentato come un’entità che non ha esaurito ancora il suo rapporto con il nostro mondo, che non ci abbandona perché ha ancora qualcosa da dirci, per chi ancora intende ascoltare naturalmente. Quindi i musei, sono il luogo perfetto.

Il patrimonio storico artistico del nostro paese ha ancora qualcosa da raccontare per chi vuole ascoltare. Riposa in pace in questi eleganti contenitori di pietra che sono i musei, sparsi in tutto il territorio nazionale. Di musei in Italia pare ce ne siano più di 3.500.

Significa che ognuno di noi, ovunque viva, ha nelle vicinanze un museo grande o piccolo.  Possono appartenere alla chiesa, allo stato, al comune, alla provincia, a una fondazione o ad un altro soggetto privato.  La varietà dei soggetti gestori, la varietà di tutte queste forme giuridiche consolidate nel tempo, dimostrano anche la natura plurale e collettiva dello sforzo che da sempre si compie per preservare questa funzione, cioè tramandare ai posteri la memoria storico artistica alla quale apparteniamo.

Il tempo che passa però produce nel nostro paese, con incremento negli ultimi tempi, uno strano fenomeno dissociativo. I nostri musei si trovano ad essere sempre più poveri di risorse e ricchi di memorie da conservare. Ricchezze immense avvolte in involucri di miseria. Gioielli avvolti in carta da giornale, le metafore si sprecano.

Di questi tempi i primi tagli che gli enti pubblici apportano alle loro voci di bilancio cadono spesso come una mannaia proprio sulle spese dell’attività espositiva e museale. Capita anche ad enti che in passato hanno riservato grande considerazione a queste funzioni.

La motivazione è sempre la stessa. Soldi non ce ne sono dunque cosa preferite? preferite che li togliamo ai musei oppure ….  A questo punto l’alternativa prospettata ad arte è sempre agghiacciante … tipo li togliamo al malato attaccato a una flebo, oppure all’asilo dove rispediranno a casa i vostri figli, oppure li togliamo all’illuminazione pubblica così che sbatterete contro i pali della luce, ormai inutili.

In questi termini chi volesse opporsi all’inevitabile conclusione sembra quasi paragonato, nella migliore delle ipotesi, ad un irresponsabile, un incosciente, se non ad  un potenziale assassino. Poi magari scopriamo che i problemi non si risolvono così, ma è sempre troppo tardi per rimediare e mai troppo tardi per ricadere un’altra volta nel medesimo inganno, quando sarà il momento.

La crisi economica è un mostro che vanta vittime molto illustri. Oltre alla cultura, vittima prediletta, è arrivata ad insidiare anche alcuni capo saldi della democrazia. Discorsi che sono ancora nelle orecchie: la crisi che incombe sulla nostra testa non ci permette di andare ad elezioni dopo la caduta del governo, sarebbe da irresponsabili (sempre questa parola che ritorna, irresponsabili, da parte di gente che evidentemente se ne intende) così che conviene promuovere un governo di tecnici (poco importa che il nostro sistema elettorale non ammetta un governo che non è stato eletto, che siano tecnici o no, poco importa, perché serve per uscire dalla crisi). E gli esempi si sprecano. In Grecia pochi giorni fa è stato cancellato un referendum, che è un atto di democrazia, ed è stato cancellato in nome di una crisi che poteva peggiorare a causa del voto referendario. Ci avevano fatto credere che la democrazia non fosse negoziabile con i mercati, ma forse non era così, forse non è mai stato così.  Ma ce lo hanno fatto credere, eccome. Dove è l’inganno? In quello che ci hanno fatto credere prima o in quello che ci fanno credere adesso?

La cultura, che viene da tempo sacrificata sull’altare della crisi al dio mercato, non si meraviglia neppure più. Peraltro sacrificare la cultura è anche l’anestetico per fare sentire meno il dolore del sacrificio della democrazia e altri valori, sacrifici che incombono. I popoli più sono ignoranti e meno soffrono per i tagli alla democrazia. Credo di non offendere nessuno dicendo questo, salvo i popoli che si reputino ignoranti. Me se è il nostro caso lo decidete voi.

Il presente per sopravvivere è molto prepotente quando ci chiede il sacrificio del suo passato. Il figlio sacrifica il padre per sopravvivere, senza avere la certezza che sia necessario. Roba da far inorridire Enea che si era caricato il padre sulle spalle per fuggire da Troia in fiamme, reputando la sopravvivenza del padre importante come la propria e reputando inutile la propria sopravvivenza se avesse rinunciato a quella del padre senza tentare di salvarlo.

L’episodio di Enea mi è  venuto in mente scrivendo questo pezzo perché in questi giorni nelle sale cinematografiche viene proiettato il film Scialla, una rappresentazione molto riuscita di tanti aspetti problematici della nostra attualità, e fra questi soprattutto il suo rapporto col passato. Uno dei simboli nel film è appunto Enea che porta sulle sue spalle il padre Anchise.

Si tratta di un immagine simbolo che il padre (nel film Fabrizio Bentivoglio) cerca di spiegare al figlio in vista di un interrogazione scolastica mentre il figlio sembra non capire fino in fondo il significato finché la storia non lo metterà nella condizione di portare in salvo sulle proprie spalle il padre. 

Enea, fra le altre cose, non pensava che forse le sue possibilità di sopravvivere erano più scarse se tentava la fuga col fardello del padre sulle spalle. Forse pensava che non valesse la pena sopravvivere senza il suo passato. Forse il passato è una parte di noi non qualcosa di separato da noi. Il presente che sacrifica il suo passato manifesta anche difetti di vista: perché non vede quanto vicino sia il tempo in cui sarà lui passato.

La memoria è anche l’identità culturale attorno alla quale un popolo si stringe. Talora è l’identità attorno al quale un popolo si divide. Accade anche dalle nostre parti che qualcuno voglia appropriarsi di quello che gli appartiene e lo voglia separare da quello degli altri. Si può fare tutto, naturalmente, ma è stupido ignorare che quando si divide quella memoria si impoverisce.

Smembrare una collezione produce delle parti il cui valore individuale sommato a quelle delle altre è largamente inferiore al valore della collezione di partenza. Lo sanno i mercanti, quelli che fanno i prezzi, lo sanno bene. Quindi su questo punto lo storico e l‘economista, almeno per una volta concorderanno.

Curioso poi è il caso, che pure non manca al campionario di amenità del nostro paese,

in cui qualcuno convintamente insiste per separare il suo dall’altrui passato rivendicando la fetta più misera, naturalmente perché frugando tra ciò che può rivendicare trova solo cose la cui grandezza è frutto di autosuggestione paranoica.

Come se nella divisione di un eredità arringassi i miei coeredi sul fatto che quel Caravaggio non mi appartiene, ma la cornice si, perché è il frutto del lavoro di operosi manifatturieri delle mie parti.

Non so quanto sia stata esplorata questa ipotesi dai medium, ma mi piacerebbe pensare che il fantasma potrebbe non essere in fondo solo un grido proveniente dal passato contro l’idiozia umana, un avvertimento che spesso preferiamo ignorare. Forse il fantasma più che evocare l’immagine di qualcosa che dobbiamo temere, che ci deve spaventare, come avviene nell’immaginario collettivo, dovrebbe evocare l’immagine di qualcosa che dobbiamo rispettare. I musei sono pieni di fantasmi per chi li sa vedere.

Singolare può essere il modo in cui un fantasma prende dimora dentro il museo, qui è la fantasia degli uomini che può dare il meglio di se. A titolo di esempio introduco qui un’esperienza personale che mi sembra interessante oltre che simpatica.

Per dodici anni ho lavorato in un museo della mia città, il museo di Palazzo Schifanoia. Un Museo importante che molti appassionati d’arte conoscono, se non altro per fama. Ospita un ciclo di affreschi concepito dagli astrologi della corte estense e che attira anche gli appassionati di fenomeni esoterici per alcuni riferimenti simbolici. Sicuramente il percorso museale conduce verso imperscrutabili vie dell’immaginazione, se vuoi farti condurre in quella direzione, se no ti conduce verso l’uscita come tutti i musei. Ma non sempre è facile prendere la direzione dell’uscita, a volte nei musei ci si perde. Come nel caso che mi accingo a raccontare.

In quel luogo dove sono custodite carte miniate rinascimentali, io producevo carte di poco pregio, conti, statistiche dei visitatori entrati, ordinativi di forniture che altri firmavano. Col tempo prendevo atto sempre più di spese che non si potevano fare perché la collettività non poteva sopportarne il costo. Tenere vivo un museo costa molto, e ogni cittadino ha il sacrosanto diritto (discutibile solo sotto il profilo etico) di non voler pagare di tasca sua questo costo, lo dico per non apparire moralista o saccente.

Tenere vivo un museo significa far uscire i personaggi degli affreschi e farli camminare per i saloni del palazzo, indire feste sontuose, pagare musicanti, intrattenitori, insegnargli la lingua che si parla oggi in modo che possano parlare con noi e non solo fra loro. Un lusso che oggi può permettersi solo la fantasia più o meno ricca di ognuno di noi.

Alcuni miei ex colleghi lavorano in quel posto come guardasala da più di trent’anni. Un lavoro non appariscente e non riconosciuto a sufficienza. La conoscenza che hanno del museo non è molto considerata perché non tengono conferenze, ma cosa sia il sapere è un mistero, sappiamo solo che la conoscenza ci entra dentro in tanti modi anche inconsapevoli, e in trent’anni e più il museo è invecchiato insieme a loro, raccontando i suoi malanni quotidiani, la sua vita, e chissà quant’altro.

Alcuni di loro raccontano che tanti anni fa, in un anno imprecisato, è entrato in museo un vecchietto. L’uscita del museo allora passava davanti alla stessa biglietteria dove era l’entrata. Il museo era prossimo alla chiusura serale e tutti attendevano di vedere uscire il vecchietto. Attesero inutilmente. Poi andarono a cercarlo. Nessuna traccia.

Ad oggi quel vecchietto deve ancora uscire. Così è nata la leggenda del fantasma di Schifanoia che i miei ex colleghi raccontano.

Poco male, per la burocrazia che esige un resoconto preciso dei visitatori entrati nei musei, non di quelli che sono usciti. La burocrazia è più astuta di quanto non si creda e chiede i soldi quando si entra in museo, non quando si esce. Siccome il biglietto non è a tempo il vecchietto non è fuori legge, anche se è entrato quando si pagava ancora in lire con le vecchie tariffe. Quindi nessun problema dal punto di vista del burocrate.

E’ bello pensare però che in quel luogo due universi abbiano trovato una via di comunicazione. Se il nostro universo possa comunicare con quello prodotto dall’immaginazione dei grandi artisti è difficile dire, ma certo non esiste un biglietto da pagare, né un costo sociale sulla finanziaria che possa impedire a chi lo vuole di farlo, a dispetto di ogni legge fisica, a dispetto di ogni legge umana, a dispetto dei bilanci che dicono non essere fattibile. Viaggiare con la mente dipende solo da noi.

Così mi piace pensare che qualcuno incaricato di passare la sua vita a scrutare quegli affreschi e ascoltare il loro lamento, il loro richiamo incompreso istante dopo istante per trent’anni, abbia intravisto la storia di questo visitatore misterioso.
Ma loro -se glielo chiedete- non ammetteranno di averlo intravisto, vi diranno di averlo visto davvero.

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